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Mark Ronson, music connector


Dalla consolle dei club hip hop, ai vertici delle classifiche come produttore delle star, Mark Ronson ha già una vita di ricordi. Tutti rivolti al futuro

Non so perché mi chiamino “the best connected man in music business”, ma mi piace, lo ammetto». Parla scandendo le parole Mark Ronson, mentre le dita della mano destra riposizionano il ciuffo ribelle che gli scende sulla fronte.

Elegante, profumato, si fa intervistare mentre si cimenta in slalom tra borse e borsoni nella mini suite di un albergo milanese (era a Milano come testimonial per la nuova fragranza di Fendi) tra cumuli di camicie e pantaloni griffati che pazientemente ripiega e ripone nella valigia con gesti attenti e studiati.

Un vero “prince charming” del pop con lo sguardo sicuro, da vincente nato.

In poco più di dieci anni Ronson si è guadagnato il rispetto del music business che conta producendo album e canzoni per Adele, Robbie Williams, Christina Aguilera, Lily Allen, Duran Duran, Sean Paul e Nikka Costa. Tutti grandi successi, ma la vita gliel’ha cambiata il teamwork con Amy Winehouse per il disco Back to black, uno dei più grandi best seller della storia della musica moderna (13 milioni di copie e 5 Grammy Award).

«Con Amy c’era quella complicità che si instaura con i compagni di liceo. Al di là delle affinità artistiche, c’erano quelle personali. Il miglior tempo passato con lei è stato nella stanza di un rehab, in centro a Londra. Interi pomeriggi a guardare una serie tv, Arrested development, la storia di un ragazzo che si deve prendere cura dell’intera famiglia perché il padre è in carcere.

Io cercavo di smettere di fumare ruminando chewing gum pieni di nicotina, lei no. Non ci ha mai provato seriamente», racconta. «Se l’è portata via per sempre l’ossessiva ricerca di emozioni forti, di adrenalina a tutti i costi. Non tutti sono attrezzati per combattere le battaglie della vita».

Tornavo a casa da scuola e trovavo nella stessa stanza David Bowie, Al Pacino e Michael Jackson.

Tornavo a casa da scuola e trovavo nella stessa stanza David Bowie, Al Pacino e Michael Jackson.

C’è guerra e guerra — La sua battaglia, permanente, consiste nel farsi scivolare addosso la scomoda etichetta di golden boy raccomandato, di furbetto ben introdotto nell’alta società grazie alle eccezionali frequentazioni della dinastia dei Ronson.

Figlio di Ann Dexter Jones, una scrittrice socialite ben introdotta, e del potente manager musicale Laurence Ronson, Mark è cresciuto a New York dove la madre si è trasferita dopo il divorzio dal primo marito e il secondo matrimonio con Mick Jones, chitarrista dei Foreigner, band di hard rock melodico che ha dominato le classifiche americane per tutti gli anni Ottanta. Il suo miglior amico? Sean Lennon, figlio di John.

«I party di mia madre e del suo secondo compagno erano leggendari. Tornavo a casa da scuola e trovavo nella stessa stanza David Bowie, Al Pacino e Michael Jackson. O Robin Williams che schiacciava un pisolino sul divano davanti alla tv accesa. Momenti eccitanti da ricordare, ma che non hanno alcuna connessione con la mia carriera: io mi sono costruito una credibilità nei club hip hop del Lower East Side di New York.

Facevo il deejay per 45 dollari a notte. Sono diventato trendy quando alle mie serate ha iniziato a farsi vedere Jay Z (guru del rap e marito di Beyoncé; ndr), prima da solo e poi con i personaggi top della scena fashion newyorkese».

Un successo, a giudicare dalla velocità con cui è diventato uno dei dj più richiesti nelle feste delle celebrity nella Grande Mela.

Senza ritornello — «Nel 2006 Tom Cruise mi ha ingaggiato per curare la colonna sonora del suo party di matrimonio con Katie Holmes», continua. «Ho ricordi confusi di quel giorno, troppi drink. Ma so per certo di aver fatto una gaffe inserendo nella playlist una canzone che parlava della fine di un amore».

Da allora, è lui il dj ufficiale delle feste più chic agli Hamptons, dove spesso si presenta accompagnato dalle sorelle: Charlotte, fashion designer, e Samantha, anche lei affermata regina della consolle ed ex fidanzata di Lindsay Lohan.

Ronson ha una grande sensibilità musicale, un orecchio quasi assoluto e un metodo di lavoro che applica con scrupolo e rigore: «Io non cerco il ritornello che vince. Perché non esiste. Un brano diventa una hit quando l’interprete e la canzone s’assomigliano. Rehab, per fare un esempio, ha sfondato perché era cucita addosso a Amy, alla sua natura reale. Il lavoro di un produttore consiste nella ricerca di queste connessioni.

Non vorrei mai essere quello che viene pagato per dire cose tipo “qui ci metterei una bella tastiera anni Ottanta e un coretto alla Bee Gees”. Questi sfizi me li tolgo quando incido i miei dischi solisti (l’ultimo è Record Collection; ndr).

Quando sono al servizio di altri artisti, mi interessa la visione generale, il progetto nella sua complessità. Non ci sono molti margini per la costruzione a tavolino di un personaggio di successo. Ci si può attrezzare per creare dal nulla il fac simile di un cantante cool, ma dura poco».

Vede lungo Ronson quando si parla di popstar e carriere. «La prossima icona pop è Bruno Mars. Non ha rivali. Basta guardarlo: come si muove, come canta, come si veste. Un tutt’uno: talento e consapevolezza, eleganza e senso del ritmo: perfetto. Tra un paio d’anni sarà il modello da seguire».

Infatuazione per Mars a parte? «Da qualche tempo siamo tutti immersi nel trip elettronico, lavoriamo sulla maggior parte dei brani avendo come faro guida la disco ball glitterata dei dance club. Lavori su una canzone e ti immagini la gente che balla scuotendo la testa.

Ecco, la prossima rivoluzione sarà superare questo approccio e riscoprire il piacere di una melodia nella sua semplicità. Senza unz, unz di sottofondo».

Testo: Gianni Poglio