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Louis Simonon: i Clash, mio padre e la musica


Modello e musicista, stessi lineamenti dell’icona del rock Paul, si racconta tra gli scatti di un fotografo e le note di una vita

di Gianni Poglio

Parla con un filo di voce senza nascondere l’evidente timidezza di fondo, Louis Simonon, figlio di Paul, leggendaria icona rock che ha speso i suoi vent’anni suonando nella punk band più influente del mondo: i Clash. 
«Ogni volta che riguardo la copertina del vinile di London Calling stento a credere che quello immortalato mentre sfascia il basso su un palcoscenico di New York sia mio padre».
Ha gli stessi lineamenti di papà il ventenne Louis, lo stesso sorriso beffardo e vagamente malinconico. «Io di mio padre conosco solo il normal side, l’uomo che vedo nelle foto d’epoca è un’altra persona, un estraneo», racconta mentre, alle sue spalle, nei locali bianco panna di un’agenzia nel cuore di Chelsea va in scena un casting di aspiranti ragazze-copertina in bikini. Vive in bilico tra la carriera di modello e quella di musicista, Simonon junior. I suoi primi scatti fashion (a cura di Hedi Slimane) sono finiti sulla cover di Dazed and Confused; gli ultimi, sono nel portfolio della campagna autunno-inverno di Benetton.

Non sento il calore — «Tutto è nato per scherzo. Mi diverte giocare con la mia immagine: mettermi in posa è una cosa naturale e anche relativamente facile. Non lo scopro certo io il legame che tiene insieme da sempre musica e moda. La compatibilità tra suoni e look è la chiave per comprendere i grandi fenomeni del rock’n’roll: Elvis Presley nei Cinquanta, i Sex Pistols nei Settanta e i Nirvana nei Novanta hanno stregato intere generazioni, anche perché quel che indossavano calzava perfettamente con quel che usciva dagli amplificatori», spiega mentre le dita tamburellano nervosamente su una tazza bollente di caffè nero. «Non sento il calore, i miei polpastrelli sono quasi insensibili». Cose che succedono ai bassisti. «Fare musica», prosegue, «è un po’ più complicato che piazzarsi davanti a un obiettivo e farsi fotografare. Comporre canzoni al basso, che è uno strumento principalmente ritmico, non è la cosa più eccitante del mondo. Molto meglio interagire con altri artisti; ma il concetto tradizionale di band mi va stretto. Preferisco pensare a collaborazioni con musicisti di passaggio. L’alternativa è imparare professionalmente a usare i software per produrre musica e diventare un one man band».

Passione italiana — Ti aspetti che tra le sue influenze musicali Louis citi i guru dell’elettronica di questi anni oppure i Green Day, Jake Bugg, Anna Calvi. Niente da fare: il suo compositore preferito è un italiano che scrive colonne sonore da 50 anni. «Adoro Ennio, i temi musicali che accompagnano i suoi film sono straordinari. Quella di Morricone non è musica generazionale, è musica per sempre. Quella che invece vorrei fare io è una musica senza confini, capace di attrarre pubblici diversi, apparentemente inconciliabili tra loro», dice mentre le dita continuano a picchiettare sulla tazza di caffè come sulla tastiera di un pianoforte. «Lo sa che in una cartella segreta del mio computer», rivela, «c’è una manciata di brani che ho scritto da solo? Non li ho mai fatti ascoltare a nessuno». Nemmeno a papà? «Men che meno a lui. So bene che muore dalla curiosità, ma non se ne parla nemmeno. D’altra parte, lui faceva così con me e mio fratello (Claude, anche lui modello; ndr): si chiudeva in una stanza, strimpellava strumenti, scriveva canzoni e non le condivideva con nessuno della famiglia. Molti dei suoi pezzi li ho sentiti per la prima volta dopo che sono stati pubblicati. Niente di cui stupirsi: è lo stile Simonon».