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Rosso fuoco: l’intervista


Influenze astrali, idee che arrivano a sciami, un mondo che cambia ogni sei mesi. E un matto che cavalca Batman e startup. Renzo Rosso, ecco.

Renzo Rosso riesce a surfare persino col mare piatto. E non è una metafora sulla sua storia d’imprenditore partita nel ‘78 con Diesel, e neppure sulla holding Only the brave che macina milioni e acquisizioni pure in questi mesi di noiosa bonaccia. Lo fa davvero. Perché il vero «stupid», teorizza lui, cambia le condizioni date e le gira a suo vantaggio. Vede ciuffi d’insalata dove gli altri scorgono solo terreno brullo. «Be’, surfare col mare piatto mica è difficile», dice con gli occhi azzurri da ragazzo che sembrano vivere di vita propria in mezzo alla sua faccia da adulto. «Si aggancia il capo d’una fune al motoscafo mentre l’altro lo si tiene tra le mani, restando in piedi sulla tavola. Poi, appena il motore prende velocità e forma l’onda, ci si lascia andare e la si cavalca. Si può stare in equilibrio per un intero minuto. E la sensazione è incredibile».

Nel quartier generale OTB di Breganze, tra Vicenza e Bassano del Grappa, Rosso ci accoglie nel suo ufficio, un loft verticale talmente grande che in molti accetterebbero di comprarselo come prima casa: vetrate a perdita d’occhio sulla campagna veneta, piante, una scala sospesa, soffitti altissimi, ingresso, disimpegno, soggiorno, studio e aula conferenze. Con iPad e Blackberry sempre in mano, tra una mail di lavoro e un sms sulla crisi del Milan lanciato all’amico Alexandre Pato, parla di case astrali, progetti, yoga, Bono Vox, figli e intuizioni, «che ultimamente», dice, «arrivano a sciami, come mai era capitato in vita mia».

Le sue antenne funzionano ancora, quindi.

«Mai state meglio, grazie. Un tempo, su dieci tendenze che giravano nell’aria, riuscivo al massimo a intercettarne due. Oggi, minimo, ne becco almeno otto».

Ogni quanto tempo cambia il mondo, dal suo punto di vista?

«Per come la vedo io, ogni sei mesi si ribalta tutto. Perché è ovvio: c’è sempre nuova musica, nuovi movimenti sociali, film, rivoluzioni, passioni, guerre. Tutti stimoli che vanno presi, messi in un grande shaker e declinati creativamente, secondo il proprio stile».

La sua fissazione del momento qual è?

«Mi piace il denim sottoposto a trattamenti di sporcatura, fatti in modo che il tessuto si mantenga però prezioso e nobile. Mi piace tutto ciò che può essere trattato con olii, che tira al marrone, al verde petrolio».

Questo mese porta con sé un nuovo motto?

«Sì: meno prodotti realizzati per diventare di moda, più prodotti nati per essere icone».

Lei i jeans li risvolta sopra la caviglia, come si fa adesso?

«No. Però li stringo tutti quanti, se serve: mi metto alla macchina da cucire e riduco il fondo al diametro di 16 centimetri, categorico. Mio figlio Andrea invece usa addirittura l’elastico, per risvoltarli e tenerli ancorati al polpaccio».

Capita che i suoi figli la spingano a fare pazzie?

«A parte il Batman?».

Non mi dica che si traveste.

«No. Il Batman è una specie di materassino a forma si supereroe che si cavalca trainati dal tender. Ho fatto voli memorabili su quell’aggeggio e credo anche di essermi rotto una spalla. Del resto, per lo sport ho sempre messo il mio corpo a dura prova: ho rotto due volte la tibia, i legamenti, il perone e i tendini. Anche perché, vivendo in un mondo di ragazzi, c’è poco da fare: ti devi buttare, altrimenti ti stanano. Ricordo una sbruffonata che mi feci uscire qualche tempo fa davanti ai miei figli: “lanciarsi col paracadute? Cosa volete che sia, lo faccio quando volete!”, ho detto da gradasso. Non passa neppure una settimana che il giorno del mio compleanno me li vedo arrivare minacciosi, mi bendano, mi prelevano e mi portano in un capannone dove trovo quattro paracadute già pronti per il lancio. A quel punto, penso: se dico no, perdo la faccia come padre. Se dico sì, il mio prestigio è salvo. Così, spalle al muro, sono saltato».

L’adrenalina per lei è una droga?

«No. È la sfida con se stessi a essere interessante e l’energia che ne deriva quando vinci. Dopo il lancio mi è successa a esempio una cosa strana: per sei mesi non ho avuto paura più di nulla. Osare è una specie di moratoria sulle fobie. E la sensazione che si prova la consiglio a tutti».

Poi però c’è anche il Renzo Rosso che lavora come un dannato e fa yoga la mattina presto.

«Faccio yoga perché ho trovato Mario, un maestro eccezionale. Sembra un piccolo Gesù, coi capelli lunghi, gli occhi lucenti, i lineamenti distesi. Viene a casa mia all’alba e, a seconda di come sono posizionati i pianeti, lavora su un organo piuttosto che un altro, restituendomi energia».

A Daniele Luttazzi, in una memorabile intervista di molti anni fa, confessò di assumere i collaboratori sulla base del segno zodiacale.

«Be’, lo stavo prendendo in giro, spero si sia capito! L’oroscopo è una cavolata pazzesca, mentre credo molto alle case astrali e all’influenza dei pianeti sul mondo. Io a esempio invaso le piante solo con la luna in Vergine, tassativo, altrimenti mi muoiono. Qui in sede ne abbiamo tremila: le poche che non sono state piantate rispettando la regola, non sono sopravvissute».

Nonostante questo palazzo abbia tre piani, sull’ascensore ci sono i pulsanti 1, 2 e poi direttamente 5, dove sta il suo ufficio. Scaramanzia?

«Bello no? Cinque è il mio numero portafortuna. Pensi che nel garage di casa ho una Ducati Monster brandizzata Diesel ferma ormai da un mese solo perché non è ancora arrivata la targa infarcita di 5 che ho ordinato. La vuole chiamare scaramanzia? Per me è solo un gioco».

Nel frattempo la sua azienda è cresciuto ed è diventata una holding: c’è Margiela, Victor&Rolf, Dsquared2, Just Cavalli e una fondazione di charity. Come si fa a salvar l’anima quando si diventa così grossi?

«Semplice: non scendendo mai a compromessi. I miei jeans, trent’anni fa, non li voleva nessuno. Ricordo che il mio direttore finanziario spingeva affinché comprassi denim italiano solo perché costava duemila lire in meno al metro. Ma io niente, gnucco, con la mia visione, a comprare costosissimo tessuto americano. Quando recentemente ci siamo messi a fare mobili in licenza qualcuno ha arricciato il naso. Ma sa chi sono oggi i nostri migliori clienti? Gli arredatori d’interni. Significa che il prodotto piace ai creativi e questo mi gratifica».

Con le banche che rapporto ha?

«Nessuno. E per fortuna, la mia è un’azienda che lavora soltanto con soldi propri. Stranamente, però, negli ultimi mesi sono diventato amico di qualche banchiere: Profumo e Micciché, a esempio, sono persone che, se prese in giusta misura, possono risultare addirittura piacevoli».

Lei finanzia anche l’incubatore di startup H-Farm. Per il venture capital, volenti o nolenti, le banche servono.

«H-farm è un progetto che mi rende molto orgoglioso. Da quando siamo entrati nel capitale abbiamo conferito all’iniziativa una visibilità pazzesca, oltre a aver dato una grande mano a livello di management e garantito l’apertura di molte linee di credito. Poter finanziare nuove idee per me è vitale: mi sono sempre presentato come una persona aperta, un pioniere, e alla gente piace capire se un pazzo come me può vedere nella loro idea qualcosa di buono».

Progetti un po’ sballati, lei, ne ha mai messi in piedi?

«Quando volevo andare nello spazio, cinque anni fa. Avevo già fatto il contratto e ero pronto a partire per i sei mesi di training, in Russia. Per un milione e mezzo di dollari in più avrei potuto persino fluttuare fuori dalla navicella, attaccato a un cavo. Pazzesco: sarebbe stato il primo jeans nello spazio. Invece i miei manager me l’hanno impedito. A parere loro sarei risultato troppo arrogante».

Può sempre rifarsi con la sua fondazione e mettere in piedi un progetto di charity da megalomane.
«Prestissimo ne lancerò uno enorme insieme a Bono Vox. Vedrete: ne parlerà il mondo intero».

Testo: Raffaele Panizza