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Nick Cave, i suoi oggetti feticcio e un museo


Storia di una rockstar senza fissa dimora e della sua valigia piena di ricordi

di Jadel Andreetto

Warracknabeal è a trecentotrenta chilometri da Melbourne. Davanti all’ufficio postale in stile Tudor, un soldato di pietra bianca ricorda i caduti della Grande Guerra all’ombra della bandiera stellata. Warracknabeal è a quindicimila chilometri da Europa e Sudamerica.


Ci sono oggetti che non escono mai di casa e oggetti che ci tornano dopo aver fatto il giro del mondo, oggetti nati per stare assieme come chiodi e martelli e oggetti che ci finiscono per capriccio del destino. Questa è la storia di alcuni di essi e di un uomo che se li è trascinati in lungo e in largo alla ricerca di se stesso.

È il 1978 quando il diciannovenne Nicholas viene fermato per furto d’auto, una bravata, una scommessa tra studenti d’arte ubriachi. Ma mentre Nick si trova alla stazione di polizia di St. Kilda a Melbourne, suo padre, l’insegnante di lettere Colin Cave che sta andando a prenderlo, muore in un incidente stradale. Sono giorni devastanti, la perdita spalanca il vuoto e l’urgenza di colmarlo di parole alla ricerca di un senso trova un timido sbocco solo quando il ragazzo diventa il cantante dei Boys Next Door e si mette a scrivere.

Nick Cave comincia a redigere un abbecedario personale dalla grafia fitta di chi ha un animo in ebollizione; parole che intercetta nei romanzi di Faulkner, nelle sacre scritture, nei bugiardini dei barbiturici, in strada. Anacoreta, minzione imperiosa, mottetto, sgraffignare… Alto e basso, versetti biblici e slang urbano. Allo stesso modo, blues, free jazz e punk si amalgamano quando, un anno dopo, un volantino annuncia l’ultimo concerto dei ragazzi della porta accanto al Crystal Ballroom e la nascita dei Birthday Party, pronti a partire per mettere a ferro e fuoco la capitale musicale d’Europa.


Londra. I concerti della band australiana sono la cosa più selvaggia dai tempi della prima apparizione dei Sex Pistols. Il pubblico, la critica, i musicisti li adorano e li temono. Nick e sodali, un manipolo di cowboy strafatti in salsa goth in arrivo dal nuovissimo mondo, sono un uragano che oscura la pioggerella punk che ha appena inumidito le scarpe del music business. Suoni sghembi e ossessivi fanno da colonna sonora alle parole che Nick stona con enfasi tra citazioni colte, automatismi indotti dall’eroina, ironia, bestemmie e preghiere. I testi si animano di figure tragicomiche uscite da una versione hard boiled del vecchio testamento e partorite in una stanza decrepita di uno squat tra libri ammuffiti, vinili gracchianti e cianfrusaglie da mercato delle pulci tra cui un dozzinale busto di Gesù Cristo. Monito e sberleffo, sacro e profano.


La musica dei Party non è all’altezza del vuoto con cui Nick combatte a colpi di penna da quel fatidico giorno a St. Kilda e, al culmine di una sferragliante parabola, la band implode.
Mentre la new wave si crogiola futuribile tra leziosi suoni sintetici, Cave torna alle radici blues e al gotico americano. Il nome del nuovo gruppo storpia la parabola del buon seme e della zizzania: Nick Cave and the Bad Seeds.
Ossessionato dalla religione, dalla violenza e dall’amore, Cave mescola l’Ecclesiaste al canzoniere di Robert Johnson; si trasferisce a Berlino, scopre Kurt Weil e la malmostosa avanguardia degli Einstürzende Nebauten. Stona ancora, ma i rantoli lasciano spazio a una voce mesmerica che predica lasciva sul gospel fosco dei Bad Seeds. Per la stampa Cave è il gran signore dell’ebrezza gotica e Nick si presenta sul palco in completo, come volesse smettere in tutti sensi i panni stantii del punk. Si agghinda come un tranviere della DDR o un lenone di bidonville e i Bad Seeds sono la band più raffazzonatamente elegante del pianeta.


Nick satura febbrilmente taccuini rabberciati e fogli volanti di testi e disegni. Su un autoritratto, sigaretta tra le dita, campeggiano il suo nome e la scritta The first-born is dead. Il primogenito è morto. Il tuono romba feroce come la Bestia, la Bestia diretta a Tupelo. Il blues del delta, il diluvio che si abbatte sul Mississippi, il secondo avvento. Il primo gemello muore, l’altro sopravvive. È il nuovo messia e si chiama Elvis Presley.
È il 1985, Tupelo è il primo singolo di The Firstborn is Dead. Sotto il cielo di Berlino, Cave stringe amicizia con Wim Wenders e recita un cameo nel suo film più famoso. L’anno dopo, qualcuno gli regala un diario con un cherubino sul retro e un’immagine sacra in copertina. È il registro di bordo di un uomo ancora alla compulsiva ricerca di sé. L’inchiostro scorre, l’alter ego di Nick è King Ink, come il titolo di una raccolta di versi che anticipa il primo nucleo del romanzo E l’asina vide l’angelo. Ma è Nick a rischiare di vedere gli angeli quando sfiora l’overdose. E allora prende diario, completi da tranviere e busto di Gesù e parte. È ora di cambiare, questa volta non la band, ma il cielo d’Europa per quello di San Paolo dove si disintossica e scrive, se possibile, ancora di più. Resta in Brasile per tre anni e s’invaghisce di una giornalista con cui ha un bimbo. Ora che è padre, oltre che sempiterno figlio, compone un disco che tenta di rappacificarlo con la sua storia: The Good Son, il figliol prodigo.


Il mainstream bussa alla sua porta. Le sue canzoni finiscono su MTV e al cinema, eppure il vuoto è ancora smisurato, per quante parole ci abbia scagliato dentro. Molla tutto, di nuovo e ancora. Di tornare in Australia o a Berlino non se ne parla. La sicurezza economica arriva assieme a un curioso duetto con Kylie Minogue. In Inghilterra si innamora di una modella con cui ha altri due figli. Ha bisogno di un posto tranquillo. Un posto dove alzarsi la mattina, indossare un vestito decente e andare a sedersi dietro un piano e una macchina da scrivere per poi tornare a casa e fare il padre, un posto dove riempire per sempre il vuoto e liberarsi di molte cose, tra cui proprio gli oggetti con cui lo ha tenuto a bada, rispedendoli nel luogo in cui la voragine si è spalancata: a Melbourne, dove l’Arts Centre ne farà una collezione da museo.


Quanto è accaduto dopo è la proverbiale altra storia, quella di un azzimato rocker con ventimila giorni sulle spalle che ha fatto pace con se stesso nella ridente cittadina di Brighton, mentre a Warracknabeal il consiglio comunale discute se dedicargli una statua da affiancare al soldato di pietra bianca.