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Nando Orfei, il domatore di sogni


È scomparso ieri sera, poco prima che su Icon uscisse una lunga intervista con lui. La anticipiamo sul nostri sito, tra affetto e nostalgia

di Giorgio Terruzzi

Sul numero di "Icon" in edicola dal 9 ottobre 2014, viene pubblicata una lunga intervista a Nando Orfei, scomparso ieri, 7 ottobre, a Milano.  Dunque, un ultima intervista. Realizzata nel suo circo, il luogo che ha più amato. Non stava bene, Nando. Ma ha mantenuto sempre una passione e un senso dell'umorismo formidabili. Gli ingredienti per raccontare e raccontarci una storia lunga e felice, dominata dalla passione. Speravamo, ovviamente, potesse leggerla e commentarla insieme a noi. Così, invece, il testo e il ritratto realizzato da Carlo Orsi si trasformano in un omaggio alla memoria. Con riconoscenza e molto, molto affetto.

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 Il domatore di sogni

«Si chiamava Teret. Era una tigre. Andavo dappertutto con lei, la tenevo al guinzaglio come se fosse un cane tranquillo e fedele. Con me si comportava come una mamma affettuosa, mi avrà salvato cinque o sei volte. I maschi erano gelosi oppure semplicemente aggressivi. Lei li affrontava, per difendermi e proteggermi».

Nando Orfei, romagnolo di Portomaggiore, data di nascita 29 luglio 1934, ha festeggiato gli 80 anni sotto il suo amato, amatissimo tendone colorato. Ha una testa che galoppa e il passo rallentato. Una caduta, dolore alle vertebre lombari e una recente influenza. Porta il bastone e sorride: «I medici dicono che la guarigione sarà lunga. Con i vecchi fanno così, la danno un po’ persa». Cammina. Parla. Pali, teli, segatura, colori come spicchi vicini al cielo. Il suo circo è un marchio di successo, una garanzia nei sogni dei bambini, da generazioni. «La storia della mia famiglia è lunga più di un secolo. Un secolo con il circo sin da quando il circo era chiamato Circo Equestre perché gli artisti lavoravano con i cavalli. Poi vennero i serragli, con gli animali in esposizione. Fu un inglese, Philip Astley, a creare il circo moderno, poco dopo la metà del Settecento, anche se il termine “circus” lo dobbiamo a un altro inglese, Charles Hughes, l’inventore della pista circolare».

Quello che una volta era il carrozzone ora è un van con motrice, un supercamper. Nando Orfei indossa sciarpa e cappello, siede al tavolo della cucina, sorride mentre sua moglie Anita sistema questa casa mobile che pare una casa vera, di quelle che usiamo noi “fermi”, come da definizione circense. Si sono sposati nel ‘63. Tre figli. Paride, che gestisce una scuola di circo a Peschiera Borromeo, Ambra, che si occupa di eventi e Gioia, a lungo cavallerizza e acrobata ed ora insegnante federale di dressage a Milano: «Vede, nel mio circo adesso non ci sono animali, lo abbiamo deciso per molte ragioni, soprattutto spinti dalle nostre figlie. E poi, ciò che ha mostrato al mondo il Cirque du Soleil ha cambiato il modo di fare e di vedere gli spettacoli. E comunque, non sono affatto contro gli animali nel circo. Gli animalisti ci combattono anche se certe cose non le conoscono. Non sanno, per esempio, che gli animali, dalla nostra gente, sono amatissimi, accuditi, cresciuti dentro una simbiosi molto radicata nella cultura circense. In più, un animale al circo lavora ed è contento di muoversi ogni giorno, non come allo zoo dove stanno lì, povere bestie, a morire di noia e di tristezze. Ha mai visto cosa accade ai cavalli che vengono importati per essere macellati? Muoiono durante il viaggio, di fame, di sete. Eppure, sembra che il problema riguardi solo il circo. Avevo pochi mesi e mio padre Paride mi regalò un cucciolo di tigre. Siamo cresciuti assieme. Per addestrare gli animali servono pochi gesti, le parole. Picchiare? Macchè, mai. Sono stato domatore per decenni e non ho mai toccato un leone. Tenevo il frustino in mano solo a fine numero, per farli alzare e uscire. Niente di più».

Qualche cicatrice, sì. Sul braccio sinistro soprattutto: «Fu un leone, a Napoli, era il 1976. Quasi mi staccò un braccio. Ma fu un mio errore. Quando le femmine sono in calore, il maschio diventa possessivo e allora bisogna usare un trucco che mi insegnò il mio maestro, un tedesco fenomenale. Bisogna toccare l’urina delle femmine e strofinare le mani sugli abiti prima di cominciare il lavoro. Il leone annusa e non ti considera un intruso. Quella volta me ne dimenticai».

Ha gli occhi vispi, da vecchio ragazzo...
(L'intervista integrale sul numero di Icon in edicola con Panorama dal 9 ottobre 2014)