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Stephen Dorff


In fuga dall’ombra, ha lasciato le diavolesse dietro le spalle e le cattive compagnie a un’ora di strada («sono troppo pigri per venirmi a cercare»). Incontro con una stella senza maestri, in attesa di un rullo di tamburi.

Yesterday is history. Tomorrow is a mistery. Today is a gift. That’s why we call it “the present”». La prima cosa che fa Stephen Dorff, dopo tante facce da sofisticato cowboy regalate alla macchina fotografica di Icon, è sollevare la manica della T-shirt e mostrare il tatuaggio dettatogli dalla madre prima di morire. Una perdita diventata ossessione, per lui. Un occhio nel cielo che lo telecomanda sempre, che dà voti al presente e al passato, che ha trasformato la sua vita in una gara a colmare aspettative e mantenere promesse: «Be’, a parte quella con le sigarette. Le avevo giurato che avrei smesso di fumare. Ma non è possibile. La vita è fatta di troppe ore d’attesa. E io non so aspettare. Sono un mostro scalpitante. Sempre dai dai dai!».

In un istante, la texture interiore di questo divo di Hollywood è svelata. Una trama fatta di seta nera, cuoio marrone e non pochi strappi. Di film di caduta e redenzione come Somewhere di Sofia Coppola, e di odio e guerra come Zaytoun (girato in Israele, ha recentemente vinto un premio del pubblico al Toronto Film Festival). «Tutti grandi progetti, ora lo posso dire», fa Stephen col suo accentaccio del west: «perché io non faccio film per soldi. Fare film per soldi fa schifo», dice. Poi tira fuori l’iPhone e accenna agli ultimi sms scambiati con Emanuela (Postacchini), la giovane attrice italiana con cui ha vissuto una storia d’amore lunga due anni. Racconta di un litigio feroce, che non vorrebbe perderla, e chiede se per caso posso dirglielo anch’io, se mai mi capitasse di incontrarla a Milano, che lui la ama davvero. Dal cuoio alla seta agli strappi, ancora una volta. La connessione tra esseri umani è una cosa rara. Ma Dorff non fatica di certo a cercarla e crearla. La parola che pronuncia più spesso è “buddy”, a metà tra compare ed amico. Gli aggettivi che utilizza più volentieri sono “crazy” e “great”. Great come la campagna che ha appena scattato per Hogan a Cinecittà. Crazy come i suoi 39 anni vissuti in quel posto dell’immaginario, contenitore inadeguato per la vita vera, che si chiama Hollywood.

Quando hai capito di essere diventato cool?

«La svolta è arrivata grazie a Sofia Coppola. È stata lei a rimettermi nella geografia delle persone importanti».

I punti cardinali del tuo mondo interiore quali sono?

«Primo: avere sempre un punto di vista forte e personale. Secondo: vivere una vita avventurosa. Terzo: governare la qualità della propria immagine. Se non fai questo, l’ombra ti inghiotte».

E a te è successo davvero di essere inghiottito. Sei riuscito a spiegarti perché?

«Ci si inabissa quando si spreca. Talento, tempo. E anche soldi».

Ne hai buttati tanti?

«Sempre stato uno sciupone, io. A vent’anni sono andato a vivere allo Chateau Marmont (il lussuoso hotel di Los Angeles dove sono morti John Belushi e Helmut Newton e dove è ambientato Somewhere, ndr), e ci sono rimasto due mesi. Un giorno torno in camera e trovo il conto infilato sotto la porta: 90 mila dollari. Chiamo la reception e dico: “Ok, sentite quelli del mio staff, ci penseranno loro”».

E invece?

«Dopo mezz’ora ricevo la telefonata del mio agente: “Steve, guarda che i soldi sono finiti da un pezzo”».

Sembra una scena di Somewhere. Incredibile quanto siano sovrapponibili quel film e la tua vita.

«Compresa la sequenza della caduta dalle scale dopo una notte di bisboccia. Per fortuna ho la scorza dura e non mi sono rotto niente».

Compresa la scena delle due lapdancer private nella camera da letto, immagino.

«Esatto, compresa quella. Il giorno delle riprese è venuto sul set Francis Ford Coppola e mi ha trovato in mutande, in camera, con queste due fantastiche ballerine mezze nude. Il giorno successivo è tornato e mi ha beccato come mamma m’ha fatto, appena uscito dalla doccia, che gironzolavo per i corridoi del Chateau. Ricordo che la sera stessa Sofia s’avvicina e mi fa: “Papà è furioso. È convinto che stiamo girando una specie di film porno”».

Hai mai combinato qualcosa di irrimediabile per i debiti?

«La cavolata più grossa è stata svendere a quattro soldi un quadro di Andy Warhol. Se becco chi ce l’ha, me lo ricompro».

Lasciare Hollywood per Malibu è stato il tuo modo per troncare con quel tipo di passato?

«Non c’è dubbio. Da Hollywood a casa mia c’è più di un’ora di strada e i soggetti più pericolosi sono troppo pigri per venire fin lì. Di solito ci sono gli amici che portano i cani a bighellonare sulla spiaggia, mia sorellina che viene a fare surf e io che preparo margaritas alla fragola per tutti».

Possiedi una megavilla?

«Macché. È una casa di legno e vetro da duecentosessanta metri quadrati, arredata in nero e marrone. Quadrata, a tinte nette, un po’ anni 70, molto maschile: si vede che è la casa di un uomo che vive solo. Per quello che pago d’affitto potrei permettermi una mansion come quella di Hugh Hefner di Playboy, ma la mia scatoletta sulla spiaggia mi piace troppo».

Nel garage che auto c’è?

«Una Porsche Panamera, che cambio abbastanza spesso. Mica per vanità, eh!, è per via dell’aria salata, che alla lunga si mangia la carrozzeria. La ruggine sui macchinoni è l’argomento preferito di chi vive nella Marina».

Un quadretto pacificato, tutto sommato. Credi davvero che possa durare? Di solito il demone non si scaccia così facilmente.

«Il demone lo sazio quando vado a New York, dove ho comprato una casa vicino al Meatpacking District. Un quartiere pieno di negozi di bondage, sexy shop e altre robe strane. Ogni tanto mi capita d’affacciarmi alla finestra e vedere gente che fa sesso giù in strada. “Hei!, ragazzi, dateci giù duro, questa è New York!”, strillo loro dalla finestra. Se hai voglia di una scossa, quello è il posto perfetto».

Cosa ti piace regalare?

«Scarpe da donna, alle donne che amo. Ne compro in continuazione: per la mia agente, la mia publicist, le amiche, mia nonna. E cose di gran marca di solito: Louboutin, Manolo Blahnik, Jimmy Choo».

Ne regalavi anche a Pamela Anderson?

«Ovvio. Pam era la mia vicina a Malibu e siamo stati insieme quattro mesi. Una tipa pericolosa. Parecchio strana. Stare con lei era un po’ come vivere in un circo ventiquattr’ore su ventiquattro».

Mamma che diceva?

«Osteggiava la relazione con tutte le sue forze. Per lei Pamela era il diavolo.»

Ti osservavo prima mentre posavi. In molte espressioni ricordi Jack Nicholson.

«Beh, è un gran complimento, grazie. Jack è l’uomo più brillante che abbia mai conosciuto e di gran lunga la persona più divertente di Hollywood. Appena ne abbiamo occasione passiamo del tempo assieme, andiamo allo stadio a vedere le partite dei Lakers, parliamo di film e della sua passione per le serie tv sdolcinate, tipo Downton Abbey. E poi, onore riservato solo ai più grandi amici, mi registra in continuazione le sue musicassette. Riversare dischi sui nastri Maxell che compra in rete è il suo passatempo preferito».

Sei stato anche buon amico di Dennis Hopper. Aveva hobby strani anche lui?

«A Dennis compravo la marijuana, che in California è legale. Lui si faceva fare la prescrizione medica e io andavo nei bugigattoli di Venice Beach a prendergliela. A ottant’anni suonati avrebbe voluto acquistarsela di persona, ma io glielo impedivo: “Dennis, ma che cavolo dici?, Non puoi, sei un’icona, tu!”».

Come spieghi questa attrazione verso uomini così avanti nell’età?

«È un retaggio dalla mia infanzia. Da piccolo mi sentivo sempre incompreso. Gli anziani erano gli unici che avessero la pazienza e la saggezza per guardare cosa ci fosse oltre la mia aggressività».

Sei stato espulso da scuola?

«Espulso non è la parola giusta. Diciamo che mi è stato chiesto fermamente di andarmene».

Risse?

«No. Credo che il motivo vero sia che non volevano che recitassi, che mi assentassi da scuola per provare i casting, insomma, che seguissi il mio destino. A loro piacevano i secchioni. Ma sai che fine hanno fatto i secchioni del mio liceo? Gestiscono pompe di benzina».

Che energia pensi di trasmettere agli altri?

«L’intensità. E una carica maschile che certe volte è più forte persino della mia poliedricità artistica. Questo sul lavoro mi condiziona. Da Blade in poi, volente o nolente, sono sempre il cattivo».

Sei uno che nella vita esplode e distrugge?

«Cerco di trattenermi, però non sempre ci riesco. Così, per non spaccare troppi mobili, mi sono trasformato in un grande scagliatore di Blackberry. Non so quanti ne ho distrutti in vita mia, sinceramente».

Hai trovato anche altre strade per lenire il dolore?

«Compongo musica. Pezzi strumentali, cose ispirate alle parti che interpreto o a episodi che mi capitano. È la colonna sonora della mia vita. Credo che ogni uomo dovrebbe avere in testa una musica che lo trascina, un rullo di tamburi che gli altri percepiscono appena entra in una stanza».

Tuo padre, da compositore, riguardo alla musica ti ha insegnato qualcosa?

«Niente. A me non piace prendere lezioni da nessuno. Chi insegna, di solito, lo fa perché ha fallito».

Atteggiamento presuntuoso.
«Può darsi, ma sono fatto così. Io vivo. Io faccio. La mia scuola, presuntuoso o no, sono io».

Foto : VanMossevelde+N 

Testo:  Raffaele Panizza 

Fashion editor:  Andrea Tenerani
Styling: Ilario Vilnius