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Ewan McGregor: uno scozzese per Icon


L’attore nato a Crieff in Scozia, si racconta a Icon. Ewan McGregor protagonista della cover del numero di settembre tra confessioni, passioni e film in uscita

Il rifugio sull’isola di Mustique o il solitario maniero in Irlanda non fanno proprio al caso di Ewan McGregor. L’idea di scomparire dalle scene, come alcuni suoi contemporanei, per dedicarsi ad anni di oziosa vita contemplativa è impensabile. Il suo segreto è il movimento. Movimento in avanti, fermandosi giusto il tempo necessario perché scatti il semaforo e poi ripartire. Senza mai smettere di creare, di aprirsi nuove strade, di esplorare. A volte come pioniere, altre come seguace, ma imboccando di rado il sentiero più battuto e prevedibile, indicato da segnali luminosi che annunciano: «Via più facile». Metaforicamente, a volte sfreccia su una strada a lunga percorrenza equipaggiato di tutto punto e con un esercito di motociclisti al seguito, a garanzia che il percorso rimarrà privo di ostacoli. Un mese dopo lo ritroviamo immerso nel fango fino alle forcelle, nel tentativo di recuperare un minimo di aderenza su pneumatici lisci e con carburante a stento sufficiente per raggiungere la prossima stazione di benzina. Solo lui sembra sapere quale di questi due estremi sceglierà di lì a poco. Senza dubbio, come professionista – e come persona – gli sono congeniali entrambi.
«Parto domenica mattina presto. Gli altri mi aspettano tra quattro giorni a Cincinnati», racconta gettandosi sulla sua bistecca con insalata al Lucky Strike, un bistrot francese nel quartiere newyorkese di SoHo. Gli “altri” sono Don Cheadle e la sua troupe, occupati a girare un film che si intitola, guarda caso, Miles Away, film biografico sulla leggenda del jazz Miles Davis, diretto e interpretato dallo stesso Cheadle. McGregor veste i panni di un giornalista che cerca di intervistare il trombettista alla fine degli anni 70. Quando ci incontriamo, però, l’attore scozzese si trova a New York per una serie di impegni legati a The Real Thing, la pièce teatrale che segnerà il suo debutto a Broadway e la cui prima ufficiale è annunciata per il 30 ottobre.

Mi sono fatto spedire qui una vecchia Moto Guzzi degli anni 60 e voglio prendermela comoda: tagliare per la Pennsylvania percorrendo le strade provinciali, poi le montagne del West Virginia e arrivare fino in Ohio. Quando le riprese saranno terminate, farò ritorno a Los Angeles in moto.


Il curriculum di McGregor ricorda il terzo round di un incontro di due pesi piuma male assortiti. Colpo dopo colpo dopo colpo. Alcuni sono diretti sinistri, improvvisi e fulminei, altri dei montanti da K.O. che persino il più distante degli spettatori vede arrivare dall’ultima fila dell’arena. In entrambi i casi, continuano a grandinare implacabili uno dietro l’altro.
Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting; Moulin Rouge!; Knockout – Resa dei conti; L’uomo nell’ombra; Amelia; Angeli e demoni; Colpo di fulmine – Il mago della truffa; Sex List – Omicidio a tre; Senza apparente motivo; Sogni e delitti; Miss Potter; Scenes of a Sexual Nature; Stay – Nel labirinto della mente; The Island; Guerre stellari, episodi I, II e III; Robots; Valiant – Piccioni da combattimento; Big Fish – Le storie di una vita incredibile; Young Adam; Il cacciatore di giganti; Abbasso l’amore; Rogue Trader; Black Hawk Down – Black Hawk Abbattuto; Little Voice – È nata una stella; Velvet Goldmine; I segreti di Osage County; The Impossible; Beginners; Il pescatore di sogni…
Non c’è un briciolo di fortuna in una carriera del genere. Dirlo, o anche solo pensarlo, sarebbe da folli. Registi, case di produzione e pubblico vanno pazzi per Ewan McGregor.

Lo scozzese, classe 1971, prese la sua prima decisione cruciale a soli 15 anni. «Abbandonai la scuola per inseguire il sogno di diventare attore. I miei genitori sapevano da tempo che non ero felice. A scuola avevo parecchi problemi di condotta e non imparavo nulla».
La miccia venne finalmente innescata durante un viaggio in auto con la madre.
«Ero seduto in silenzio accanto a lei, quando a un certo punto si gira e mi fa: “Ewan, puoi lasciare la scuola, se vuoi”. Dio. Avevo l’incubo di quei due anni che ancora mi aspettavano e invece, di colpo, era tutto finito. Qualche settimana dopo avevo già il mio primo lavoro, come macchinista al Perth Theatre, fino a che non venni ammesso alla Guildhall School of Music and Drama a Londra. Il coraggio di mia madre e di mio padre fu incredibile».

Già da tempo il giovane McGregor sapeva che direzione dare alla sua vita. «Avevo 9 anni quando capii con assoluta certezza che volevo diventare un attore. Credo di averlo sempre desiderato per via di mio zio. Ho uno zio che è attore, Dennis Lawson. Ha preso parte a Local Hero e a molti musical nei teatri del West End, ora lavora parecchio per la televisione. È stato lui a ispirarmi. Quando veniva in Scozia era così diverso, così spumeggiante, eccentrico, un vero hippy… Era fantastico, e non somigliava a nessuna delle persone che mi circondavano nel paesino dove vivevo. All’inizio, prima di sapere cosa significasse recitare, volevo essere come lui, come mio zio. Ancora oggi è il mio eroe».
Fu proprio lo zio Dennis a impartire al giovane Ewan una lezione fondamentale, che gli avrebbe permesso di trasformare il dolore e l’offesa in arte e successo.
«Ero in giro con un gruppo di amici e vedo questo tizio che mette il piede in una pozzanghera. Così gli dico: “Ehi, amico, cerca di tenerlo all’asciutto almeno alla prossima!”. Ma così, giusto per scherzare, non volevo attaccare briga. E invece quello si gira e mi molla un cazzotto in faccia. Scappo via di corsa, ma lui mi insegue e in qualche modo, non ho ancora capito come, riesce a colpirmi di nuovo da dietro, qui, dritto sul naso. Fu un pugno incredibile, magnifico. Così arrivai alla festa cui ero diretto con l’aria sparuta, la camicia sporca di sangue, umiliato come nessuno. Qualche settimana dopo ero con mio zio e stavo provando il monologo di questo skinhead, un ragazzo duro e violento, pieno d’odio. Ma nella mia recitazione non c’era nulla di vero, nessuna emozione. A quel punto lui mi guarda dritto negli occhi e mi fa: “Cosa diresti a quel tizio che te le ha date di santa ragione se te lo trovassi davanti adesso?”. Così ho cominciato letteralmente a fumare di rabbia, a urlare come un pazzo. E ho capito qual è la cosa più importante per un attore: entrare in sintonia con il proprio personaggio».

Un particolare illuminante per comprendere non solo un attore come McGregor, senza dubbio in grado di impersonare qualsiasi ruolo, ma anche le strade estremamente diverse che ha scelto di percorrere, è la lista dei film che usciranno nei prossimi 12 mesi.

A inizio 2015 ci sarà Son of a Gun. «È un film indie, australiano, di un giovane regista che si chiama Julius Avery», spiega McGregor. «L’ho girato lo scorso anno. È davvero appassionante, una piccola produzione a basso costo, con un giovane attore molto bravo, Brenton Thwaites. E molto bello, tra l’altro. Io interpreto uno scozzese che vive in Australia, un rapinatore di banche, un tipo davvero cattivo. È un film molto virile, macho, sul genere “ossi duri”. Era un sacco di tempo che non mi proponevano una parte del genere, quindi mi è piaciuto. È stato divertente».
A seguire, uscirà nelle sale Jane Got a Gun, un western che vedrà McGregor al fianco di Natalie Portman e Joel Edgerton.
«Poi c’è Last Days in the Desert, che ho girato con Rodrigo García, un film meraviglioso su un santo che attraversa il deserto. Anche questa una produzione a basso costo. Abbiamo girato fuori da Los Angeles, a due ore e mezzo di macchina da casa mia, nel deserto di Anza-Borrego. Indimenticabile, sia il posto sia l’esperienza. Credo che verrà presentato a qualche festival del cinema quest’autunno. È un film davvero bellissimo, pieno di passione, di anima e cuore».
Per concludere, c’è Mortdecai, una commedia con Johnny Depp. «E poi un thriller, basato su un romanzo di Le Carré, che si intitola Il nostro traditore tipo, girato a Londra. Ecco, questi sono i film in cui ho lavorato di recente e che non sono ancora arrivati nelle sale».

Più tardi, nel corso della serata, McGregor ricorda la sua arroganza da novellino e le sue affermazioni sfrontate, tipiche di un giovane che sa ancora poco della vita e delle tante svolte sbagliate e strade senza uscita che attendono i naviganti meno esperti.
«Quando ho cominciato a lavorare come attore, qualcuno mi ha chiesto che genere di cose desiderassi fare. La mia risposta è stata: “Voglio fare solo film, e solo film che contino”. Naturalmente una carriera è fatta di tanti film diversissimi tra loro e di alti e bassi, e non si può pensare che tutti cambieranno il mondo. Ma di tanto in tanto ti capita di girarne qualcuno che, se non altro, può contribuire a dare un piccolo scossone…».
La carriera di McGregor, però, non è fatta soltanto di interpretazioni per il grande schermo in grado o meno di scuotere il mondo.

C’è un motivo preciso per cui ci incontriamo a New York: la pièce di Tom Stoppard intitolata The Real Thing, nella quale McGregor interpreta Henry accanto a Maggie Gyllenhaal.
«Fu portata in scena per la prima volta negli anni 80 ed è l’opera in cui Stoppard affronta il tema della fedeltà-infedeltà. Parla di uno scrittore e della sua amante ed è scritta – oh, Dio – meravigliosamente bene. Comincio a settembre. Saranno cinque o sei anni che non metto piede su un palcoscenico. L’ultima volta è stata a Londra. Ho interpretato Iago nell’Otello. Mi piace da impazzire, adoro il teatro. Adoro le prove, la messa in scena, e la routine che si viene a creare, il modo in cui l’intera giornata ruota attorno alla performance. Ogni giorno sai che quella sera salirai sul palcoscenico, e mi piace come si vive quell’attesa, in cui sei costretto a strutturare il tuo tempo».
Ma il teatro non è tutto rose e fiori. Quando McGregor lavorava all’Otello aveva una tale ansia da palcoscenico che se ne parlò persino nelle recensioni della prima.
«La faccenda, in realtà, era molto più seria: ero annichilito, completamente terrorizzato. E lo dicevo a tutti. L’ho confessato al regista, agli altri attori, senza girarci intorno. Sono fatto così: è il mio modo di abituarmi alle emozioni».
E lo scozzese entra nei dettagli, con una frase che suona strana pronunciata da un attore:

Non sono capace di fingere. Vuoi sapere che faccia ho quando un regista mi dà delle indicazioni idiote? Eccola qua. La vedi? Ti sembra una faccia capace di mentire? Ho cercato di liberarmene per anni, ma non ci riesco: perché in fondo non sono sul set per fare quello che desidera tizio o caio, ma per fare un buon lavoro insieme. Credo negli scambi creativi. Penso che nel mio lavoro si debba scendere spesso a compromessi, perché recitare con altri attori e sotto la guida di un regista rappresenta un costante scambio creativo. Magari arrivi lì con delle idee precise su una determinata scena, e quando hai finito di girare la pensi in maniera del tutto diversa. Ma non l’ho mai considerato un compromesso.


Difficile prevedere che direzione prenderà la carriera di McGregor, dato che finora è stata indefinibile. Lo stesso braccio in cui abbiamo visto conficcato un ago pieno di eroina ha sorretto la spada laser di Jedi. Ed Ewan ha poco più di quarant’anni. Come attore, potrebbe benissimo avere davanti altri tre decenni di onorato servizio prima di pensare anche solo a rallentare.
Ricorda l’urgenza e la determinazione dei suoi primi anni di apprendistato in Scozia, quella stessa urgenza che continua a spronarlo ad andare avanti: «Volevo recitare nei film, lavorare come attore. All’inizio non sai se ce la farai, né se hai talento o se sei bravo… Ma se avevo un sogno, era quello di diventare un attore di successo. Mi ritengo fortunato perché appartengo a un’altra generazione: volevo imparare a recitare, non diventare famoso e basta. Credo che molti ragazzi di oggi vogliano diventare famosi per il gusto di esserlo. Io sono arrivato prima di questa smania. Volevo avere successo, e credo che ci sia una bella differenza, così cerco di spronarmi a sperimentare ricordando com’ero all’inizio, senza impigrirmi…».
Difficile che accada. Se mai vi capiterà di vedere Ewan McGregor fermo da qualche parte, sappiate che non si sta riposando: aspetta solo che scatti il semaforo.

Foto _ Paolo Zambaldi
Fashion editor_  Andrea Tenerani
Testo_  Gary Inman