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Lou Reed: quel giorno con Mister New York


Omaggio al poeta della Warhol generation

di Gianni Poglio

Le strade del lavoro non me lo avevano mai fatto incontrare. Ma un'intervista con Lou Reed era un pensiero ricorrente. Per tanti motivi, non ultimo quello di verificare in presa diretta se fosse davvero l'intervistato più temibile del rock'n'roll. Sulle sue asprezze verso i giornalisti giravano incontrollate e oscure leggende metropolitane.  

Parole, parole... Ma poi un giorno, nei primi mesi del 1998, Lou arriva a Milano. Si fa intervistare per promuovere un album live davvero bello, Perfect Night Live in London. L'appuntamento è in un albergo di Piazza della Repubblica. Dieci minuti d'attesa e Lou si materializza. Stretta di mano ferrea, ma fugace. Poi fissa la cartella stampa zeppa di fogli e foto promozionali. La guarda come se non fosse roba sua, poi, silenzio. 

A ripensarci adesso che ci ha lasciati, Mr Reed non respingeva chi aveva di fronte, si limitava a tenere le distanze, muovendo alternativamente la spalla destra e poi quella sinistra come in una sorta di allenamento da fermo. Ricordo bene la smorfia alla prima domanda sui Velvet Underground: "Non c'è molto da aggiungere" disse. "noi non eravamo parte della Summer of love, eravamo urbani, affascinati dalla dark side del mondo e in particolare di New York. Non ho mai cantato di fiori e amore fraterno. Mai avuto un'anima rurale". 

Era così Lou. Mi torna alla mente come fosse oggi l'espressione di sincero godimento nel parlare della sua nuova chitarra, la vera protagonista di quell'album dal vivo registrato nella capitale inglese. "Questo è il suono perfetto, brillante ma ruvido. Mi regala soddisfazioni ogni volta che la imbraccio". 

Probabilmente ne era così affascinato perché veniva da anni in cui se n'era andato in giro per il mondo con una band scassata, grezza, ruvida, composta da rockettari senza garbo. Arrivò anche la domanda sui suoi rapporti burrascosi con i giornalisti: "Dipende. Se vogliono parlare con me di musica oppure se vogliono addentrarsi nella mia vita come dei paparazzi. Lascio libertà di scelta e mi sento libero di reagire alle intrusioni. A proposito, non molti sanno che per qualche mese ho frequentato la scuola di giornalismo, poi ho mollato tutto. I miei insegnanti erano allergici alle opinioni e io ero allergico a loro".

E ricorda: "Andy Warhol venne a vedere i Velvet Underground un pomeriggio al Cafè Bizarre lungo la West Third Street a Manhattan. Gli piacque tutto. Il suo incoraggiamento fu decisivo per capire che ero sulla strada giusta. Con lui al comando il mondo sembrava in discesa. Noi fluttuavamo liberi nell'arte e lui ci copriva le spalle". 

Tra le mani, quel giorno, aveva una copia del New York Times. A un certo punto, mentre racconta del remake di Perfect Day per il nuovo album, s'interrompe. Lo sguardo gli cade su una notizia di taglio basso in prima pagina. "Ci sono racconti terribili su quel che succede nelle stazioni di polizia a New York. Qui si parla di un uomo sodomizzato con un compressore ad aria. Ma che cosa siamo diventati? Questa roba è la tolleranza zero?" Si incupì, rimase in silenzio per una manciata di secondi. Poi, quasi rassegnato, disse: "La mia New York non esiste più. Rimane solo qualche angolo incontaminato che mi piace immortalare con la macchina fotografica. Così, per ricordare, per dare un senso alla nostalgia".