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È morto Muhammad Ali: il mondo dice addio al campione della boxe


Leader sul ring e nella vita, paladino dei diritti civili e uomo dei record: Cassius Clay è morto a Phoenix per complicazioni respiratorie

di Giuliana Matarrese

Di Parkinson soffriva da 30 anni, Muhammad Ali, nato Cassius Clay nel 1942, ma questo non gli aveva impedito, nel 1996, ad Atlanta, di accendere la torcia olimpica, irridendo pubblicamente quel male che gli aveva portato via, forse, la possibilità di togliersi ancora qualche soddisfazione, sul ring e fuori.

Perché Ali non è mai stato solo boxe, le Olimpiadi di Roma vinte nel 1960 nella categoria pesi medio-massimi, gli scontri epocali con il rivale di sempre Joe Frazier, quelli con il gigante texano Foreman, o Sonny Liston finito a tappeto qualche minuto dopo l'inizio del primo round, per quel pugno fantasma, così veloce che nessuno lo vide. 

Fu chiamato come il padre, che prendeva a sua volta il nome da un politico abolizionista: nomen omen, insomma, anche se quello stesso nome lo cambierà più tardi, per convertirsi all'Islam, divenendo Muhammad Ali. Una potenza la sua, che non risiedeva solo nelle mani, o nella capacità di incassare, ma in quel gioco di gambe così inusuale per un pugile della sua categoria, che ai commentatori sportivi fece dire che "vola come una farfalla, e punge come un'ape".

E pungeva anche fuori dal ring, Ali, tanto da esser chiamato Il labbro di Louisville per la sua attitudine ad apostrofare in maniera colorita gli avversari, anche durante le conferenze stampa: un'abitudine partita da lontano, quando il poliziotto Joe E. Martin lo incontrò dodicenne per le strade del paesino del Kentucky dove abitava, impegnato a minacciare chi gli aveva rubato la bicicletta di dargli "una bella strapazzata". Fu lui a consigliare ad Ali di imparare a boxare, prima di dare seguito a quelle minacce, portandolo ad allenarsi alla palestra Columbia.

Un mito, Ali, che come tutti i miti vede la sua storia intrisa di episodi realmente accaduti e alcuni catalogati nell'area "leggende", per l'inverosimilità della narrazione. Ma non fu una leggenda la frase più importante di Ali, quella con la quale rifiutò di arruolarsi e combattere in Vietnam, scelta che gli causò il ritiro della licenza da parte delle commissioni atletiche statunitensi. "Non ho niente contro i vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro", sentenziò, sbattendo in faccia ad una nazione che lo adorava la sua intrinseca ipocrisia, le sue idiosincrasie che la portavano a celebrare il pugile di colore che vinceva, relegando tutti gli altri meno dotati in posti speciali negli autobus, e privandoli del sostanziale diritto all'uguaglianza. 

Azioni e parole che riecheggiano oggi, nel giorno della sua morte,avvenuta per complicazioni respiratorie dovute al Parkinson quando in Italia era appena arrivata l'alba. Azioni e parole che sopravvivranno a quest'alba che Cassius Clay non è riuscito a vedere.