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Il Nobel per la Letteratura va a Bob Dylan


Ha stupito tutti l’Accademia, dando al menestrello di Duluth il Nobel. Dalle canzoni di protesta alla svolta elettrica fino ad oggi, una vita sempre controcorrente

di Giuliana Matarrese

In molti davano già per scontato che a vincerlo sarebbe stato Don DeLillo, il nuovo libro del saggista ottantenne, Zero K, attesissimo; altri puntavano su Philip Roth, di cui Pastorale Americana è stato trasformato in un film con Ewan McGregor attualmente sugli schermi; alcuni guardavano al keniota Ngugi Wa Thiong’o, anche in ragione del costo che ha avuto per lui la scrittura nel suo paese, ovvero la censura. Distaccato, l'eterno secondo Haruki Murakami.

Ed invece l'Accademia ha stupito, concedendo a sorpresa il Nobel della Letteratura al menestrello di Duluth, Robert Zimmerman, alias Bob Dylan. Una scelta molto contestata nell'ambito letterario, e che ha causato un'inaspettata levata di scudi, tra chi vede la letteratura e la musica come due ambiti troppo diversi per essere paragonabili, anche se la stessa Accademia ha motivato la sua scelta, asserendo che il suo merito principale è stato quello di "aver creato un nuovo genere poetico all'interno della grande tradizione della musica folk americana". Un premio inaspettato forse per lo stesso Dylan, che pure è abituato a riconoscimenti che travalicano il suo stretto ambito di pertinenza, la musica, come quando nel 2008 gli è stato assegnato, senza creare scandalo alcuno, il Pulitzer, di solito riservato a giornalisti e letterati, per "l'importante impatto avuto nella musica e nella cultura americana grazie a testi e musiche di alto profilo poetico".

Ad accogliere la notizia complimentandosi con il 75enne cantore di una generazione sono stati invece molti musicisti, politici e artisti, che ne riconoscono il valore che travalica le differenze di genere. Tra di loro l'italiano Francesco De Gregori, la ex compagna Joan Baez, il presidente Obama, lo scrittore dei Versetti satanici Salman Rushdie, e Stephen King.

Tifoserie a parte, la carriera di Dylan, iniziata nel 1961, ha coperto gran parte della storia moderna, raccontandola, a volte prevedendola, ma soprattutto raccontando chi erano i giovani di allora, di cui lui, ventenne, faceva parte a pieno titolo, le ansie striscianti che covavano sotto l'apparente calma del boom economico, dietro l'angolo il Vietnam, (sentire Masters of War e A hard rain's gonna fall per informazioni) la fine delle illusioni, il cinismo di chi è diventato grande forse troppo presto.

Un inizio, quello con Blowing in the wind e in seguito con Like a Rolling Stone, che gli ha regalato subito, senza che lui l'avesse chiesto, il titolo di Profeta di una generazione, con tutte le valenze politiche e sociali che implicava. Ed in effetti se ne è sfilato presto, sfuggendo ai giornalisti che scandagliavano i suoi testi alla ricerca della "protesta", con una svolta elettrica avvolta dai fischi dei fedelissimi che da lui si sentivano traditi.Insieme a loro, la compagna di allora Joan Baez, attivista raffinata, abituata a condividere con lui anche il palco. 

Il rifugio in una religione diversa (il cattolicesimo e la sua tradizione musicale) dopo un incidente in moto, le divagazioni nella psichedelia complici le frequentazioni della Factory e di Edie Sedgwick, l'approccio al vecchio soul americano, il mix nelle sue strofe tra musica e letteratura, lo stesso motivo per il quale l'Accademia lo ha premiato. In Desolation Row, quasi 11 minuti privi di arrangiamenti musicali elaborati, solo la sua voce e due chitarre, si assiste ad una parata dell'umanità intera, in una strada, quel Vicolo della Povertà poi tradotto in italiano da un suo grande fan, Fabrizio De Andrè, che riassume tutti i mali del mondo, citando T.S.Eliot, Cenerentola e Romeo, Ofelia, Einstein, Caino e Abele e Robin Hood.

Un Nobel che, in una chiusura del cerchio, si era augurato anche Dario Fo, altro vincitore nella stessa categoria 15 anni prima, quando aveva detto "Che bello se dessero il Nobel a Dylan". Un cantante, un menestrello, ma soprattutto un uomo, Dylan, che ha navigato le acque difficili dei suoi tempi, sempre e nonostante tutto, controcorrente.