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Eric Bana, una vita tra set e semplicità


"Non eccessivamente civilizzato, con istinti di sopravvivenza ancora vigili, col bisogno di sporcarsi di fango e polvere, introverso in modo sano, non ostile»: biografia di un attore in movimento. In cerca di un altro volante, e della prossima corsa

di Raffaele Panizza

Dal suo grande ma non immenso giardino affacciato sulla baia di Brighton, quartiere residenziale di Melbourne, è tutto un vociare di amici, gli stessi con cui da sempre ama acquistare vecchie auto da smontare e rimontare, lunghe ore in garage (le sue preferite) a ingrassarsi le mani e difendere, parole sue, la sua “integrità mentale”: c’è il vignaiolo Tony Ramunno, produttore di Cabernet Sauvignon e compagno di sigari e bevute di whisky. Poi Peter Hill, che costruisce skateboard in una vecchia fabbrica di cioccolato, la stessa dove lui, Eric Bana, ha installato gli uffici di una casa di produzione cinematografica, la Pick Up Trucks. Poi la moglie Rebecca Gleeson, figlia dell’ex presidente della corte suprema australiana, e i figli quasi adolescenti Klaus e Sophia. Il divo di Troy, Munich, Hulk e Black Hawk Down, l’ambasciatore e testimonial del marchio Bulgari e di Save the children, appoggia le ultime T-Bone a rosolare sul barbecue, toglie il grembiule che gli sta stretto sul fisico possente e abbandona per un po’ la comitiva: «Ecco di cosa c’è bisogno per essere completamente se stessi», dice, col tono privo di retorica di chi mostra una cosa costruita lentamente, con le proprie mani e riuscita bene, disincagliata da tutte le considerazioni circolari sulla battaglia tra l’essere uomo e l’essere star, marito e oggetto del desiderio. Non ha mai voluto vivere a Los Angeles ad esempio, nonostante la vita professionale lo richiami in California sei mesi l’anno. Ha tenuto nel box l’automobile rossa comprata coi primi soldi, venticinque anni fa, una XB Ford Falcon Coupé con cui ha corso il rally Targa Tasmania andandosi a schiantare contro un albero (ne è nato un documentario: Love the beast). Vive sei mesi sul set e sei mesi a casa, in una pianificazione scientifica, anno per anno. In attesa che qualcuno gli offra un nuovo volante, per un’altra corsa.

Perché gareggi?
Perché nella competizione il mondo va a posto, tutto è in ordine.

I valori sono chiari.
Esatto. O vinci o non vinci, o fai il tempo che ti sei prefissato o non lo fai. Il mondo delle corse mi piace per questo, perché tutto è misurabile.

Nel cinema, invece, governa l’opinione.
Nel cinema misurarsi, o peggio ancora pendere dal giudizio altrui, è un gioco pericoloso. L’unico parametro quindi deve essere interiore: mi sento nella pelle del personaggio oppure no? L’ho agganciato davvero? Quella è la domanda. La mia pista, il mio traguardo, sono soltanto io.

Qual è il personaggio che interpreti nella vita reale?
Quello di un uomo che ha sempre bisogno di un compito da svolgere. Che cerca un’impresa. Un uomo che ama raccogliersi in solitudine. Che adora tutto ciò che viaggia a motore, su quattro o due ruote. E se le circostanze lo permettono, anche su una ruota sola.

In una parola.
Un uomo semplice.

Crudo.
Non eccessivamente civilizzato, con gli istinti di sopravvivenza ancora vigili, col bisogno di sporcarsi di fango e polvere, introverso in modo sano, non ostile.

Con un’attrazione verso il pericolo.
Mi sento in pericolo quando sono su un taxi manovrato da un tizio che non è capace di guidare, alla periferia di Dakar o New York.  

Per quanto tempo sei in grado di stare seduto su un divano 
a non far nulla?
Dieci minuti, al massimo. Poi devo attivarmi: leggere un copione, magari. O chiudermi nel garage a lavorare sulle mie bestie a motore.

Quante moto possiedi?
Cinque o sei.

E quante auto?
Quattro o cinque.

Sono poche?
Non un numero folle, direi.

Che eccitazione provi toccando il metallo?
È proprio questa la cosa interessante: provo un senso di pace, di rilassamento, non di eccitazione. Un senso di naturalezza, come toccare la corteccia di un albero, o la pelle di un essere umano. Quando sono in una macchina da corsa, quando sfreccio in un circuito, raggiungo uno stato che non saprei come definire meglio, se non di meditazione.

Qual è il teatro prediletto per le tue fughe?
Il bush australiano, con la mia Yamaha 450 da motocross. Mi piace sparire per tre giorni, dormire nella tenda canadese, o in qualche piccolo hotel. Raggiungere luoghi che possono essere esplorati solo con una moto, nel mezzo di una settimana lavorativa, con nessuno intorno, è l’apice della felicità.

Per quante ore di seguito riesci a guidare?
Sei ore, sette, dieci, finché c’è luce. Mi piace quando il terreno
è accidentato, sentire la fatica nelle braccia, il martello degli ammortizzatori.

Viaggi da solo?
Sì. O coi soliti due o tre amici.

E questo accade spesso?
Una volta al mese. Ma il mio giorno di solitudine lo prendo regolarmente, almeno una volta alla settimana.

Quanto deve essere vecchia un’auto per piacerti?
Deve essere almeno degli anni Settanta. Se è più vecchia: meglio. Perché non c’è nulla di bello realizzato dopo il 1973, il periodo della Holden XB Falcon 351 GT, per capirci. Non è più esistito il design, per come la vedo io. E nulla che ci si possa davvero fare, su una macchina nuova, con le proprie mani.

Hai mai guidato un’auto elettrica?
Mai. Neppure un’ibrida. Io ho bisogno di benzina e scintille.
 Ho bisogno di sentire il ruggito.

Esistono altri oggetti che ai tuoi occhi trascendono il loro semplice essere “cose”?
Gli orologi, direi. Il mio Bulgari Octo in acciaio in particolare, massiccio e geometrico, maschile, mi fa sentire bene.

Di che dose di adrenalina hai bisogno nella vita?
Tanta. Ma sai cosa me ne dà di più? Andare in bicicletta. Davanti a casa c’è una pista lungo la baia, che tutti i sabati e le domeniche è chiusa al traffico. Sento l’adrenalina quando respiro l’aria salata di Beach Road, o lungo i sentieri del Bay Trail.

Il fatto di essere marito e padre limita la tua possibilità di esporti ai rischi?
No. Non credo che sia salutare per nessuno chiudersi in un recinto nell’illusione di stare al sicuro. Non consiglierei a nessun uomo di starsene buono buono a cuccia per non far soffrire nessuno. È stato il mio maestro Robert Duvall a insegnarmelo: un uomo non viene definito dal suo lavoro, ma dai suoi interessi. E io cerco di onorare questo insegnamento. L’unica accortezza è che non porto più mia moglie con me, come passeggero. Per ovvi motivi, direi.

Il tuo sogno proibito qual è?
Una gara con l’ex pilota di formula uno Mark Webber. Correremo insieme la dodici ore di Bathurst nel febbraio del 2015, sulla sua Porsche 911 GT3.

Ti piace essere, cerca di capire cosa intendo, un uomo medio?
Non so cosa significhi essere un uomo medio. Ci sono cose in cui sono decisamente poco sofisticato, come quando vado allo stadio a vedere il St Kilda, la mia squadra di football, e passo due ore e mezza a urlare parolacce. Altre, invece, in cui mi sento piuttosto sottile. Ma davvero, non mi frega niente di come sono percepito dalle persone che non siano mia moglie o i miei figli. Io voglio semplicemente essere vero.

In che cosa sei sofisticato?
Penso di avere una certa comprensione di tutto quanto è stile, architettura, artigianato. Sono molto bravo a scegliere i regali per le donne ad esempio, i vestiti in particolare.

Cosa bevi quando hai bisogno di pensare?
Cabernet australiano.

Sei un collezionista di vini?
In piccola scala, qualche decina di bottiglie. Vini con un buon rapporto qualità prezzo, in genere, non vedo ragione sinceramente per costruirmi un caveau con centinaia di etichette da migliaia di dollari, quando all’occorrenza posso averle in qualsiasi buona enoteca, a due minuti di bicicletta da casa mia.

Sei laico anche col whisky?
Direi di sì. Mi piace bere un buon single malt, ma sia io che i miei amici preferiamo le etichette di sempre, i sapori in grado di portarsi dentro i nostri ricordi.

Di che materia è fatta l’amicizia tra uomini?
Di pochi discorsi ma di un interesse comune. Un bicchiere o un’auto da mettere al centro e usare come fosse un falò intorno al quale raccogliersi. Dacci un Maccallan 12, e siamo felici.

Chi è il tuo più grande compagno di bevute a Hollywood?
Quello imbattibile è Kim Coats, un attore canadese col quale ho fatto Black Hawk Down. Infinite bevute di vino rosso, indimenticabili.  

Si dice che anche Brad Pitt sia uno che non si tira indietro.
Non c’è dubbio. Quando eravamo in Messico per le riprese
 di Troy è stata sua l’idea di trasformare le nostre roulotte in due chiringuitos. La sera ci si raccoglieva tutti da noi, per chiacchierate e brindisi memorabili. Di giorno invece andavamo a bere il caffè da Orlando Bloom, che però non era capace di prepararlo. Eric, vuoi una tazza? Diceva. E poi: come mi hai detto che si fa? Metti il caffè nell’acqua? Oppure direttamente nel filtro? Eric, fallo tu per favore, dai. Ora è cambiato, ma ai tempi era un ragazzo di cui c’era bisogno di prendersi cura.

Hai iniziato la carriera interpretando Mark “Chopper” Reid, un vero killer che hai anche frequentato, per un certo periodo. Che pezzo di anima gli hai rubato?
È una delle persone più carismatiche che esistano, in grado di succhiare energia dal mondo che lo circonda. Una cosa che,
 grazie a lui, adesso riesco a fare anche io.

I militari invece cosa ti hanno insegnato?
Cosa hanno insegnato agli altri, vorrai dire.

In che senso?
Per preparare i miei personaggi ho speso la metà degli ultimi sette anni con agenti del Mossad, militari della Delta Force, addestrato professionalmente a usare ogni arma, far esplodere palazzi, saltare dagli elicotteri, domare cavalli, uccidere con coltelli, lance e spade.

Più pericoloso di Hulk, insomma.
Diciamo che anche ai peggiori malintenzionati non è che venga molta voglia di fare i furbi con me, in generale.  

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Foto:  Max Vadukul
Fashion editor: Julie Ragolia