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Parigi Fashion Week, la moda uomo per l’inverno 2017/2018


Dichiarazione emotiva, gentile distorsione. In passerella l’alterata classicità della moda maschile. Ecco il meglio, day by day, della fashion week parigina

di Annalisa Testa

Non accetta ritardi. Non concede posti in eccesso. La sfilata di Pierpaolo Piccioli, rimasto da solo al comando della maison Valentino dopo la dipartita di Maria Grazia Chiuri, diventa una magia accessibile a pochi. Hôtel Particulier d’Iéna, 16° arrondissement parigino, ora del tè. Un piano nobile ovattato da tappeti persiani e quadri a olio alle pareti. Pochi ospiti, tutt’un fremito. Cinquantun look che sfilano veloci come su una pista da running. D’altra parte il nuovo uomo Valentino indossa sneaker tecniche, anche con i completi più formali.

Archiviate le borchie rockstud i capi della nuova collezione parlano (anche Fendi a Milano ha fatto dire qualcosa ai suoi abiti). Cantano. Forse urlano. Cosa? God save the Punk? Potrebbe essere una giusta interpretazione. Gli slogan emotivi sono di Jamie Reid, artista britannico artefice di uno stile iconografico che confluirà poi nel punk (indimenticabile la cover dell’album dei Sex Pistols Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols) con cui Piccioli sceglie di collaborare per il suo debutto da single. Un lettering ritagliato dalle pagine dei quotidiani e incollato o ricamato com un intarsio, sui bordi di cappe e mantelle lunghe fino ai piedi, su pullover rosa shocking, cappelli da baseball e sulle spalle di cappottoni grigi. Sono dichiarazioni di bellezza. “Beauty is a birthright. Reclaim your heritage”. “It seemed to be the end until the next beginning”.

In analisi, la collezione è molto ordinata. I pantaloni si allungano, coprono parte della tomaia delle sneaker azzurre e arancio, rosa, bordeaux e rosso fuoco. I blousons sfiorano i ricordi di certi anni Settanta, macrocheck come plaid, striature animalier, vernice e casentino. E ci sono poi  pullover in shetland, camicie plastron con un sottilissimo nastrino a mo’ di cravattino, portadocumenti e borse da palestra. La scheda colore è gentile nei toni: del verde menta (il più bello), dei blu, dei beige e di nuovo nel rosa. Più shock invece nel rosso fragola e nell’arancio nuance quasi fluo che illuminano una nuova strada più spontanea, senza troppe riverenze.

Co-Branding come nuova regola. È la dichiarazione più forte di questa fashion week parigina. Se Valentino chiama Jamie Reid, Balenciaga arruola Demna Gvasalia di Vetements per rielaborare uno stile che viene dalla strada, ecco che Kim Jones per la collezione della prossima stagione fredda di Louis Vuitton si allea a Supreme brand che incarna il multiculturalismo, tanto caro al direttore artistico delle collezioni uomo. E i social si infiammano. Nuovo riferimento estetico: New York. Il dinamismo degli anni Ottanta e Novanta. Quello di artisti e musicisti le cui opere hanno portato a a sdoganare, forse per la prima volta, la libertà di collaborazione per creare nuovi lavori. Vedi Jean-Michel Basquiat, Julian Schnabel e Andy Warhol. Da qui l’ispirazione. Stili che coesistono, che si fondono in uno styling perfetto che arriva dalle strade di Manhattan. Denim in stile Harlem, fit come ballerini di Hip-Hop, zampe da Studio 54.

E il timbro Supreme dappertutto come nuovo Monogram. Kim Jones riesce, di nuovo, a trasformare la complessità in qualcosa che appare molto più semplice. “Eleganza street” la definisce lui stesso. Fatta di camicie di seta come pijami, cashmere con tagli vivi, pelle di alligatore, stampe riprese dagli archivi degli anni trenta, nuance tabacco e denim giapponese. Braghe ampie, maglioni over, casacche da baseball e trench in nappa. Una fusione non solo tra brand, forse più una mescola di stili, quello dello streetstyle newyorkese e il savoir faire à-la-française.

Ma se le collezioni Valentino e Fendi, Louis Vuitton e Balenciaga dichiarano a gran voce slogan, maxiloghi o strilli da copertina ecco che la prima parola di Lanvin è “NIENTE” stampato in bold su una sciarpa rossa. Niente, dice Lucas Ossendrijver, direttore artistico del menswear della maison. Nessuna collaborazione, nessun logo, nessuno slogan. La sua attenzione è solo sulla costruzione e sulle proporzioni dei capi. È li che vuole portare l’attenzione dello spettatore. Sugli elementi chiave del guardaroba maschile, camicie a quadri, giacche a vento over, dettagli mariniere o chinos, cappotti over con tagli laser e inserti in lana, giacconi da trekking, t-shirt tagliate di sbieco. Il tutto è stato rielaborati, arricchito e sublimato, senza mai diventare oggetti troppo preziosi. Perché nel nuovo guardaroba di Lanvin il lusso non è nella decorazione ma nella semplicità.

Riccardo Tisci da il via al suo defilè nell'istante in cui Donald Trump stappa la prima bottiglia di Champagne alla Casa Bianca. Concidenza vuole che la collezione di Givenchy sembra guardare proprio all'America, il West side, più che altro. Liberatosi del suo lato più dark Tisci disegna stelle e strisce e totem come maschere kabuki giapponesi su silhouette decentrate, forme allungate, stratificazioni di felpe, montgomery con ampi colli e doppipetto con bottoni come pulsanti. Attrazione magnetica poi verso le top scelte da Tisci e la sua casting director, Patrizia Pilotti. Con abiti vittoriani ecco così Bella Hadi, Kendall Jenner, Joan Smalls e Mariacarla Boscono.

Si oppone a tutto quello che è stato detto prima di lui. Kris Van Assche è dell'idea che i giovani non siano solo alla ricerca di capispalla dai fit over, comfortable, denim e sneaker, felpe e bomber oversize. L'idea che non siano più alla ricerca di abiti sartoriali è un falso. Il problema, secondo il designer e direttore artistico di Dior Homme, è che nessuno gli ha mai dato il guisto tailoring. Ora, la sfilata sembra un rave party koreano. Occhiali over con lenti a specchio, workwear pants con sneaker e calze bianche, fit aderenti, maniche a tre quarti e guanti di pelle. Dal catwalk alle felpe, fino ai berretti e ai pull verde acido, il nuovo hashtag è #HarDior.

Véronique Nichanian, il talento femminile dietro all’universo maschile di Hérmes, definisce il suo show parigini “Rock-mantic”. Una forma di comunicazione più libera di quello che è la mascolinità classica. Rock sono i giubbotti in pelle con foderla in shearling, i boots militari con lacci a contrasto, i pantaloni in pelle attillati e i cappotti che collassano sulle spalle abbracciati da ampi marsupi tracolla tanto cari alla maison. Romantic, invece, i doppipetto con chiusure oblique, voluminosi maglioni a collo alto, pantaloni rilassati e completi in luccicante velluto. Nessun urlo di stupore, ma la certezza di capi che saranno per sempre.

Debutto poi di Haider Ackermann a casa Berluti. Compito difficile quello di mantenere l’integrità del marchio pur mettendoci qualcosa di proprio. Che il nuovo direttre creativo della maison, appena entrata nel gruppo LVMH, ci sia riuscito? Sembra di si. La collezione è molto precisa. Capi chiave sono il camel coat e l’aviator jacket in pelle nera con inserti in coccodrillo rosso sul collo. Il giubbotto in nylon rosa foderato in cashmere e maglioni a collo alto ampi, senza cuciture, destinato a diventare una seconda pelle del prossimo inverno. Borsono da portare sottobraccio, completi in velluto e uno smoking blu reale da indossare anche di giorno.

A chiudere le danze parigine è Kenzo con un defilè che raccontava il dietro le quinte di una sfilata. Al centro, sarte e truccatori, parrucchieri, stylists e addetti alle luci.  Protagonista una collezione urbana ispirata all’alta quota. Materiali super tecnici e styling da sciatore. Giacconi da snowboard, lunghi parka come trapunte sovrapposti a bomber macrocheck. Pantaloni jogging, completi total white, cappe con tinture effetto spray art e sneaker boots ai piedi.