Questo sito contribuisce alla audience di panorama

È morto Hugh Hefner: addio al fondatore di Playboy


Si è spento nella sua casa di Holmby Hills per cause naturali, a 91 anni. Ha fondato un impero editoriale e creato leggende metropolitane: chi era davvero Hugh Hefner, fondatore di Playboy

di Giuliana Matarrese

L'impero editoriale, gli (stra)vizi e i limiti, le passioni e le ossessioni, l'impegno in politica e, ovviamente, le conigliette, tra storie da copertina e appetiti dei rotocalchi gossippari: nessuno come Hugh Hefner ha incarnato orgogliosamente i profili in chiaroscuro degli Stati Uniti d'America. Un primato non scalfito neanche dalla sua morte, avvenuta ieri nella sua casa di Holmby Hills a Los Angeles.

GLI INIZI

Nei geni, ascendenze inglesi e tedesche da parte di padre, svedese da quella della madre. Nato nel 1921 nella fumosa Chicago degli speak easy durante l'era del Proibizionismo, si laurea in psicologia poco dopo aver servito negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Comincia a lavorare da Esquire come copywriter, ma se ne va, quando gli rifiutano un aumento di 5 dollari. A casa lo aspettano la prima moglie conosciuta all'università Mildred Williams e i due figli, David e Christie, che dal 1988 gestisce l'impero editoriale. Un impero che nasce con un prestito, in parte fornito dalla madre che, secondo le sue parole "non credeva nella rivista, ma credeva nel talento di suo figlio". Il primo numero di Playboy non aveva l'indicizzazione numerica, segno del fatto, poi confermato dallo stesso Hefner, che non ci si aspettava una seconda uscita. Nel paginone centrale, però, c'era il servizio fotografico scattato nel 1949 a Marilyn Monroe, e acquistato da Hefner per il primo numero del 1955. Il giornale vende 55,000 copie.

LA FAMA

Dopo Marilyn, la strada verso la fama è assicurata. Negli anni della rivista, nell'ambito paginone centrale si sono succedute tutte le donne che, a vario titolo e livelli, si sono trovate al centro dei desideri maschili: dall'epigone della Monroe, Jayne Mansfield (e per quelle foto Hefner fu trascinato in tribunale con l'accusa di promuovere l'oscenità), a Drew Barrymore, passando per Kim Kardashian. Nel mezzo, l'universo delle conigliette, con le quali si intrattiene piacevolmente nella Playboy Mansion dopo il divorzio dalla prima moglie, e anche dalla seconda, la Playmate of the Year 1988 Kimberley Conrad, che gli da altri due figli, Glenn e Cooper, che Hugh vuole come volto pubblico dell'impero simboleggiato dal coniglio. Un animale particolarmente amato, non solo a livello emblematico: coerente nelle sue passioni, ne finanzia una sottospecie in via di estinzione, che prende da lui il nome, il Sylvilagus palustris hefneri.

L'IMPEGNO POLITICO

Non solo corpi sensuali, nel suo giornale c'è anche spazio per l'attualità, riflesso chiaro di quell'impegno politico che lo ha visto sin dall'inizio sostenitore del partito Democratico, e infine disilluso. Interviste con Fidel Castro e con il ciclista Lance Armstrong occupano grande spazio nel giornale. Nella vita, i profili sono più labili, a testimonianza di un uomo che non ha paura di cambiare idea e farlo sapere al mondo: a favore del matrimonio gay, ma contrario alle droghe che vietava in maniera rigorosa in tutte le sue case ( probabilmente a causa della morte per overdose di Bobbie Arnstein, la sua segretaria nel 1975, e per timore di problemi legali), organizza spesso nella sua Mansion party divenuti leggendari, ma con un lato sociale: le sue raccolte fondi sono innumerevoli, da quelle per restaurare il segno di Hollywood sulle colline di LA (è lui stesso a comprare la Y per 27 mila dollari) alla controversa campagna anti-vaccini insieme alla Playmate Jenny McCarthy. L'amore per il mondo del cinema americano, ai suoi occhi una leggenda da preservare, lo porta a donare 2 milioni all'Università delle Arti cinematografiche del Sud California, per istituire una cattedra sullo studio del Cinema Americano e un corso sulla Censura nel cinema. Un'allergia, quella alle censure, di cui ha sempre fatto un tratto distintivo, e che ha espresso nella sua vita con posizioni liberali in tutti i campi, dai diritti civili a quelli di espressione, evitando come la peste la pruriginosa pudicizia borghese. 

LA MORTE

Avvenuta ieri nella sua casa di Holmby Hills a Los Angeles, per cause naturali, Hugh aveva 91 anni. Non è dato sapere se sarà sepolto nella cripta che aveva comprato nel 1992 per 75 mila dollari nel Westwood Village Memorial Park Cemetery, accanto alla tomba della donna fondamentale per la sua carriera, la Monroe, che lui non ha mai conosciuto. Con la Playboy Mansion venduta già all'inizio dell'anno scorso per 100 milioni ad un fondo di private equity (alla condizione di rimanere lì fino alla sua morte) cala il sipario sulla vita di un uomo che, tra idiosincrasie e caricature, ha rappresentato i limiti e le potenzialità di quel sogno americano, che, senza di lui, è oggi un po' più appannato. E certamente meno divertente.