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James McAvoy: il volto inglese di Icon


L’attore inglese James McAvoy, protagonista della copertina di Icon, si racconta in esclusiva anche attraverso le immagini scattate dal fotografo David Bailey

FOTO _ DAVID BAILEY
FASHION EDITOR _ANDREA TENERANI
TESTO_ LUKE LEITCH

Se non avete mai visto Shameless o State of Play (le serie Tv inglesi, non i remake americani), be’, datevi da fare – Netflix, Amazon, BitTorrent, qualsiasi cosa pur di non perdervele. Perché queste fiction non sono soltanto le rappresentazioni più belle e appassionanti di due temi chiave della nostra cultura – le divisioni sociali e il rapporto tra politica e mezzi di informazione – ma contengono anche le prime, brillanti performance di James McAvoy. Ormai trentacinquenne, McAvoy fa l’attore da diciotto anni, da quando un incontro fortuito a scuola e una scommessa che si è rivelata vincente gli hanno aperto per caso le porte del mondo della recitazione. In Inghilterra è molto rispettato, non solo per il suo lavoro, ma anche per la reticenza a parlare in pubblico della sua famiglia – ha conosciuto la moglie, Anne-Marie Duff, sul set di Shameless, e la coppia vive a Londra assieme al loro “pargoletto”.

Icon ha incontrato McAvoy quest’estate a Londra, subito dopo lo shooting da Bailey.
Hai in cantiere un nuovo progetto degli X-Men e anche un nuovo film su Frankenstein, ma la tua prossima pellicola che uscirà nelle sale è The Disappearance of Eleanor Rigby, una storia molto intima, umana, che non presenta elementi fantastici o effetti speciali. In realtà è una storia di un realismo quasi brutale. Senza rivelare troppo della trama, ho avuto l’impressione che fosse una versione tragica di Woody Allen.


Sì, hai ragione, c’è un po’ di Woody Allen. C’è quel tocco ironico, e anche l’amore per New York. Puoi ambientare un film a New York e usarne gli scorci, gli edifici più rappresentativi e gli elementi emblematici senza necessariamente trasmettere amore per la città. Ma quell’amore lo ritrovi senza dubbio nei film di Woody Allen e di Ned Benson. Nel caso di Eleanor Rigby, Ned riteneva che non potesse essere ambientato da nessun’altra parte. È un film nato unicamente dalla passione.


Mi è piaciuto in particolare il personaggio della madre della tua ragazza, Mary Rigby, interpretato da Isabelle Huppert. Sembrava che avesse in mano un bicchiere di vino rosso in ogni scena, mattina, pomeriggio e sera, e un particolare luccichio negli occhi.
«È stata magnifica. E mentre giravamo, non faceva che flirtare con me, di continuo. Non avevo idea di cosa sarebbe successo, perché nel copione non era previsto, e lei era così, be’... è stato strano. Mi sembrava di essere in un dannato porno!».
A proposito di atteggiamenti fuorvianti, uno dei tuoi ultimi film è stato Filth, adattamento di uno dei romanzi più cupi di Irvine Welsh, Il Lercio. Trainspotting a confronto sembra Mary Poppins. E interpreti Bruce, un uomo terribile e un poliziotto corrotto. Cosa ti ha affascinato di più di questo personaggio?
«Ah! Be’, Bruce è un vero casino. È stata la cosa che mi ha affascinato di più. Perché la storia non si limita soltanto a una corsa sfrenata dal sapore nichilista, seguendo questo tizio nel suo percorso di distruzione. Anche se nei primi venti minuti del film quasi non te ne rendi conto. Un po’ come in Eleanor Rigby, la vera botta ti arriva quando capisci che in fondo è davvero tutto lì. E che da quel momento in poi bisognerà andare a fondo, sempre più a fondo. Filth ruota tutto intorno al personaggio di Bruce, alla sua testa bacata, il suo disturbo di personalità multipla, il suo bipolarismo i suoi stati allucinatori, come pure la dipendenza dall’alcol e dalle droghe. È un viaggio dentro gli abissi di quest’uomo, scavando sempre più in profondità. Ecco, questo è stato davvero interessante... Sai, nell’ultimo anno e mezzo sembra che abbia interpretato solo personaggi con tremendi problemi mentali. Macbeth a teatro a Londra, il film su Frankenstein – gente alle prese con un vero trauma, che soffre in maniera atroce perché sente di essere sul punto di andare in pezzi, di perdere il proprio equilibrio mentale. Non so perché, ma negli ultimi tempi sembra che mi propongano solo parti così!».


Il tuo personaggio in Filth fa delle cose davvero depravate. Ma nei tuoi ruoli più commerciali, come Charles Xavier in X-Men, ti rivolgi a un pubblico molto giovane. I tuoi agenti ti hanno mai messo in guardia suggerendoti di rinunciare ai lavori più provocatori? Qualcuno ti ha mai detto: «Forse non dovresti accettare una parte in cui costringi una ragazzina a farti un pompino?».
«Naaa, queste cose non mi preoccupano. Se la storia è interessante, il personaggio è interessante, ed è un’esperienza che per il pubblico vale la pena di fare, be’, okay, fanculo. Non mi preoccupo affatto. Cioè, probabilmente quella è stata l’unica scena che mi ha messo un po’ a disagio. Ma per il resto è andata benone».
Il film è stato girato a Glasgow, dove sei cresciuto. Ora però vivi a Londra. Torni spesso in Scozia?
«Sì, tre o quattro volte l’anno. Se sono fortunato anche di più!».
E la tua carriera di attore è iniziata – quasi per caso – quando frequentavi le scuole lì?
«Sì! La mia insegnante di letteratura inglese, una donna straordinaria di nome Jenny Proctor, abitava nella casa accanto a quella di David Hayman, il regista e attore. A scuola stavamo studiando il Macbeth, e lei pensò che fosse una buona idea invitare Hayman e farci raccontare il suo punto di vista. Hayman aveva lavorato un sacco in Tv, e io pensai che fosse una cosa fantastica. Il resto della classe, in realtà, non se lo filò granché. Quando la lezione terminò, andai da lui e gli dissi: “Nel caso dovesse girare un altro film, posso venire a lavorare per lei e preparare il tè per lo staff?”. E lui rispose: “Ma certo!”. Mi telefonò sei mesi dopo e mi chiese se mi andava di presentarmi per un provino. Ci andai, mi fece fare un provino per la parte di Kevin Savage, e per mia fortuna la ottenni. David me l’assegnò così su due piedi. Uscendo dalla stanza mi diede una pacca sulla spalla e disse a qualcuno che avevano trovato il tipo giusto per il personaggio. Pensai: “Accidenti, quant’è facile!”. Solo tempo dopo avrei capito che non lo era affatto...».

Avevi mai pensato di fare l’attore, prima?
«No, mai. Cioè, quando chiesi a Hayman se potevo lavorare per lui, intendevo proprio lavorare, preparare davvero il tè per lo staff!».
Non ti ho mai visto occuparti di qualcosa di diverso dalla recitazione fino a quest’anno, quando ho scoperto che eri il testimonial della campagna pubblicitaria di Prada. Che sta succedendo?
«Be’, sono stati molto gentili a offrirmi l’opportunità di lavorare con loro, ma per me è un’esperienza del tutto nuova. E se devo essere sincero, prima d’oggi non avevo neanche mai desiderato farla. Voglio dire, indosso capi Prada e Burberry e non disdegno un abito di buon taglio. Ma non mi è mai piaciuto tanto vendere qualcosa alla gente. Non perché ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato in questo, ma – come attore – ho sempre pensato che potesse compromettere la capacità del pubblico di accettarmi nei panni di un determinato personaggio. Poniamo che stiano guardando un film – non so, magari di un uomo con un tumore al cervello che all’improvviso sviluppa poteri soprannaturali. A quel punto possono pensare: “Ehi, aspetta un attimo! Quello è il tizio che stava cercando di vendermi Prada!”. Così mi sono sempre tenuto alla larga da questo genere di situazioni, ma mia moglie Anne-Marie mi ha dato qualche suggerimento. “Oh, non essere così stupido!”, mi ha detto. «Se ti fa sentire meglio, dai i soldi in beneficenza». Così abbiamo pensato che potesse essere un’opportunità per supportare un’associazione benefica».
Quale associazione, se posso chiederlo?
«L’Unicef. Ma non sono ancora stato pagato, perciò la sovvenzione partirà non appena avrò i soldi. L’Unicef e un’altra associazione che si chiama Retrack, che opera in Uganda, Kenia ed Etiopia. Sono entrato in contatto con loro quand’ero in Uganda a girare L’ultimo re di Scozia. Cercano di dare un alloggio a bambini fuggiti di casa o bambini del bush rimasti orfani – oppure di riportarli alle loro famiglie. In sostanza, tolgono i bambini dalla strada. È un’associazione meravigliosa».


Sembra che il sodalizio tra case di moda e attori sia ormai consolidato. Un agente che ho conosciuto a Cannes mi ha detto che, nella gestione di una carriera, una campagna pubblicitaria nella moda fa ormai parte del percorso di formazione di un attore.
(Un po’ spiazzato.) «Davvero? È una componente del business di cui non conosco granché, avendo fatto quest’unica esperienza. Ho trentacinque anni, perciò non ho costruito la mia carriera su questo. Per me è una novità. I miei agenti ne erano entusiasti, l’hanno vista come una cosa assolutamente normale. Io, invece, sono rimasto sorpreso: uno, perché mi hanno contattato; due, perché tutti pensavano che dovessi accettare.»
Be’, se avrai l’opportunità di partecipare a una sfilata di Prada, ti consiglio di coglierla al volo: dodici minuti di esplosione di creatività pura, distillata in capi d’abbigliamento.

È una casa di moda straordinaria e l’abito era bellissimo. È un’esperienza che mi è piaciuta davvero, e ho avuto modo di lavorare con Anne (Leibovitz, ndr). E poi ho indossato capi fantastici e altri un po’ eccentrici. Ce n’erano un paio che non credo usino mai per le campagne pubblicitarie... se ci andassi in giro per Glasgow, probabilmente finirei linciato!.

Eppure Glasgow ha un grande senso della moda. Christopher Kane, l’affermato stilista di womenswear che lavora a Londra, ha iniziato proprio a Glasgow. Ha la fama di essere una città di riferimento per lo stile e le nuove tendenze.
«Sì, ma ho l’impressione che l’eleganza di Glasgow sia più sobria ed essenziale. Ho passato un mucchio di tempo a Manchester, e per me è davvero l’epicentro della moda nel Regno Unito... Man mano che invecchio, presto sempre più attenzione ai vestiti. Prima mi buttavo letteralmente addosso il primo abito che trovavo, e dicevo: “È della mia taglia, che altro?”. Ora invece desidero essere elegante. Per cui mi curo molto più di ciò che indosso. Studio il taglio e mi chiedo: uno, è alla moda? Due, mi sta bene? Perché le due cose – ciò che ti sta bene e ciò che è di tendenza – non sempre vanno a braccetto. Ci sono periodi in cui la moda sembra procedere di pari passo con i tuoi gusti e altri in cui sembra prenderti a martellate in testa».
Ed è inutile rincorrerla.
«Assolutamente. Perché è più importante seguire il proprio senso dello stile».


Traduzione_Silvia Montis
Fashion Contributor: Marco Dellassette.
Fashion Assistant: Francesca Pinna.
Grooming: Jennie Roberts @Stella Creative Artists.