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Gucci by Lapo e Frida


Elkann e Giannini ridisegnano il guardaroba del dandy, con un testimonial d’eccezione

di Marco Morello

La frase compare in un libretto dalla copertina blu tenue, una vecchia edizione degli Ultimi scritti di Charles Baudelaire. S’impone con la prepotenza di un tuono in mezzo a una pioggia leggera di aforismi, domande senza risposta, frasi tronche, eccessi di a capo e vaghezze in libertà. Non è una giustificazione tardiva di una caccia al lusso senza particolari freni, ma una dedica spontanea rivolta a chi, come il poeta francese, ha fatto di un’eleganza a tratti esuberante la sua bandiera. Recita esattamente così: «Il dandy deve aspirare a essere ininterrottamente sublime». E se valeva nella vanitosa Parigi di metà Ottocento, vale ancora oggi come principio guida: è sottintesa, questa rincorsa perenne al sublime, nella capsule collection Lapo’s Wardrobe disegnata dal direttore creativo di Gucci Frida Giannini assieme a Lapo Elkann, interprete perfetto dell’arte di distinguersi e, al tempo stesso, piacere e piacersi. Il caposaldo, il pilastro di partenza, è che si tratta di un progetto nato per il “made to measure”. Una visione dell’uomo (e, in più piccola parte, della donna) concepita come un work in progress, come una maniera per indossare i propri desideri, per consentire, a chiunque l’abbracci, di personalizzarne ogni minimo dettaglio. Di farsi cucire addosso uno stile combinando tessuti, colori e modelli che danno vita a oltre 900 differenti risultati.

LIBERTA DI SCELTA - Un’originalità vastissima che è garantita, anzi accentuata, da un’accortezza ulteriore: le fodere interne per le giacche con le loro sete stampate, al pari di altri elementi, arrivano dall’archivio della Maison e non sono mai state usate fino a oggi. Sono tanto inedite quanto estrose: hanno toni e fantasie vive, si combinano in forme di piume o di selle di cavallo, in un gioco di rimandi al mondo equestre che è tra gli immaginari di riferimento.
Però nessuna storia è suggerita e nemmeno sussurrata, nessun percorso è imposto o obbligatorio: il timone dell’ago resta in mano al cliente. «Sin dal primo contatto in negozio ha a disposizione un sarto e un team di esperti che lo accompagnano e lo consigliano fase dopo fase: dalla presa delle misure, allo stile della silhouette, alla ricerca delle personalizzazioni fino alla scelta finale del tessuto», dice Valerio, “made to measure” specialist per l’Europa. Una qualche bussola è necessaria, banalmente, per non smarrirsi: ci sono abiti monopetto con spalle stondate oppure completi doppiopetto. Per i materiali, la regola è il lusso estremo con un dovuto omaggio al meglio della tradizione, ai molteplici possibili codici dell’eleganza: lana tartan, gabardine di cotone stretch, cashmere a coste, tweed spinato, velluto e altro ancora.

GUIZZI CROMATICI - Un blu sognante, un arancio mandarino, pennellate di verde, rosso, avorio, nero, grigio e altre varianti, compongono la tavolozza da cui attingere. Punti e cuciture sono artigianali, le asole vengono rigorosamente realizzate a mano, ogni giacca cela un’etichetta con il nome del cliente, la data di creazione e la città d’origine del capo: è la carta d’identità del pezzo unico.

Di più: Lapo Elkann e Frida Giannini hanno voluto vite alte e linee aderenti per i pantaloni, che ostentano preziosismi come i bottoni per le bretelle. «Per la realizzazione», continua Valerio, «servono sei-sette settimane, durante le quali l’ordine è lavorato da circa sei persone all’interno di laboratori italiani specializzati nella sartoria maschile. Sono impegnate a completare sette differenti fasi che comprendono, per fare qualche esempio, modellistica, taglio, ricamo e stiro. A quel punto, dopo un accurato controllo qualità, l’abito viene riconsegnato al negozio che contatta immediatamente il cliente per suggerire la seconda prova prima del ritiro definitivo». La collezione non si ferma a giacca e pantaloni. Si presenta come un intero guardaroba che spazia dalle camicie con le cifre ricamate alle polo, i cardigan, i cappotti, le scarpe. Comprende trolley, cartelle, borse da viaggio e accessori come bretelle, cinture, gioielli, cravatte: corollari di un look in cui nessun elemento è casuale o marginale, anche se suggerito dall’istinto o illuminato da un capriccio di colore. Per toccare con mano tanta cura e ricercatezza bisogna salire al piano superiore del primo flagship store europeo dedicato all’uomo che Gucci ha aperto nel quartiere milanese di Brera proprio davanti alla Pinacoteca, tra boutique di design e gallerie d’arte.

È qui, in una splendida area vip, che il Lapo’s Wardrobe è disponibile in esclusiva. Entro la fine dell’anno arriverà nei negozi di Parigi, Londra, New York, Tokyo e San Paolo, come fiore all’occhiello per i veri cultori del glamour sartoriale: «Il programma “made to measure” di Gucci rappresenta la massima espressione della nostra expertise nel made in Italy. Permette a ogni uomo di esprimere il suo stile in modo impeccabile», spiega Frida Giannini che, a proposito della collezione, aggiunge: «Lapo incarna perfettamente la mia visione dello stile italiano come un’attitudine, un istinto a interpretare la moda in maniera individuale e sofisticata. Pone grande attenzione ai dettagli e non ha mai timore di rischiare». Aggiunge Elkann: «Sono entusiasta e onorato del fatto che questo progetto sia stato realizzato da Gucci, che è sinonimo di eccellenza e artigianalità italiana. È stata un’esperienza unica costruire questa capsule collection con Frida: condividiamo l’amore e il rispetto per la tradizione, ma non abbiamo paura di osare e sperimentare. Questa combinazione è esemplificata nei pezzi che abbiamo creato».  

Gucci ha anche individuato la figura di un dandy contemporaneo che, con i suoi originali contrasti, incarna bene lo spirito di una collezione capace di sdrammatizzare l’eleganza con tocchi di misurata stravaganza: ha un nome lungo, pomposo e impegnativo, Gherardo Fedrigo Gaetani Dell’Aquila D’Aragona, ma preferisce il nomignolo breve e minuto con cui tutti lo conoscono, Barù. È di origini nobili, ha vissuto tra Stati Uniti, Australia e Argentina, ma ha trovato la sua strada in Italia, con le mani nella terra, in mezzo a viti, botti, etichette e bottiglie: sta producendo il suo primo vino, pronto entro due anni. È diventato famoso grazie al piccolo schermo (in coppia con lo zio Costantino Della Gherardesca è arrivato tra i finalisti del fortunato programma Pechino Express), «ma», dice schietto, «non dipendo dalla TV per vivere. Né me la vado a cercare».

DA PECHINO ALLE VIGNE - Per la casa fiorentina ha realizzato una serie di scatti legati a Lapo’s Wardrobe, che vanno oltre il classico approccio da catalogo e saranno pubblicati anche sulla pagina Facebook del brand: «Ho amato le camicie in cotone e cashmere, le trovo comodissime. E gli abiti in tweed, che di per sé potrebbero invecchiare chi li indossa, ma in questo caso sono stati trasformati con intelligenza in capi giovani e divertenti». Capaci, allo stesso tempo, di essere immuni da ogni tendenza passeggera: «In fondo vale lo stesso discorso che si può fare per i vini. Se sono buoni, lo saranno per sempre: non stravolgono le loro caratteristiche nel corso degli anni. Se un vestito è bello, sopravvive al passaggio del tempo». Parola di chi cinguetta con un nick che gioca sul richiamo a un tessuto, “Velluto liquido” (@liquidvelvet), che nel profilo si definisce un fashion tweeter, ma non aspira ai galloni di esperto di moda, anzi li rifiuta. Li rispedisce indietro con ironia: «Lo ammetto, è solo una presa in giro dei fashion blogger. Sono troppo pigro per scrivere un intero post, allora ho provato a farmi bastare 140 caratteri. Ma il tentativo è durato sì e no dieci giorni».

ELEGANZA DA ESIBIRE - Barù potrebbe forse trarre qualche spunto da quello splendido libretto custodito dentro una copertina blu, in cui Baudelaire aggiunge una postilla alla sua definizione del dandy, descrive il luogo ideale in cui può esercitare la sua vanità: «Deve vivere e dormire davanti a uno specchio». Però, almeno su questo punto, è possibile che il grande scrittore francese avesse torto: ha poco senso rinchiudersi in una stanza a contemplare il sublime che s’indossa. Sarebbe uno spreco, o, leggerezza peggiore, sarebbe come ridurre la bellezza a un atto d’egoismo.