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Rankin, «La fame che ho»


Per il fotografo, «tutto non è mai abbastanza». Infatti le sue foto grondano vita: per sconfiggere la morte, o almeno farci pace

di Raffaele Panizza

Rankin si sdraia sul divano al centro del suo ufficio e forse, per colpa d’un eccesso di relax a cui è poco abituato, si fa scappare la parola scintillante: Art. Gli rimane per un attimo in gola, come un nocciolo. E difatti, con un colpo di tosse, subito la risputa e si corregge, sostituendola con la più congeniale e polverosa Work. Mica per pudore: «Non si può certo dire che abbia mai avuto remore ad autopromuovermi, nella mia carriera di fotografo», ammette. Piuttosto, è una questione di preferenze, di posto nel mondo, di percezione esatta di sé.

L’emozione, anche se disordinata e priva di argini, rimane per lui più importante di qualsiasi velleità d’espressione: «Non ho mai tentato di “fare” l’artista, perché gli artisti si prendono troppo sul serio. Non ho mai avuto pregiudizi verso la fotografia commerciale, ad esempio: una buona idea, per come la vedo io, rimane sempre una buona idea». A 46 anni, nel suo palazzotto nero e cubico nel cuore della londinese Kentish Town, John Rankin Waddell è un vero uomo-impresa. Circondato da oltre cinquanta collaboratori scatta campagne internazionali (Madonna per H&M), gira videoclip (Rita Ora) e cortometraggi, cura mostre e spot pubblicitari (Versace e Diva, la fragranza di Christina Aguilera) e dopo aver fondato riviste come Dazed & Confused e AnOther Magazine pubblica da due anni Hunger, quattrocento pagine di fotografia fashion e interviste realizzate (quasi) esclusivamente da lui. Una fame d’immagini che neppure l’uscita, lo scorso ottobre di un libro-antologia dedicato alla sua storia ventennale, potrà placare. Lo ha pubblicato la casa editrice tedesca TeNeues. E il titolo sembra la richiesta di un ennesimo boccone, la confessione di un appetito insaziabile: More.

Trovare l’ingrediente comune del suo banchetto è impossibile. Lei è riuscito a individuarlo?
«No. L’unica cosa che unisce tutto quanto è la filosofia con cui svolgo il mio lavoro: approccio modernista, attitudine postmoderna».

Primo comandamento: confondere.

«So solo che non ho mai voluto essere come Terry Richardson, ad esempio, che fa la stessa cosa all’infinito. Oppure Avedon o Newton. Per me è una sorta di grande pic-nic: prendo un po’ di questo, un po’ di quello, e compongo il mio cesto».

Una schiavitù, se non un’ispirazione, ce l’ha?

«Sono schiavo del bello. E non lo dico in senso positivo: mi piacerebbe riuscire a rappresentare meglio e di più l’orribile, lo sgradevole, il respingente. Ma faccio fatica, non so perché».

Creare discepoli le interessa?

«Per niente. Non m’interessa dare vita a una scuola o una tradizione. Non voglio archivi. M’interessano i progetti, uno dietro l’altro, senza sosta».

“Di più”, More, come ha scelto di titolare il suo libro: per lei, è sempre troppo poco?

«Sempre. Non per niente il titolo del libro avrebbe dovuto essere Greedy (a metà tra avido e vorace, n.d.r.), ma aveva una connotazione troppo negativa. Sono bramoso, voglio un’altra foto, un’altra posa. M’immagino nel giorno della mia morte, con la fotocamera in mano, a rantolare: “Please, please, one more...”».

Possiamo considerare quella verso la morte come la sua principale ossessione?

«È esplosa dopo la scomparsa dei miei genitori. Mi sono sentito senza un soffitto sulla testa, col cielo aperto sopra di me, esposto all’enormità della vita. È per questo che ho voluto lavorare al progetto Alive: in the face of death, fotografando decine di uomini e donne sul punto di morire, oppure che la fine l’avessero vista a un passo, in guerra o nei campi di sterminio nazisti (le immagini sono rimaste esposte fino al 15 settembre alla Walker Art Gallery di Liverpool, ndr)».

È stato molto criticato, per quel lavoro.
«Sì, hanno parlato di immagini troppo semplici, che parevano il lavoro di uno studente. Ma non hanno capito il punto centrale: questo non è un progetto estetico sulla fotografia, ma una ricerca sulle persone. Non volevo essere scioccante, ma creare una memoria. E spesso, ho lasciato che le pose, le situazioni, le scegliessero i protagonisti stessi. L’intento era dare due schiaffi, a me stesso e a chi guarda. Il primo: la vita va vissuta tutta, fino all’ultimo momento. Il secondo, ricordiamoci di quanto siamo fortunati».

Qualcuno tra le persone che ha ritratto è morto, nel frattempo?

«Sì, l’altro giorno. Sto stampando le foto da spedire alla famiglia».

Come s’è sentito?

«Triste. Ma ho anche capito che è tutto estremamente naturale. Significa che la paura è stata sconfitta».

Su Hunger c’è un servizio ad Heidi Klum il cui concept, nei crediti, è attribuito alla modella. Sul set è democratico fino a questo punto?

«Di solito no. Ma Heidi usa il lavoro come veicolo di comunicazione artistica, e se ha una visione, la persegue fino allo sfinimento. Una volta avevamo organizzato un servizio a Los Angeles e lei ha fatto spostare tutta la troupe a Las Vegas, perché si sentiva maggiormente ispirata dal luogo. Un’altra volta, dopo due ore di posa, ha preteso che la ricoprissi tutta quanta di cioccolato. È una vera forza della natura».

Sono interessanti anche le foto che ha scattato a Kate Moss, perché la fa sembrare una bambina. Crede di averne colto l’essenza più profonda?

«Kate è naughty: discola, birichina, non cresciuta. Un po’ come Jodie Foster, che è divenuta star da piccola ed è rimasta bloccata lì, per molti aspetti. Bellissima, entusiasta, ingenua: se ama, ama, se sbaglia, sbaglia di brutto. Senza inibizioni di sorta. Molto innocente e non molto consapevole. Ma allo stesso tempo piena di cura e di consigli, come una zia bambina. È bello starle attorno».

Ha mai incontrato una celebrity avida d’essere fotografata quanto lei lo è di fotografare?

«Forse Robert Downey Jr, che a fine shooting, dopo ore, mi ha detto le parole magiche: “Vuoi qualcosa di più?”. E m’ha fatto innamorare. Penso che abbia un desiderio insaziabile di comunicare. Ed è spiazzante, lancia lì battute sagaci che capisci solo dopo cinque minuti. È una macchina dall’intelligenza sorprendente: in vita mia ho visto solo alcuni comici con una tale velocità cerebrale».

In che senso utilizza la parola “innamorare”?

«Nel senso letterale. Il ritratto è una relazione sensuale, come fare l’amore. La tecnica è la stessa, sia che abbia davanti un uomo, oppure una donna».

Certi ritratti che ha scattato a Jude Lowe sembrano presi con gli occhi di una donna.

«Jude per me è pura e semplice poesia. E poi siamo amici, facciamo spesso le vacanze insieme, con i bambini. Sì, è vero, anche di lui in fondo mi sono innamorato».

Cosa ha imparato di nuovo sugli esseri umani grazie a Rankin Live, fotografando così tanta gente comune nell’arco di oltre vent’anni?

«Prima di tutto è stata interessante la reazione, vedere tutte quelle persone scoppiare in lacrime, credendo d’essere orribili e vedendosi invece nella piena espressione della propria potenzialità. Ho capito che le donne sono più emozionali, per quanto riguarda il proprio aspetto. Si preoccupano di come il loro modo d’apparire faccia sentire gli altri, e di come faccia sentire loro stesse. Per gli uomini la faccenda è decisamente più semplice: essere più o meno fighi, avere più o meno successo. Punto».

Si considera un femminista?

«Credo che una volta acquisito potere, le donne siano in grado di farci delle cose migliori».

La sua opera preferita, appesa al muro di casa?
«La foto di una caramella colorata a forma di cuore, a nascondere un sesso femminile. Ironica, erotica, semplice. Una dichiarazione d’amore fotografica: la modella, dieci anni fa, era la mia moglie attuale, Tuuli Shipster».  

Foto: Rankin