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Tobey Maguire: l’intervista


"Io trovo sempre la mia strada. Io sono come l’acqua". Tra un passato appeso a un filo, e il futuro che è una partita a scacchi

di Raffaele Panizza

C’è una mosca, vegana almeno quanto lui, che svolazza intorno al vassoio di tofu e verdure che s’è fatto portare diligentemente in ufficio. Fuori dalla finestra, Los Angeles suona il suo consueto tamburo di luce. Dentro, mobili minimalisti di frassino chiaro e un quadro bianco con una grossa X nera fanno da sfondo alla sua camicia a quadretti, la barba lunga e scura («Se non sono sul set, non la rado mai») e la faccia di chi s’è appena svegliato e vorrebbe essere ovunque, ma non dietro una scrivania.

A 38 anni, Tobey Maguire (che nel frattempo ha mancato di grosso l’insetto, nel maldestro tentativo di colpirlo col palmo della mano, come a dimostrare di non essere davvero Spiderman), ha deciso che la sua seconda vita sarà più creativa che interpretativa: a Los Angeles ha fondato Material Pictures, una casa di produzione che in pochissimi anni ha già collezionato successi come Rock of ages e Seeking Justice, e inanella in prospettiva progetti grandiosi come Good people (con James Franco protagonista) e Robotech, vecchio pallino di Tobey, da realizzare in collaborazione con la Appian Way dell’amico di una vita, Leonardo DiCaprio. «Ricordo ancora il giorno del nostro primo incontro, venticinque anni fa, alle audizioni di Parenthood: c’era questo ragazzino strano, magrolino, che sembrava fregarsene di tutto e pareva un po’ goffo. Dissi a me stesso: questo tizio posso farmelo amico, perché a occhio e croce, da lui, non ho niente da temere. L’amicizia rimase. La parte, invece, andò a lui».

Figlio di una segretaria d’azienda diventata sceneggiatrice e di un lavoratore edile con la passione per la cucina, Maguire subisce la separazione dei genitori, al tempo poco più che adolescenti, quando non ha ancora compiuto due anni. Viene sballottato da una città all’altra, da una scuola all’altra, spesso affidato agli zii e agli amici: «Capitava di dormire sul divano, a casa di semisconosciuti. Persino in dormitori pubblici, qualche volta». Tanto che alla fine, come il più classico dei drop out, si ritira dal liceo e non completa gli studi: solo in seguito prenderà un Ged, un certificato di preparazione superiore, da privatista. Attore bambino, debutta in The Wizard nel 1989, lavora con Chuck Norris in Walker Texas Ranger fino alla svolta coi ruoli da protagonista in Ice Storm e Pleasantville, Le regole della casa del sidro e Seabiscuit.

Una vita di successo disperato, in preda per larghi tratti «a una natura compulsiva e portata all’assuefazione», dentro e fuori dagli incontri, rivelati sempre a mezza voce, con altre anime alla deriva nelle stanze degli alcolisti anonimi. E infine l’oggi, età del primo equilibrio, sposato con Jennifer Meyer (figlia del presidente degli Universal Studios e designer di gioielli), padre di due figli, consacrato da Il grande Gatsby e innalzato al successo planetario nei panni di Spiderman. Una vita a oscillare sugli abissi, anche la sua. Sorretto, anche lui,  da una collezione di superpoteri che hanno sempre provveduto a salvarlo dalla caduta fatale.

Qual è l’insetto che pungendoti ha cambiato il tuo genoma per sempre?
Il ragno dell’ambizione, direi.

Ambizione verso cosa?
Ambizione di vivere una vita grandiosa, di essere protagonista di un’esistenza eccezionale, una versione potenziata del comune stare al mondo. Una spinta che ho avuto sin da adolescente, anche nei momenti più autodistruttivi...

(L'intervista completa è sul numero di Icon in edicola dal 3 ottobre)

Foto: Hedi Slimane per Icon
Fashion editor:   Andrea Tenerani