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Wenders tra architettura e cinema


In libreria i 21 luoghi dell’anima del regista tedesco

Attraverso i suoi film Wim Wenders ha sempre dimostrato una capacità di vedere, riconoscere e riproporre luoghi che esaltano il valore dell’architettura e la sua integrazione nel paesaggio. Ritroviamo la stessa abilità quando il regista si mette dietro la macchina fotografica. In oltre vent’anni, Wenders ha realizzato un’infinità di scatti, alcuni dei quali raccolti da Carlo Truppi nel volume Vedere i luoghi dell’anima con Wim Wenders, edito da Electa, in libreria dal 18 febbraio. Tutte le 21 immagini che compongono il libro sono scattate in America, nel New Mexico, nel Montana, in California e nel Texas. Un continente che ha affascinato il regista tedesco fin da adolescente, quando si lasciava travolgere dai romanzi di Chandler, dalla musica rock… e dalle riviste di architettura. Lo scopriamo nella prefazione del libro, in cui Wenders scrive "Quand’ero bambino i miei genitori non erano abbastanza ricchi da possedere una casa. Sfogliando le riviste di architettura che venivano dall’'America vedevo edifici che non avevo mai visto. Verso i sei, sette anni ho cominciato a immaginare una casa per noi, e a disegnarla, basandomi sulle immagini degli architetti che vedevo nelle riviste. È stato il primo lavoro creativo che io abbia fatto. Ho capito che gli architetti ci offrono nuove possibilità, quelle di vivere, di vedere le luci in un modo nuovo e credo che l’architettura abbia molto influenzato il mio modo di fare cinema. Credo che in questo il cinema sia molto simile: invita le persone a entrare in uno spazio, a disimparare tutto quello che hanno imparato fino a quel momento e a vivere in un mondo completamente diverso da quello in cui vive lo spettatore””
Grazie a questo volume scopriamo angoli nascosti dell’America, ma anche motel di periferia, stazioni di benzina abbandonate, strade lunghe e polverose, paesaggi sconfinati. E troviamo le foto scattate da Wenders nel 2005 durante la lavorazione di Non bussare alla mia porta, il film che più di altri s’ispira ai dipinti di Edward Hopper, caratterizzati dallo stesso senso di sospensione e di perdita di punti di riferimento. "Per me i paesaggi non sono solo scenografie ma un elemento attivo come gli attori e portano altrettanta emozione", dice il regista.  (carla brazzoli)

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