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Serge Pizzorno, incontro con Mr. Kasabian


Abbandonarsi a “deliranti viaggi onirici”, discutere di donne con gli Oasis, far vibrare uno stadio, con una canzone o un pallonetto all’incrocio: per lui vivere è stare al centro di un tornado

di Gianni Poglio

Il mio tempo erano gli anni Sessanta, al massimo l’inizio dei Settanta. Quando mi abbandono a deliranti viaggi onirici vintage, vedo me stesso come in un film, seduto in un club di Manhattan mentre sorseggio whisky con Salvador Dalì, Andy Warhol, Amanda Lear e Lou Reed. Oppure a Londra, sul palco con gli Spiders from Mars di David Bowie a suonare le canzoni dello Ziggy Stardust Tour. Se solo avessi una macchina del tempo, saprei benissimo dove farmi trasportare». Non lo dice subito, ci pensa un po’, poi declama: «Su una spiaggia californiana del 1967 con Jim Morrison. Giusto per farmi spiegare dalla sua viva voce come si fanno ad attraversare le porte della percezione. Che cosa gli direi? “Ehi Jim, passami quella roba che stai fumando!”». Sogni di una vita rock’n’roll dai sapori d’altri tempi che svaniscono nel silenzio ovattato di un salone-atelier a due passi da Chelsea, nel cuore di Londra, dove si sta svolgendo un evento G-Star di cui è testimonial. Quattro bicchieri di spumante, una dozzina di pasticcini e tartine salate a portata di mano, look total black e un gingillo color argento a forma di teschio da far scorrere incessantemente tra le dita. 

«Ho un’ossessione per i teschi», spiega Serge Pizzorno, 32 anni, chitarrista e autore dei Kasabian, la band che ha raccolto l’eredità della generazione Brit Pop. «A casa, ne ho venticinque: tassi, topi di campagna, gatti. Ognuno ha una storia da raccontare. Ma non mi prenda per Mr. Bizzarre», si giustifica. «Non sono un uomo morboso. Ho le mie passioni, il mio mondo di riferimento, ma non vivo slegato dalla realtà. A volte, e solo per il mio godimento, mi calo in una dimensione parallela, ma so sempre quando è ora di rientrare alla base», dice sgranando gli occhi, mentre la ciliegia candita del biscotto al burro che sta addentando scivola silenziosa sul parquet. La fissa, abbozza una smorfia di dolore («fuck, guarda che cosa mi sono perso...»), poi cambia tono ed espressione. 

COME UN PREDATORE — «Era scritto nel mio destino che un giorno sarei riuscito a far vibrare una folla. I miei genitori hanno sempre saputo che sarei stato un intrattenitore. Da adolescente ero certo che sarei diventato un calciatore. Avevo talento e qualche chance, ma non la giusta dedizione alla sobrietà e al sacrificio. L’opzione rock’n’roll mi è sembrata da subito molto più eccitante. Pallone o chitarra: in ogni caso volevo provare sensazioni forti. La mia attitudine è quella di un velociraptor, io voglio sbranare la vita, leccare l’adrenalina, superare il muro del suono. No: non sono e non sarò mai un uomo posato». 

Il Balotelli del Brit Pop, si potrebbe dire: «Mario è una popstar che gioca a calcio. L’unico inconveniente dell’essere un fenomeno del football è che a un certo punto devi smettere per ragioni anagrafiche. Nella musica è diverso: finché continui a fare buoni dischi e buoni concerti, il party non si ferma. Basta leggere un paio di pagine delle biografie di Keith Richards e Ron Wood dei Rolling Stones. C’è qualcuno che si è divertito più di loro?».
Che siano quelli i suoi modelli di riferimento lo si intuisce anche dalla scelta degli amici più intimi. In cima alla lista c’è l’ex Oasis Noel Gallagher, classe 1967, fratello di Liam. «Noel è un’inesauribile fonte d’ispirazione: nella musica e nella vita. Durante gli anni del liceo, se suonavi la chitarra eri solo uno sfigato, un nerd da evitare. Poi, sono arrivati gli Oasis e quelli che sapevano strimpellare le loro canzoni se la sono spassata parecchio. Che rivincita: piovevano ragazze». 

CONFIDENZE DA ROCK STAR  — Altri tempi. Oggi, Noel è il suo consigliere più fidato quando si parla di affari di famiglia. «Un giorno, dopo la nascita del mio primo figlio, gli ho chiesto qual era il miglior modo per conciliare lo status di padre con quella di rockstar un po’ borderline. “Ci sono varie scuole di pensiero”, mi ha spiegato, “ma il trucco essenziale per non sfasciare tutto è allungare i tour. Sono strategici i concerti in Australia e in Giappone. Per non parlare dei festival estivi in America. L’importante è non fare cazzate nelle settimane in cui ti concedi”, mi ha ordinato perentorio. E io ho seguito i suoi consigli alla lettera. Quando mi dedico alla famiglia sono irreprensibile e con i piedi per terra. Un padre dolce e persino affidabile».

La quiete prima della tempesta: «Be’, in tour volo alto, altissimo, nel senso che non mi faccio mancare niente. Quando sono in giro con i Kasabian la wild side bussa alla porta e mi ricorda chi è Serge Pizzorno: uno che, quando c’è da divertirsi sul serio, non si tira mai indietro». 
Lucio ed Ennio sono i nomi dei suoi due figli, evidente tributo alle origini italiane. «Mio nonno era un operaio di Genova che si è trasferito in Inghilterra, a Leicester. Si è messo in viaggio con una valigia e il gagliardetto della sua squadra del cuore, che poi è anche la mia. Nelle mie vene scorre sangue rossoblu, nel senso che sono un hardcore fan del Genoa. Lo scorso aprile», continua a raccontare, «mi sono presentato al derby di Marassi. Mi hanno concesso l’onore di scendere in campo prima della partita con maglia e sciarpa della mia squadra. Sono andato a salutare i ragazzi della curva nord. Fantastici. Hanno un repertorio di cori meraviglioso. In quei canti perfettamente armonizzati c’è l’intensità di un gruppo gospel e la potenza devastante dei Queen di Bohemian Rhapsody». 

L'ASSIST DELLA VITA  — La folla che vibra, una delle sue ossessioni più ricorrenti. «Il boato è il sale della vita, è come stare in mezzo a un tornado e uscirne vivi, è il profumo dell’arena, della sfida. Il più bel boato della mia vita? All’Old Trafford di Manchester, e non durante un concerto. Ero l’ala destra in una partita di beneficenza. Le squadre erano composte da artisti inglesi e del resto del mondo. A un certo punto, mi arriva un assist in area di rigore. Mi sposto a sinistra, scruto il portiere e faccio partire un pallonetto velenoso alla Maradona, che si infila lentamente all’incrocio. Roba da standing ovation. Alla fine mi hanno consegnato il premio “Man of the match”. Tutti in piedi ad applaudirmi. Una meraviglia: quel boato mi è entrato nelle viscere».