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Roman Polanski racconta la sua Venere in pelliccia


Spiega perché fa film che non sono mai finiti davvero. E quale mistero è nascosto dentro il libro che apre tutti i giorni, da tutta la vita

di Veronica Matella

Da ragazzino gli piaceva disegnare. «Era finita la guerra. Mio padre, ebreo, era tornato da Auschwitz. Mamma no. Si era risposato. Litigavamo spesso. Poi mi misero in mano una matita e un foglio. E scoprii che c’era una scuola in cui non si faceva altro: sarei andato all’Accademia di Belle Arti. La mia vita aveva finalmente senso». 

Ancora oggi, a 80 anni, appena può Roman Polanski apre uno dei suoi libri d’arte. «Amo i fiamminghi. In particolare Jan Van Eyck, il Ritratto dei coniugi Arnolfini. Lo trovo ipnotico. È un quadro sull’interno di un interno. I due personaggi sono in primo piano. Ma tra i due c’è uno specchio, in cui sono riflesse le loro figure di spalle e il pittore che li ritrae. Dove si collocano spazialmente? Logica vorrebbe che l’artista fosse lì accanto a me che guardo, o alle mie spalle. È dentro e fuori il quadro. Ci penso sempre. Poi chiudo il libro. È un mistero che non riesco a risolvere. Così il giorno dopo lo riapro. Vado avanti da tutta la vita». 

Stavamo parlando dei suoi film. Di come da un Polanski movie esci sempre con la sensazione che non sia finito tutto, che lui non abbia chiuso tutte le porte. Il mistero, appunto. Il ghost writer Ewan McGregor, in L’uomo nell’ombra, non lo vediamo morire, seguiamo solo i fogli con la verità che volano via. Nel suo ultimo film, Venus in Furs (il titolo italiano è Venere in pelliccia), accade lo stesso. Esci applaudendo, ma con la sensazione che qualcosa debba ancora accadere a quel regista partito supponente e finito legato a un cactus mentre la sua attrice, da vittima, si è trasformata in una danzatrice dionisiaca, citazione vivente di Marlene Dietrich in Venere bionda di Josef von Sternberg.

«Quel film? L’avrò visto. Ma non lo ricordo». Lo dice sorridendo, sapendo che non gli credi. Rientra nel gioco, il suo. Come quando, dato che Venus si ispira al romanzo di Leopold von Sacher-Masoch, gli chiedi dei suoi legami con l’autore che ha dato il nome al sado-masochismo. In fondo, Roman è il regista di Luna di fiele: Emmanuelle Seigner in trench di vernice nera, gamba e tacco puntati contro Peter Coyote legato alla sedia… 

In Venus ci sono solo lei e Mathieu Amalric, così somigliante a Polanski da far pensare che non sia casuale («Lo nego»). Location, un teatro parigino: lui ha finito le audizioni, ma arriva lei e lo convince a testarla. Così si apre la partita. «Mai stato misogino: nei miei film vincono sempre le donne, come nella vita. Vi adattate meglio, leggete meglio dentro alle cose e alle persone. Avete sempre ragione voi. Sono per la parità, non per l’uniformità: purtroppo le donne si sono mascolinizzate, pensando di pareggiare il potere maschile. Invece siamo diversi: io voglio continuare a regalare fiori a una ragazza come atto di riconoscimento della sua bellezza, grandezza, intelligenza. La battuta più bella di Venus è quella in cui lui definisce il rapporto di sottomissione amore, e lei porno. È giusto così. Però è vero che Mathieu mi somiglia: le racconto un lapsus. 

Stavamo cercando gli abiti di scena e, in una sartoria, chiesi: “Avete una giacca per mio figlio?”». Ci vorrebbe uno psicoanalista, ipotizzo: «Non ci ho mai creduto. All’epoca di Repulsion feci leggere il soggetto a un po’ di loro. Mi dissero che la storia della ragazza che scivola nella follia era normalissima, e che io ero la persona più equilibrata del mondo. Siccome mi sono sempre creduto un po’ pazzo, decisi che non potevo fidarmi. Il motivo per cui ho fatto Venus era che c’erano solo un uomo e una donna, al chiuso. Lei portava al collo un dog collar, all’inizio. Finirà col legarlo a un cactus, danzandogli nuda intorno, lui con le labbra verniciate di rossetto come in...» ...L’inquilino del terzo piano, suggerisco: il protagonista era Polanski, le labbra le sue. «Pensavo a Cul de sac. Oddio, non sono un buon regista se finisco per rifare tre volte la stessa scena (ride). Sono uomo da poche domande e da film con pochi personaggi. Voi giornalisti mi chiedete sempre perché questo, perché quello… Mi piace, non me ne domando il motivo. E per quanto riguarda i personaggi, nel mio primo film, Il coltello nell’acqua, erano in tre su una barca in mezzo al lago. Come in La morte e la fanciulla. In Carnage, quattro. Qui solamente due: chissà, l’ultimo film lo farò con uno solo. Magari il mio amico Harrison Ford. O Jack Nicholson. Mi manca tanto, ma lui sta a Hollywood». 

È un fiume in piena. Gli ottant’anni non si vedono e non si sentono. È vero che ricorda un folletto. Con l’energia di Mick Jagger, però. Ha sempre detto che il confine tra realtà e fantasia è labile. Ecco perché i suoi film, forse, restano sempre in sospeso. Da bambino, mentre si nascondeva da un famiglia cattolica all’altra nella Polonia occupata dai nazisti, appena poteva entrava nei cinema rimasti aperti: «C’eravamo solo io e i tedeschi. La resistenza lo vietava in segno di ribellione agli occupanti. Ma io pensavo che, se andavi al cinema, non potevi essere cattivo». Ecco perché, dopo aver detto no a Schindler’s List («Era ancora troppo presto per tornare laggiù»), ha voluto girare Il pianista («La parte più bella? L’incontro col nazista che è anche il salvatore») e Oliver Twist, con quel dettaglio cambiato per cui l’orfano ringrazia il suo carnefice, perché comunque si era preso cura di lui. Dà l’idea, insomma, di essersi anche lui riappacificato: «E da cosa? Sono gli altri a pensare che la mia vita sia una tragedia». E la madre mai tornata, e Sharon Tate massacrata, e le tante fughe? «Non sono mai stato in guerra con nessuno: non ho mai odiato l’America, per quello che mi è successo lì. Mia madre? Faye Dunaway, in Chinatown, ha le sue sopracciglia sottili e il suo rossetto. È ovvio che nei miei film ci sia tanto di me: anche loro fanno parte della mia vita». Neanche un rimorso professionale? Un film che non è riuscito a realizzare? «Dovevo fare il remake di Bella di giorno: pazienza. L’unico rammarico, forse, è non essere riuscito a girare un porno in 3D, negli anni 70, su un produttore che durante le audizioni si faceva succhiare il mignolo in tutte le modalità espressive possibili. Vivevo a Roma, lo proposi a Carlo Ponti. Alla fine feci Che?. Poi mi offrirono Chinatown. Ogni tanto ripenso a quel mignolo...». E ride.