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Craig McDean, il fotografo e le tre muse


Kate, Amber e Guinevere, le modelle che gli hanno dato l’anima. Alle quali ha dedicato un libro

All’inizio, il giovane Craig era un meccanico. Di quelli che riparano le auto nei piccoli paesi. L’indirizzo preciso era Middlewich, la sua città natale, a pochi chilometri da Manchester. Ma nessuno se lo ricorda, perché il suo nome, Craig McDean, ora fa rima con moda. Accolto nell’Olimpo dei grandi nomi della fotografia contemporanea, ha firmato campagne pubblicitarie che hanno fatto il giro del mondo, copertine e servizi moda sulle maggiori riviste internazionali. Ma tutto è partito da quell’autofficina di Middlewich e dagli scatti che il giovane meccanico faceva ai suoi amici rocker nel nord dell’Inghilterra. Poi un giorno ha scelto di seguire il suo destino: studiando fotografia e, appena diplomato, ritrovandosi al fianco di un grande come Nick Knight. La patria diventa Londra e le sue sfide si disputano sulle pagine di testate come The Facee i-D. Il resto del cammino è tutto in discesa: nel 1997 è il più giovane fotografo a curare le campagne di Calvin Klein. Ne realizza nove, tutte quelle previste per l’anno, in una sola stagione.

Ha trentaquattro anni e per la sua particolarissima visione viene ingaggiato da stilisti d’avanguardia come Jil Sander e Yohij Yamamoto, mentre le testate mitiche come Harper’s Bazaare Vogue lo lanciano nell’empireo della fashion industry. Da allora le sue foto sono apparse letteralmente su ogni principale rivista, e sarebbe difficile nominare un brand del mercato del lusso che non abbia fatto ricorso al suo sguardo per dare risalto alle proprie creazioni. Si accorgono di lui, o meglio del suo occhio così speciale, anche le star del mondo dello spettacolo: personaggi del calibro di Björk, Madonna, Natalie Portman, Justin Timberlake, Jennifer Aniston, Joaquin Phoenix, Hilary Swank, Uma Thurman, Gael García Bernale e Nicole Kidman lo scelgono come ritrattista. Ma il suo territorio, forse quello in cui si esprime al meglio, resta la moda. E il 22 ottobre uscirà anche in Italia, in inglese, il suo ultimo libroAmber, Guinevere and Kate, un omaggio, edito da Rizzoli International, alle sue tre modelle preferite: Amber Valletta, Guinevere Van Seenus e Kate Moss. 

Mr McDean, negli ultimi trent’anni lei ha fotografato pressoché tutte le più grandi top model del mondo della fashion industry. Come mai ha deciso di dedicare un libro proprio a Kate Moss, Amber Valletta e Guinevere Van Seenus?
«Sono diventate le “mie” ragazze. Più a lungo si lavora insieme e più profondo diventa il rapporto interpersonale. Così è successo con loro tre: nel tempo, si sono sentite sempre più sicure di se stesse, imparando a fidarsi sempre di più di chi avevano di fronte. Finché si arriva a un momento speciale, nel quale la modella diventa una fonte di ispirazione; perché riesci a trasformarla in qualsiasi cosa desideri. Naturalmente, è sempre lei a concedertelo; unicamente perché pensa di potersi fidare di te. Ho scattato centinaia di foto a Kate, Amber e Guinevere. Il risultato è una raccolta di immagini impressionante, per mole e per qualità».

Crede che queste ragazze abbiano qualcosa che le rende speciali?
«Credo che tutti noi scegliamo un viso o una modella per motivi diversi. Ma queste ragazze mi hanno dato tantissimo. Persino quando si lavora a uno shooting sino alle tre o alle quattro del mattino, non smettono mai di dare il massimo. Non ci sono tante ragazze così. Devo loro molto. Sono state meravigliose con me. Il mio corpus fotografico non esisterebbe senza di loro. Ti danno l’anima, è per questo che continuo a fotografarle».

Come descriverebbe la loro bellezza, così diversa l’una dall’altra?
«Amber è la tipica ragazza del Midwest. Ha una personalità complessa, multistratificata, e devi superare diverse barriere prima di conoscerla davvero. Poi c’è Guinevere, dalla pelle d’alabastro e un viso limpido, trasparente. Potrebbe essere quasi un dipinto dei Preraffaelliti, ed è la cosa che amo di più in lei. Quanto a Kate, be’, direi che descriverla sia perfettamente inutile: si presenta da sola. Ha una personalità incredibile ed è una modella eccezionale. Fotografarla è sempre un’esperienza straordinaria».

Alcune delle foto che ha scattato a queste tre modelle vengono considerate immagini iconiche del mondo della moda. È d’accordo?
«Be’, immagino che le foto diventino iconiche col tempo, giusto?(Ride).Mi è capitato spesso che gli scatti di Guinevere, Amber e Kate venissero considerati un po’ il mioWhite Album, o meglio, simili a ciò che ha rappresentato quell’album per i Beatles. Come se non avessi realizzato nient’altro! Ma la carriera di un fotografo è lunga. E io voglio sperimentare ancora, varcare ulteriori limiti. Nel mio lavoro capita spesso che si continui a fare riferimento ai soliti shooting, alle medesime campagne di successo. «Puoi rifarcelo?», mi viene chiesto. E io allora rispondo: «Ma è roba di quindici anni fa, non ho più voglia di scattare foto così!»(Ride).Insomma: mi chiede se le mie foto sono iconiche? Non ne ho la minima idea: per me sono semplicemente foto di Guinevere, Amber e Kate».

Qual è il suo approccio quando fotografa qualcuno che non ha mai visto prima? Come fa a tirare fuori qualcosa di unico da una persona che non conosce?
«Quando vedi una persona per la prima volta, devi capire in qualche modo chi è, far sì che ti sveli qualcosa. Così cominci a mettere in evidenza quello che ti colpisce di più, la sua unicità, i dettagli che la rendono speciale. Immagino sia un approccio un po’ invasivo, ma lo si può definire in tante maniere. Di sicuro è un modo che punta a scavare dentro l’anima di qualcuno».

E se la persona che ha di fronte non suscita il suo interesse, come fa a fotografarla?«Per me è impossibile. Mi sono rifiutato di fotografare un mucchio di gente perché non trovavo interessante la sua musica o i suoi film o più in generale quello che faceva nella vita. Se una persona ti incuriosisce, è più facile scattare una bella foto, perché desideri mettere in risalto una prospettiva precisa, un punto di vista, un’angolazione specifica. Naturalmente devi prepararti prima, fare delle ricerche per scoprire quante più cose possibili, i suoi gusti, le passioni, il carattere, il suo lavoro. Perché il soggetto da ritrarre è fondamentale: per il resto,  il mio approccio alla fotografia è estremamente semplice ed essenziale».

Sembra però che le piaccia sperimentare.
«È vero. Soprattutto, non sopporto eseguire. Qualsiasi cosa mi venga imposta, sulla macchina da utilizzare o sulla pellicola, faccio sempre l’esatto contrario. Se mi viene detto di elaborare le immagini a colori, scatto in bianco e nero. Credo sia proprio questo a produrre risultati validi e interessanti: non avere preconcetti su ciò che devi realizzare e sul modo di farlo. Mi piace giocare con le luci e stravolgere tutti i programmi di punto in bianco, all’improvviso. Capita che i miei assistenti mettano il set in ordine. Allora intervengo subito: lasciate tutto com’è, va bene così, dico loro».

Questo approccio ricorda un po’ la filosofia del regista Jean-Luc Godard: anche lui si proponeva di sconvolgere le regole del cinema.
«Sì, devi farlo per forza. Altrimenti è facile. Ma piuttosto noioso. Durante gli shooting arriva sempre il momento in cui smetti di scattare, e i modelli si rilassano un po’. Quello è l’attimo migliore. È solo allora che riesci a ottenere la foto, l’immagine giusta, interessante. Tutte le foto che ho scattato per Jil Sander sono nate così, dall’idea di cogliere le persone di sorpresa, nella loro spontaneità». 

E gli errori? Le capita spesso di scattare una foto davvero orribile?
«Lavoro con persone di grandissimo talento, che hanno un’enorme esperienza sul campo – stylist e parrucchieri che fanno il loro mestiere da moltissimi anni. Ma la cosa buffa è che, nonostante questo, mi capita di scattare la prima foto, rivederla a schermo e pensare: Oh mio Dio, ma com’è possibile che dei professionisti di prim’ordine siano riusciti a realizzare una cosa così brutta? È fondamentale capire quando il lavoro non è ben fatto, e per fortuna sono ancora in grado di rendermi conto se non funziona. Però devo dire che continua a divertirmi questo fatto. Sembra un paradosso (un sortilegio?) osservare che una modella sia più bella quando arriva al mattino, prima di passare dalle mani di stylist e parrucchieri, piuttosto che in foto!».  

Testo: Sven Schumann e John D. Adams
Traduzione di Silvia Montis