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Il casco visto da fuori


Jenson Button, o di come passare tutto quel tempo sotto un casco e dentro una tuta possa insegnare le gioie del buon vivere e del ben vestire.

Quando non corre, Jenson Button - twittofilo, gattofilo e, per sua ammissione, masochista («Da grande voglio fare l’Ironman») - ascolta i Red Hot Chili Peppers, divora noci macadamia e va a caccia di sombrero. «Per la mia collezione», spiega con uno scatto d’entusiasmo. «Ne possiedo centinaia. Ho anche una foto di me con indosso un sombrero e niente altro».

Un gesto temerario, altro che chicane e sorpassi mozzafiato. Anche da ragazzino mostrava questa tempra?

«Scherza? Ero un bambino timido, nervoso e sempre imbarazzato. Il classico sfigato. Col tempo sono migliorato, la Formula 1 mi ha aiutato molto. Mio padre era un pilota di rally, così ho frequentato il mondo delle corse fin da piccolo. Quando avevo otto anni, per Natale mi ha portato un go kart. È stato un regalo fantastico, e credo che anche lui pensi che sono stati soldi spesi bene».

Sua madre non era spaventata?

«Moltissimo, all’inizio. L’automobilismo è molto più sicuro di altri sport, ma i genitori, si sa, non la vedono così. Oggi mia madre viene a vedermi in tre-quattro gare all’anno, ma non credo le sia passata la paura. Il go kart è stato il mio sfogo, un modo per testare i miei limiti e allargarli sempre di più. È stato allora che ho iniziato a sognare la Formula 1. Anche se fino ai 12 anni non l’ho detto a nessuno: temevo di esser preso in giro».

E noi che pensavamo che gli uomini si dessero alle corse per far colpo sulle ragazze.

(Ride) «Be’, certo, fare il pilota aiuta. Anche se a volte tutte quelle donne bellissime che affollano il circo… Ecco, sembra tutto un po’ forzato».

Addirittura. Eppure lei ha fama di amare la bella vita.

«È così vero che la sera guardo le serie americane registrate alla tv!».

Però, un’icona di stile lo è diventato.

«Non certo per merito mio. Se c’è una cosa che questo sport t’insegna è a vestirti bene. Quando passi il 90 percento del tuo tempo con la testa sotto un casco e infilato in una tuta ignifuga, impari ad apprezzarlo. Io l’ho scoperto verso i vent’anni. Da ragazzino avevo un look un po’ da nerd, oggi amo vestirmi elegante per uscire. Anche perché, se una ragazza si sforza di apparire al meglio quando ti sta accanto, il minimo che puoi fare è esserlo anche tu».

Certo, la sua fidanzata (la modella giapponese-argentina Jessica Michibata) non è che debba sforzarsi molto.

«Ha ragione. Ma non sopporto quegli uomini che vanno in giro vestiti come capita mentre pretendono che le loro fidanzate siano al top. Sono un uomo d’altri tempi, sa. Pensi che il mio modello è sempre stato l’attore Steve McQueen».

Nonostante il fatto che qualche tempo fa si era fatto crescere i baffi come Nigel Mansell?

«Magari, come lui! Però ci ho provato. Oggi vanno molto. Jessica li adorava: forse perché pensa, giustamente, che io sia molto meno attraente di lei, e abbia bisogno di quel qualcosa in più. Mi ero anche fatto crescere la barba, però non mi sta bene».

Ed è anche un po’ narciso.

«Io?! Se sapesse cosa c’è in giro nel circuito… Però passando la maggior parte del mio tempo sotto a un casco, con la testa che mi suda, oppure su un aereo con l’aerazione forzata, ho capito che idratazione e pulizia sono fondamentali. Le rughe non mi dispiacciono, ma solo se ti fanno assomigliare a George Clooney».

Il suo allenamento è molto duro?

«Sì. Diffidi dei colleghi che dicono di passare il tempo a divertirsi. Per carità, siamo dei privilegiati, però questo sport è sempre più esigente: essere competitivi richiede tanta disciplina. La gara è solo la punta dell’iceberg. Io mi alzo alle 5 e 45 tutti i giorni e vado a nuotare nel Tamigi. Un po’ di pesi leggeri, poi monto sulla mountain bike. Pedalo tra 40 e 110 km, faccio una trentina di vasche in piscina e infine corro i diecimila metri. Il triathlon è la mia passione, quella che condivido con Fernando (l’amico Alonso, ndr) e a cui vorrei dedicarmi dopo la F1. Ogni anno partecipo a un sacco di gare. Alla fine sono sfinito, ma felice».

Anche la sua fidanzata è una sportiva?

«Sì. Entrambi siamo appassionati di beach volley. Quando siamo a Tokyo, di cui mi ha fatto innamorare, andiamo a fare jogging sul monte Fuji. Adesso mi sta insegnando lo yoga».

La sua dieta, invece... tutta vita?

«Pasta, pizza e riso sono vietatissimi. Però adoro il cibo tradizionale giapponese, come anche il vino rosso e una buona birra. La mia grande debolezza sono i dolci. Il toffee è la mia passione. Per uno Sticky Toffee Pudding o una fetta di torta Banoffee (“banana & toffee”, ndr) potrei fare follie. E poi la Cheesecake. Non amo invece lo champagne, anche se sul podio bisogna berlo perché è il sapore della vittoria. Ma dopo una corsa si è così disidratati che anche un solo sorso dà alla testa».

Fuori dal circuito cosa guida?

«La Smart di Jessica, ovviamente. E poi la mia Harley-Davidson».

L’ultimo libro che ha letto?

«Ehm… Il “manuale di Ironman” conta, vero?».

Cosa non le piace della Formula 1?

«La routine. Per carità, nel circuito ho molti amici, quasi sempre sono un compagnone. Ma vedere sempre le stesse persone, viaggiare sempre tutti insieme… A volte mi sento soffocare. Quando succede, prendo la mia barca e sparisco per un po’ di tempo».

Il pilota che vorrebbe diventare?

«Alain Prost».

...che non è proprio il massimo del savoir faire, però, diciamolo.

«Sì, però a lui si perdona tutto. O quasi».

Cosa farà quando smetterà di correre?
«Voglio vivere su una barca. E farò il manager di giovani piloti, come già in parte succede. Ma non appenderò il casco al chiodo tanto presto. Intendo continuare a correre finché sarò competitivo. È vero, adesso in squadra sono il senior (Sergio Perez, il compagno appena arrivato alla McLaren, ha dieci anni di meno, ndr): praticamente faccio parte dell’arredamento. Però sono troppo giovane per lasciare. E poi devo ancora vincere questo Mondiale, no? Scherzi a parte, prima di ritirarsi dalla Formula 1 bisogna rifletterci moltissimo, ed è quello che farò. Quando uno molla, deve esserne assolutamente sicuro. Perché, come abbiamo visto in tanti casi, tornare a correre dopo una lunga pausa è sempre un disastro».

Testo Costanza Rizzacasa d’Orsogna

Foto Simon

Styling Ilario Vilnius
Nelle foto del servizio, Jenson indossa abiti Boss Selection e orologio Tag Heuer.