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Del buon uso del mondo


Una vita tra due mari, un fiume (l’Hudson) e città capaci di accendere scintille. coltivando consapevolezza e “integrity”, energia e ironia. Lo spirito dei tempi secondo Italo Zucchelli, italiano d’America

Non è mondano, pratica yoga, medita da una ventina di anni, fa agopuntura, assume periodicamente dei centrifugati di verdura per cinque giorni di seguito («disintossica tantissimo»), ha smesso di fumare e ora beve qualche caffè dopo sette o otto anni di astinenza. Italo Zucchelli ha un fisico asciutto, che mantiene con grande disciplina: «Se mi lasciassi prendere da tutto, sarei isterico e peserei 500 chili, ma ho un trainer che mi sta uccidendo: gli devo scrivere tutto quello che mangio».

Ha adottato una sorta di uniforme, T-shirt e jeans blu, scarpe bianche, guarda dritto negli occhi l’interlocutore e trasmette serenità. Conquistata, perché Italo Zucchelli conosce bene anche l’inquietudine: «Quando ero ragazzino indossavo gonne di Jean Paul Gaultier, portavo scarpe a punta come i capelli, che ho avuto di tutti colori». Vincitore del premio Menswear Designer of the Year 2009 conferito dal Council of Fashion Designers of America, dopo aver collaborato quattro anni con Calvin Klein per quattro collezioni uomo e due donna, dal 2004 è Direttore Creativo della linea Calvin Klein Collection uomo. Lo incontriamo nel quartier generale di Milano, appena arrivato da New York.

L’idea della moda come ti è venuta?

«Ho sempre saputo che era quello che volevo fare, fin da teenager. Era l’inizio degli anni 80, in Italia c’è stata una fioritura di giornali moda, che naturalmente compravo: Per lui, Lei, Moda, L’Uomo Vogue. A sedici anni sono andato a Londra per la prima volta e ho scoperto giornali inglesi come The Face, e lì è cominciata la fascinazione per il look, la musica… è tutto legato, per me».

Per chi hai lavorato prima di approdare qui?

«In altre compagnie e con Jil Sander: però, pur essendo anche lei minimalista, le modalità espressive sono diverse. Ma ho sempre lavorato con marchi caratterizzati da una visione abbastanza sofisticata. Mi piace mettere insieme cose che in teoria hanno poco senso l’una con l’altra. Minimalismo e barocco, per esempio, credo siano due opposti che si attraggono. Si rafforzano».

Eri spaventato quando ti ha chiamato Calvin Klein?

«Quando ero da Jil Sander ero contento, lavorare con lei è stato un insegnamento incredibile, poi sono stato chiamato a incontrare Calvin Klein. Non ero spaventato, ma non ero mai stato a New York. Era il ‘98 o ‘99. Mi ha detto: “Incontro gente, poi vedrò cosa fare”. Dopo sei mesi, l’ho ritrovato qui a Milano: voleva qualcuno con un’esperienza più maschile, per disegnare la donna».

Qual è la collezione che ti rappresenta meglio?

«Un estivo di tre o quattro anni fa: con colori fluorescenti, styling e musica erano molto striking. E poi è successo qualcosa che non succede mai, soprattutto nelle collezioni maschili: un applauso a metà sfilata».

E quella che ti rappresenta meno?

«Una di tantissimo tempo fa, era tutto velluto. Non la posso neanche guardare. Ma succede, no?».

C’è un punto di incontro tra lo stile di pensiero minimalista di Calvin Klein e il tuo retaggio ligure?

«Sicuramente. Non mi definisco particolarmente ligure. Come non particolarmente italiano o americano. Non mi definisco. Però, detto questo, la cultura ligure è molto semplice. Lo sono la cucina, i paesaggi, il mare aperto, la sabbia.Tutto è molto scarno».

Displaced o cosmopolita?

«Quando vai via da un paese come l’Italia, tutto cambia. Sono ovviamente italiano, ma anche americano: le due cose si incontrano. Poi in alcuni momenti la mia italianità esce di più: quando sono arrabbiato, gesticolo di più. Il mio fidanzato me lo dice spesso, tendo a parlare un po’ a voce alta, tratto decisamente italiano».

Che cosa significa modernità?

«Essere al passo coi tempi, in senso ampio, quasi filosofico. Vivere con consapevolezza, liberarsi di egocentrismi, di atteggiamenti che non fanno più parte di quello che è rilevante oggi. Anche nella moda è cambiato l’atteggiamento. Quel che è moderno… deve essere funzionale, se no non lo è. Siamo in tempi che richiedono consapevolezza. Il mondo si sta avvicinando a un cambiamento. Anche spirituale, secondo me».

La tua prima preoccupazione quando devi disegnare una collezione?

«Non parto mai con una preoccupazione! Parto con una ricerca. Il mio processo è abbastanza lineare, vado in posti diversi, a seconda dei momenti dell’anno: a Londra, a Los Angeles, a Tokyo».

Libri, mercatini, persone?

«Di tutto. Arte, libri, compro cose vintage. Poi torno in ufficio e raccogliamo tutta una serie di informazioni, da libri, da cose… e da lì cominciamo. Nel giro di tre settimane-un mese, decidiamo quale è il tema, i colori principali, il concetto. E cominciamo a sviluppare un’idea e, di solito, la sostanza di quello che si vedrà in sfilata non cambia. Si evolve».

Qual è il tuo lato eccentrico?

«Nessuno me lo ha mai chiesto. I miei assistenti ogni tanto dicono che ho un deficit di attenzione, un ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ndr): la voglio leggere come una mia eccentricità. In realtà l’ADHD è una malattia dei bambini, quelli che non riescono a stare fermi o zitti».

E dal punto di vista estetico?

«Mi piacciono gli oggetti belli. Se vuoi considerarla un’eccentricità, nel mio appartamento ho tanti cristalli. Mi piace l’energia dei cristalli, il loro colore».

Progetti futuri ed evoluzioni?

«Mi piacerebbe lavorare per il cinema».

Sogni da realizzare?

«Costruire una casa enorme davanti al mare. Poi espandermi nel mio lavoro, fare più cose. Comunque è un momento molto eccitante. Difficile, ma eccitante. Vorrei far parte di questo cambiamento, non solo filosofico, ma anche del gusto, del design. Ci sono tante possibilità. È un momento nel quale si aguzza l’ingegno: quando tutti se la godono e stanno seduti, non cambia nulla».

Se dovessimo definire la tua moda?

«Design reale per gente reale che ricerca un prodotto con significato e valore di design, ma che funziona nella vita di tutti i giorni e che dà anche un po’ di allegria».

Metteresti al centro benessere, corpo e divertimento?

«I miei casting sono sempre composti da ragazzi belli, atletici, che trasmettono sicurezza. “Confidence”. C’è in quello che faccio anche un pizzico di ironia. E questa è una cosa italiana. Poi il mio uso, anche forte, del colore. Anni fa abbiamo presentato dei leggings con i quali potevi vedere anche chi era circonciso, o ricordo un’altra sfilata con T-shirt o giubbotti corti che mostravano gli addominali. Tutto riguarda il corpo… Il corpo e l’atletismo, che poi fa parte della storia stessa di Calvin Klein».

Parola e colore preferiti?
«Colore, blu: spirituale e sta bene a quasi tutti. Parola: è inglese e non c’è una vera traduzione, è onestà misto a trasparenza: “integrity”. È anche non pretendere di essere quello che non sei».

Testo: Renata Molho

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