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Scott Campbell, storie di pelle


Ha tatuato attori e galeotti, fotografi e stilisti. Le sue opere, dicono, sono come racconti

Sta ai tatuaggi come David Guetta alla consolle. Per molti è solo un texano trasferito a Williamsburg, il quartiere più hip di Brooklyn, ma per chi è convinto che il tatuaggio sia arte, Scott Campbell è un idolo. Non sarà un caso che il fotografo più rock d’America, Terry Richardson, si fa tatuare solo da lui, come lo stilista Marc Jacobs e tante star di Hollywood (Orlando Bloom, Robert Downey jr...). Oggi, a 34 anni, è anche un quotato artista, reduce dalla mostra Noblesse Oblige, nella galleria OhWow di Los Angeles (i suoi pezzi vanno dagli 11 mila dollari in su) ed è in procinto di esporre a Londra.

Lei quanti tatuaggi ha?
«Ho perso il conto, è come se ne avessi uno solo, gigantesco. Il primo è stato un teschio sulla gamba. Ne sono seguiti tanti altri stupidi; poi sopra ne ho fatti altri e ormai ho tanti livelli. Per me è l’esperienza che conta. Anche se non li vedo, so che ci sono».

Come ha iniziato?
«Mi ero da poco trasferito a San Francisco con la mia famiglia, avevo 17 anni e un amico mi tormentava per avere un tattoo fatto da me. Era l’immagine di un fossile, perché suo padre era un paleontologo. È stato bello; soprattutto, trovarsi nella posizione in cui qualcuno crede in te più di quanto ci credi tu».

Oggi lei espone alla OhWow. Com’è andata?
«Ho cominciato con i disegni, poi sono passato ai tatuaggi, poi alle installazioni. Vivo alla giornata, 
riesco a mantenermi e questo mi basta».

Meglio tatuare o fare arte?
«L’arte è un sogno. La mia arte riflette i racconti delle persone che si rivolgono a me, mi ispiro ai tatuaggi, alla mia esperienza, alle mie storie preferite».

Il tatuaggio è arte?
«Un’arte popolare, che vive nel momento; non potrebbe stare in un museo: esiste solo per te stesso».

Il tatuaggio è un’arte popolare, che vive nel momento. Non potrebbe mai stare in un museo: esiste per te stesso

Il tatuaggio è un’arte popolare, che vive nel momento. Non potrebbe mai stare in un museo: esiste per te stesso

Perché le celebrities vogliono i suoi tattoo?
«Dipende solo dal gruppo di amici che si frequenta, è bastato farlo a uno e sono seguiti gli altri. Terry Richardson è un amico, come Marc Jacobs».

Qual è il posto ideale per un tatuaggio?
«Il braccio, se vuoi mostrarlo a tutti. Per scegliere bene, chiudi gli occhi e immagina dove lo vedresti».

A New York è frequente vedere persone che hanno tattoo sul volto. Lei li fa?
«No, perché nessuno ricorderà il tuo nome ma sarai sempre il ragazzo che ha il volto tatuato».

E sulle mani?
«A un giovane preferisco di no. Se insiste, però, lo faccio».

C’è un tatuaggio che odia?
«All’inizio disegnavo teschi per dei punk, ma oggi non li amo. La mia fidanzata non ha nessun tatuaggio e mi piace. Ho tante richieste via email e decido quale voglio fare, quali mi sembrano più interessanti, più nel mio stile. Oggi posso scegliere».

Qual è il trend attuale?
«Non c’è trend, tutti vogliono tutto, non come 20 anni fa con i tribali. Dietro la schiena ne ho uno anch’io, che mi ha fatto un santone pazzo a Tahiti».

Come sceglie lei da chi farsi tatuare?
«Se conosco un artista e mi piace la sua energia, voglio qualcosa di lui, indipendentemente dalla bravura».

È molto critico con gli altri tatuatori?
«Lo sono più con me stesso».

Aspetto positivo del suo lavoro?
«Per tre ore senti la storia di una vita, il 90% delle volte mi diverto».

E il restante 10%?
«Dopo 20 minuti, penso: ma questa persona se lo merita il mio tatuaggio?». (Ride).

Cosa dice sua madre del suo lavoro?
«È scomparsa quando avevo 16 anni. Mi diceva: ti perdono se uccidi qualcuno. Se ti fai un tatuaggio no, ti uccido io. Veniva da una famiglia di operai, era bellissima, ha incontrato mio padre, figlio di professionisti, e si sono innamorati. Erano diversi, col tempo si sono allontanati. Associava ai tatuaggi gli ambienti da cui proveniva, per quello non li amava».

Ha tatuato dei galeotti: un modo per espiare?
«No, ero andato nel carcere di Santa Marta, Messico City, solo per fotografare i tatuaggi dei galeotti. È stato più che parlare. Con loro ho creato una macchinetta per farli e mi sono messo all’opera. La cultura dei tatuaggi in prigione è speciale, lì le persone si identificano in un disegno. Emozionante».

È stato anche in Afghanistan…
«Per due settimane con i militari, è stata dura».

E poi ha lavorato per Louis Vuitton: gli antipodi.
«È stato divertente disegnare borse. La nostra collaborazione è piaciuta al punto che Patrick Vuitton ha creato per me una borsa unica, dove metto gli strumenti di lavoro. È stata la prima volta in cui mio padre ha capito cosa facevo».

La concorrenza nel suo ambiente è spietata: come si diventa Scott Campbell?
«Sarà il nome che suona bene, New York che rende tutto più internazionale, o internet che rende tutto accessibile. A volte capita che alle feste qualcuno mi dica: “Hey, ma io ti conosco!”. La gente passa troppo tempo su internet: ecco perché mi conoscono!».

Testo:  Annalia Venezia 
Fashion editor: Ilario Vilnius