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Il corso del fiume. Francesco Scianna


Letture, maestri, fughe, Sean Penn: tutto per caso, tutto al momento giusto. I trent’anni di Francesco Scianna, un attore che ha imparato a fidarsi delle imperfezioni

Si muove volteggiando con il trench. Ha denti bianchissimi, pelle ambrata, capelli e occhi scuri, ma il suo viso non è un cliché del sud. Chi lo ha seguito, dagli esordi con la Comencini e Martone, e poi con Bellocchio, Tornatore e Placido, ha sempre pensato che fosse destinato a sfondare oltreoceano, pur tenendosi strette le proprie radici. A 30 anni è il momento della svolta. Inseguito dalla moda (è di nuovo tra i volti della campagna invernale di D&G, dopo il successo di quella estiva), sta girando un film dopo l’altro e tra questi è in progetto la prima pellicola in lingua inglese.

Pare debba ringraziare la Comencini, che la chiamò un attimo prima che decidesse di abbandonare l’Accademia d’Arte drammatica: oggi lei ha le carte in regola per essere il nostro uomo da esportazione...

«In molti mi hanno detto: “un italiano, a 30 anni, non sarà mai un americano”. E mi va bene, perché io voglio costruire la mia carriera qui, magari fare un film che vince premi importanti, un Golden Globe o un Oscar.  Baarìa ha corso ma non ha vinto, ed è quello che fa la differenza».

Ma l’hanno cercata, dagli Usa?

«Moltissimo, se poi però non vivi lì è tutto più difficile, e forse allora non ero nemmeno pronto.

Oggi so che voglio lavorare in Usa, ma senza abbandonare l’Italia. Il passaggio dei 30 anni mi ha cambiato: sono entrato in una fase più matura. E mi fido di più di me stesso».

Lei è già stato in America.

«A studiare, due volte. A 22 anni ho abbandonato un corso alla Strasberg due settimane prima della fine perché mi sembrava che gli insegnanti avessero un interesse solo economico. Ma tre anni dopo ero di nuovo oltreoceano, alla Black Nexxus (la scuola di Susan Batson, coach di Tom Cruise e Nicole Kidman, ndr)».

Tutto diverso?

«Lo ero io, forse ero più pronto. In Accademia credevo di non avere gli strumenti per il lavoro cinematografico. Per fortuna Cristina Comencini è arrivata che avevo 19 anni e mi ha fatto capire che non esiste un solo percorso».

Quindi cosa ha cercato, la seconda volta?

«Un modo diverso di affrontare i miei limiti: mi hanno insegnato a partire da dentro di me, e a recitare “rilasciando” quello che ho già».

Tra poco sarà impegnato nelle riprese di un film indipendente americano.

«Sì: Panarea. Non sappiamo ancora quando si comincia, ma girerò qui in Italia (come si intuisce dal titolo) con Amber Heard e Mark Webber, tutto in inglese. È la storia di due coppie in crisi che si incontrano sull’isola e, con il loro intrecciarsi, sciolgono i rispettivi problemi».

Adesso avrà un occhio di riguardo per i sex symbol hollywoodiani...

«A me piace l’uomo curato, ma entro certi limiti. A Hollywood su certe cose sono malati, chissà a che razza di trattamenti si sottopongono. Io ho altri gusti. Ho incontrato Mickey Rourke in palestra, a Los Angeles, mi ha impressionato la sua faccia, trovo molto più interessante un viso vissuto che non uno bello ma fine a se stesso. Anche Rutger Hauer per me è un bell’uomo».

Le hanno mai detto che era troppo bello per fare cinema?

«Ma no, sono tutto irregolare, non ho la faccia di un modello».

Allora perché nei film la imbruttiscono sempre?

«Perché mi piace farlo! Per citare un altro collega, meglio il DiCaprio di oggi, con quel viso “sporcato”, di quando era perfetto».

E le hanno mai detto che era troppo... qualcos’altro?

«“Troppo sano”: me lo dissero al provino per La solitudine dei numeri primi».

Sognava di incontrare Sean Penn: ci è riuscito?

«Lo scorso maggio, al Soho House di Los Angeles. Mi siedo nel locale e poco dopo lo vedo entrare con un amico: non ci potevo credere. Quando è andato a fumare, da solo, ho deciso di seguirlo. Gli ho detto che per me era un modello, che volevo imparare da lui. Mi ha chiesto cosa ci facessi a Los Angeles, gli ho risposto che ero lì per un provino (per il film che sta per girare, ndr). Mi ha chiesto se conoscevo Valeria Golino e Scamarcio, perché è loro amico, gli ho risposto che in autunno avrei girato un film proprio con lei, quindi siamo passati a parlare di Sorrentino. Ma a un certo punto ho perso la capacità di esprimermi, non ce la facevo più, sono riuscito a dire che avevo molto apprezzato il suo Cheyenne, il personaggio di This must be the place».

Come è finita?

«Lui parlava, parlava di Stromboli, di barche a vela e vulcani, di fondali! Finita la sigaretta mi ha chiesto se volevo raggiungerlo, ma io non ci sono andato. Ero così turbato, mi sono detto “France’, fermati...”. I miei amici mi insultano ancora, ma sono sicuro di aver fatto bene, e credo che lo rincontrerò».

Diceva che oggi si sente più sicuro di sé.

«Assolutamente, anche nella ricerca di una donna. Il mio ultimo rapporto (con l’attrice Francesca Chillemi, terminato qualche mese fa, dopo un anno, ndr) mi ha molto cambiato, ho capito che non ero pronto a dare, non sapevo cosa significasse, oggi voglio imparare a farlo sempre di più».

Ha detto, di se stesso, «Ho un’anima leggera ma anche un lato oscuro che fa casino dentro»...

«Credo fosse l’idea del perfezionismo a disturbarmi, ma è una cosa che mi sta lasciando:  mi sono accorto che era un mio limite, e come accade sempre, quando ti accorgi di un limite questo perde il potere di fregarti. Oggi è iniziata una fase in cui seguo più il corso del fiume, e mi creda, questo cambia le cose».

A cosa deve questa saggezza?

«Avevo ancora 19 anni, ho trovato in casa dei libri di Osho. Zarathustra il profeta che ride e Zarathustra un dio che danza, sono volumi che non credo si trovino più in circolazione. Mentre a Parigi, studiavo la lingua leggendo La creatività in francese... Non finirò di ringraziare i miei genitori, anche per questo».

Suo padre cosa le ha insegnato?

«Innanzitutto mi ha sostenuto con la sua presenza fisica. Si è comprato lo smoking per accompagnarmi ai festival: un uomo che vive in campagna, sul mare, a Bagheria!».

E sua madre cosa le ha dato?

«Mi ha passato la follia, il saper uscire dagli schemi».

Da suo padre avrà imparato anche a corteggiare come un vero siciliano...

«Esiste uno stile siciliano?».

Le donne dicono di sì.

«Io sono molto fisico, ho bisogno del contatto, se mi piace una ragazza la fermo per strada, succede anche al supermercato! Mi invento che devo chiedere informazioni».

E come procede, la cosa?
«Tolgo la maschera, le scrivo il mio telefono su un foglietto e glielo passo... Se sento che una donna è aperta arrivo anche a toccarle le mani, vedo che la cosa turba, sorprende: mi piace! E poi quando abbraccio, abbraccio davvero, per voi di Milano è una cosa strana, anche in America è così».

La fermo, le scrivo il mio numero su un foglio, le tocco le mani. E quando abbraccio...

La fermo, le scrivo il mio numero su un foglio, le tocco le mani. E quando abbraccio...

Le reazioni delle donne al suo approccio fisico?

«Restano congelate! Ma io non posso rinunciare a questa emozione, a fare quel passo, in questo modo sono nate amicizie straordinarie che durano ancora oggi».

Il suo oggetto sacro?

«La collanina che tengo sul comodino. L’ho indossata a 12 anni, in una fase in cui avevo sempre gli incubi. Sognavo l’incredibile Hulk che mi inseguiva e io correvo indietro anziché in avanti. Immaginavo di respingerlo con la collanina, e che lui non mi potesse più attaccare. Una notte nel sogno ho corso, lui mi ha inseguito e io gli ho urlato “basta, mi hai rotto!”. L’ho chiuso nell’armadio, e non è mai più tornato».

All’aperto, invece, cosa ama?
«I laghi, sono il mio spazio ideale, per esempio quello di Piana degli Albanesi, in Sicilia, dove fanno cannoli giganti! Ci vado a pescare da quando avevo cinque anni. E da due anni torno spesso in Sicilia perché sono diventato zio di Pietro, il figlio di mio fratello a cui sono molto legato. Vederlo diventare padre è stato straordinario. Da piccoli dormivamo in camera insieme e chiacchieravamo. Appena lui si zittiva, prima di addormentarmi, iniziavo a pregare. E lui, puntualmente, ricominciava a parlarmi: “Fra’, Fra’, cosa facciamo domani...?”».

Dicevo le preghiere e alla fine aggiungevo: «Dio, fammi diventare un grande attore»

Dicevo le preghiere e alla fine aggiungevo: «Dio, fammi diventare un grande attore»

E cosa chiedeva, nella preghiera?
«Dicevo il Padre Nostro, e alla fine aggiungevo sempre “Ti prego, fammi diventare un grande attore...”».

Foto: Simon

Testo: Cristiana Allievi
Fashion editor: Andrea Tenerani