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Oliver Sim, natural performer


Lo strano destino di Oliver  e degli XX: nati per essere un gruppo indie di culto ma travolti dal successo

“Ha un bel colore la tristezza, il colore della nebbia“. È lo stile Oliver Sim, bassista e cantante degli XX, la pop band che sta sbancando le classifiche di tutto il mondo con un sound etereo fatto di gorgheggi, melodie rarefatte e disegni ritmici new age. Una declinazione soft della musica dark e depressiva dei primi anni Ottanta. Veste sempre di nero Mr. Sim, 23 anni e un passato da studente d’arte a Londra. “Se parliamo di look, il mio faro è il minimalismo total black di Raf Simons, direttore artistico di Dior. Quello che ha disegnato per Jil Sander resta nella storia della moda”. Oliver è un ragazzo trasparente, non cerca di vendersi per quello che non è e, agli altri, si racconta come “un timido che prende a pugni il sacco della boxe in una palestra-ring di East London per allenarsi a resistere agli urti della vita”. E alle ripercussioni del successo globale, improvviso ed imprevisto. “Avere il dono dell’arte non significa essere pronti per un palco. Io gioco perennemente in difesa, mi mimetizzo nel delirio di faretti accecanti del nostro impianto luci. Ci sono e non ci sono, occupo a malapena il mio spazio vitale. Con noi non c’è e non ci sarà mai l’effetto Beyoncé, noi non siamo natural performers. Lei sale sul palco e con il suo carisma si prende tutta l’arena. Dopo Michael Jackson, nella evoluzione del pop, viene lei. Vorrei scriverle una canzone, ma non so come fare a dirglielo. L’ho avuta di fianco, a cena, nel backstage di Glastonbury, ma non sono riuscito a spiccicare una parola”. Persa un’occasione, se n’è presentata subito un’altra: “Saliamo in scena a Coachella, in California, e nel pit dei fotografi appaiano Jay Z e Beyoncé, che fanno cenni di saluto e sorridono. Finito lo show, ho cercato di raggiungerli, ma erano già in auto. Peccato”.

Guarda sempre lontano, Oliver, perennemente in bilico tra pessimismo cosmico e lungimiranza: “In questi mesi siamo diventati la colonna sonora di tutto ciò che è trendy. Le canzoni di Coexist sono entrate nell’orecchio degli ambienti che fanno tendenza, che contano. Karl Lagerfeld ha usato la nostra musica come colonna sonora delle sfilate autunno/inverno 2011. La stampa inglese ci coccola, esalta tutto quello che facciamo. Ma chi fa questo mestiere sa bene che più velocemente sali in alto e più il tonfo rischia di essere rumoroso”.

Courtney Love nel camerino — Non è mettere le mani avanti e nemmeno cinismo, ma solo autodifesa: Sim e i suoi compagni di band, che un tempo furono anche compagni di scuola, si erano costruiti un ecosistema perfetto, fatto di amicizia e di quattro mura, quelle della loro sala prove, dove sottrarsi al mondo e suonare anche per 15 ore al giorno. “Quando nella stravagante sintonia tra pallide creature della notte come noi irrompe la fama, iniziano le vertigini. Eravamo attrezzati per essere una indie band di culto. Ora, siamo ovviamente spiazzati. Se fai ghost music per orecchie delicate, come la nostra, non ti aspetti il primo posto nella classifica inglese davanti ad Adele. E nemmeno che un giorno Courtney Love irrompa nel tuo camerino per dirti che la tua musica la fa sognare”.

Certo, gli esordi non erano stati esattamente incoraggianti. Tutta colpa di un’avvenente fanciulla che gli aveva passato un biglietto sul palco nel mezzo di una delle prime esibizioni. Un numero di telefono? Un messaggio romantico? "No, un pezzo di carta stropicciata con una frase: Ma ce la farete mai  a suonare musica decente?”. A risollevare il morale della truppa, arrivò provvidenziale, dopo poche settimane, la trionfale vittoria ai Mercury Prize Award, uno dei premi più ambiti del music business inglese. "Essendo noi alla cerimonia, i rispettivi parenti avevano preso in affitto un intero bar per seguire in tv l’evento. Quando il conduttore della serata ha pronunciato il nostro nome, sono impazziti. Hanno iniziato a festeggiare come se l’Inghilterra avesse vinto i Mondiali di calcio”.

Romantico, crepuscolare, riservatissimo, Sim vive il suo magic moment senza desideri di condivisione. “La perdita di intimità che si cela dietro la parola share mi paralizza. La mia vita non è un libro aperto, non voglio condividere con il resto del mondo le vacanze con la fidanzata, il piatto preferito, le mie ansie quotidiane. Ho sempre voluto immaginare i miei idoli come lontani, irraggiungibili, circondati da un alone di mistero. Se un artista 'cinguetta' per giorni divagando sul suo snack preferito, la magia scompare. E resta solo il gossip fine a se stesso”.
Il sesso in testa — Se ne deduce che le intense e strazianti vicende d’amore descritte nelle loro canzoni siano frutto di fantasia e non contengano in alcun modo riferimenti personali. “Sono dialoghi immaginari tra persone che si attraggono, come se qualcuno riuscisse ad intercettare le più segrete conversazioni d’amore. I protagonisti di quei testi non hanno sesso, identità e nemmeno un luogo di provenienza: esistono solo nella nostra testa. Gli amanti dei nostri brani non siamo noi. Per una questione di privacy, ma anche perché sono convinto che i dettagli personali limitino l’immaginazione di chi ascolta la nostra musica”. Ci gira spesso intorno senza affondare il colpo, ma dietro queste dichiarazioni c’è anche un messaggio esplicito: “Io e Romy (l’altra vocalist della band, ndr) non siamo una coppia, anche se tutti pensano il contrario. C’è ancora molto da fare per sdoganare il concetto di amicizia tra un uomo e una donna. Lo dico solo per fare chiarezza, ma parlare di queste cose non mi piace”. In quest’ottica non sorprende la scelta del logo del gruppo: due grandi X, fredde e impersonali. “Se potessi rinascere artisticamente vorrei essere Sade: bella, brava, amata da milioni di persone, ma refrattaria alle incursioni nella privacy e ai giochini sporchi dello star system”.

Testo di Gianni Poglio