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Danilo Gallinari


Ha conquistato l’America, “the surprising Danilo”. Poi il destino si è messo di traverso, e il "gallo" è tornato ad aspettare l’alba.

Stava per farlo di nuovo: un altro “tiro del secolo”. Il primo l’aveva infilato poche settimane prima, nella sua Denver, contro i Milwaukee Bucks: spintone di un avversario, il Gallo che scarta di lato e quasi cade, ma poi con un gancio segna il punto 110 per i Nuggets. Davanti alla sua stessa prodezza lui se n’era restato impassibile e col viso teso, come chi sa d’aver fatto un miracolo e cerca di trattenere il momento e non disperderlo in esultanze, mentre i compagni l’abbracciavano e il pubblico esplodeva, anche perché un’azienda di cibo messicano aveva promesso di regalare tacos ripieni a tutti i fan nel palazzetto, proprio allo scoccare del punto centodieci. «Qualcuno, lassù, deve amarlo davvero, questo sorprendente mister Danilo Gallinari», aveva azzardato il commentatore della Espn.

Passano pochi giorni e quel qualcuno lassù però si mette di traverso, pensando forse che l’amore debba passare attraverso prove amare, per consolidarsi. 5 aprile, contro i Dallas Mavericks: Gallo sta per andare a canestro a passi lunghi, come un trampoliere, infilando la difesa. Il palazzetto tiene il respiro, i suoi occhi dal taglio asiatico vedono solo l’obiettivo, ma il ginocchio sinistro è sazio di emozioni e decide che per la stagione 2013 può bastare così: un brutto infortunio, e uno stop di durata difficile da prevedere. Nulla però potrà cancellare l’anno zero, che ha trasformato un ragazzo di due metri e zero otto nato a Sant’Angelo Lodigiano in uno dei giocatori più forti dell’Nba.

Un atleta pensa “a me non accadrà mai” oppure con la sfortuna ci fa i conti tutti i giorni?

«Ci fai i conti perché fa parte del lavoro. Se avessi fatto un altro mestiere non mi sarebbe capitato. Ma un altro mestiere, io, non l’ho mai voluto fare».

Cosa ti fa più paura adesso: la noia o il pensiero di non tornare quello di prima?

«Tornerò, e meglio di prima, ne sono sicuro».

Cosa ti rabbuia allora?

«Il fatto che per un po’ non potrò fare ciò per cui vivo: giocare a pallacanestro».

Come gestisci le lunghe ore di riposo: ascolti musica, vedi vecchi dvd?

«Ore di riposo ce ne sono poche.  Passo molto tempo in palestra a lavorare sulla gamba e far pesi. Adoro la palestra. Non potrei farne a meno».

Un palazzetto che si zittisce davanti al tuo infortunio è l’ultima immagine che hai dell’America. La prima?

«Il Madison Square Garden, il giorno del draft,  quando venni scelto dai New York Knicks. Mi trovavo con altri giocatori in una stanza, accompagnati da famiglia e amici, ignari del nostro destino. Quando i Knicks fecero il mio nome, fu un’emozione incredibile».

E subito dopo cosa accadde?

«Che un’addetta dell’Nba mi ficcò in testa  un cappellino della squadra e mi spedì sul palco davanti a tremila persone a fare interviste. Fino alle tre del mattino».

Senza neanche il tempo di metabolizzare?

«Senza neanche il tempo di essere felici. È successa la stessa cosa per il passaggio a Denver: alle dieci di sera vedevo lo skyline di Manhattan. Alle undici del giorno dopo ero già in campo coi nuovi compagni. In Nba, i giocatori sono poco più che pedine in mano alle società».

Però vi viziano e pensano a tutto loro, giusto?

«Neanche per sogno: firmi il contratto, aspetti il primo stipendio, e poi devi arrangiarti: a cercar casa, comprare l’auto, trovare la scuola per i figli se ne hai. Se ti va bene, un compagno ti presenta un agente immobiliare, ma nulla di più».

È vero che gli atleti non hanno alcun limite o regole da seguire fuori dal campo?

«C’è un concetto di professionismo diverso: non esistono cene di squadra, ritiri, orari per andare a nanna. Esci con chi vuoi, anche il giorno della partita, e sei libero di tornare alle cinque di mattina».

E i soldi per la serata, in caso, a carico di chi sono?

«Ci pensa la squadra. Ti danno il cosiddetto per diem, cento dollari cash per ogni giorno di trasferta. E ci fai quel che ti pare».

E se non li spendi che succede?

«Rimangono tuoi».

E se invece te li bevi tutti?

«Poi si vede in campo. È la prestazione che parla, da queste parti ragionano così».

T’è mai capitato di notare un compagno moscio per via di un drink di troppo?

«Certo. Ed è capitato pure che la sera prima l’avesse passata insieme a me».

Il gossip a Denver esiste?

«Qui no, è tutto molto tranquillo. Ma a New York avevamo trenta giornalisti alle costole tutti i giorni, da mattina e sera».

Li evitavate?

«Al contrario: essere accessibile è un dovere dell’atleta, e quello con la stampa è un rapporto di lavoro. In Nba i silenzi stampa non esistono».  

S’inventano le notizie anche laggiù?

«Sempre. Sono a caccia perenne della bad story. Ma fa parte del gioco».

Groupie ce ne sono?

«Di più: ci sono siti, blog e social network fatti apposta per le ragazze che vogliono andare a letto coi giocatori e raccontarlo. Una cosa folle».

Dalla finestra della tua casa di Denver cosa vedi?

«La sedicesima strada, chiusa al traffico, praticamente la “Rambla” della città. Ci sono teatri, un grande centro commerciale all’aperto, decine di ristoranti. Amo vivere in centro».

Casa tua invece com’è?

«È un appartamento all’interno di un residence, con una vista a 180 gradi su downtown: c’è la piscina, la Spa, i tavoli da biliardo, e un cinema in miniatura che i condomini possono prenotare per vedersi un bel film in pace».

Sei già andato a sciare in Colorado?

«Macché, giochiamo ogni quarantotto ore, e non c’è tempo per far niente».

In questi primi anni americani, hai mai sentito pregiudizi intorno a te?

«Qualcuno».

Ad esempio?

«I giocatori europei hanno fama di fare flopping, di buttarsi a terra e far scene».

Che contributo hai dato al cambio di percezione?

«Be’, io sono tutt’altro che un tipo soft. Fisicamente mi faccio sentire».  

In Nba si mena di più o di meno che in Europa?

«Di meno, per via di regole ferree: se ti macchi di falli brutti ti rifilano multe fino a 30mila dollari».

Giocare contro LeBron James è dura?
«Sì. Ma mi piace pensare che anche per LeBron James sia dura giocare contro me».  

Testo Raffaele Panizza

Foto Ben Pier

Abiti Iceberg Uomo.
Per la location, Icon ringrazia il The Oxford Hotel di Denver.