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Una sola cosa bene


Alla tirannia del multitasking, Cillian Murphy ha risposto con una vita di scelte quadrate e senza follie da rockstar. Così, quando si è trattato di decidere tra cinema e musica…

Sceglie una poesia da leggere, God di John Lennon. Quella in cui l’ex Beatles fa un lungo elenco delle cose a cui non crede. Se fosse suo, quell’elenco, al primo posto ci metterebbe la fama. Dopo Broken, di Rufus Norris - che all’ultimo Festival di Cannes si era aggiudicato una standing ovation e lacrime in sala a fine proiezione - ha dichiarato di non voler lavorare a grandi produzioni per un po’. L’uomo che ci siede davanti ha una barba che lo rende meno spigoloso rispetto agli ultimi suoi film, indossa pantaloni di velluto salvia con una T-shirt bianca e ha occhi azzurri chiari. “Kil-lian”, così si pronuncia il suo nome, parla quattro lingue ed è uno bravo davvero, un attore di teatro capace di recitare per Ken Loach o nella trilogia di Batman mantenendo la propria sensibilità e un alto profilo, virtù che gli hanno valso molti premi tra cui vari Golden Globes e Mtv Movie Awards.

In Broken lei è un insegnante che nel privato non è in armonia con il ritmo della vita.
“Abbiamo pensato a uno scrittore con in mente un romanzo che non scrive mai, che ama una donna ma non riesce a sistemarsi, un procrastinatore. Un po’ come i trentacinquenni di oggi che sembrano ventenni, mentre mezzo secolo fa l’uomo che interpreto avrebbe avuto un lavoro, una casa e dei figli”.

Lei però non sembra appartenere alla categoria dei maschi indecisi.
“Ho moglie (Yvonne McGuinness, visual artist sposata nel 2004, ndr) e due figli, come desideravo fin da ragazzo. Ma ho molti amici che non riescono a fare passi importanti, è una situazione tipicamente maschile e contemporanea. In Irlanda stanno con i genitori fino a 30 anni, anche perché non hanno lavoro e non possono comprarsi nemmeno una casa”.

Mai pensato di fare davvero il professore?
“Mai, e di questi tempi dev’essere un incubo, anche il semplice contatto fisico è diventato una paranoia, non si può stare nemmeno da soli con i bambini che si rischia una denuncia».

Perché oggi porta la barba?
«Sto facendo un one man show in teatro, a Londra, dove vivo. Misterman, con un testo di Enda Walsh, racconta di un uomo che ama molto Gesù...».

Lei lo ama?
«Faccio parte del suo fan club (ride)... Scherzo, sono ateo, non credo in Dio».

Si è iscritto a Legge mollando dopo un anno.
“I miei credevano che mi interessasse, ma si sbagliavano. Certo, se fossi un avvocato oggi sarei più ricco, ma anche molto più miserabile».

A 10 anni disse ai suoi: “voglio fare la rockstar”.
“Sì, e mi mandarono a studiare chitarra. Credo che esista il gene della performance, se lo hai nel dna deve venir fuori. A me è successo prima con la musica: ho suonato per anni col mio gruppo, The sounds of Mr. Greengenes, eravamo in cinque. Poi quel gene si è trasferito nella recitazione».

Com’è successo?
“Il teatro mi ha incuriosito, ho avuto un’audizione a Cork... Risultato, non ho firmato il contratto discografico che mi avrebbe permesso di incidere il primo disco”.

Perché scegliere una sola strada?
«Non sono il tipo d’uomo che può fare due cose insieme: così ho provato a eccellere in una. Oggi comunque ho diverse chitarre e faccio un po’ di casino, ascolto molta vecchia musica, Tom Waits, Chet Baker, ma anche Damon Albarn che ha scritto le musiche per Broken e i Radiohead, che adoro».

Qual è stato film che ha segnato una svolta nel suo modo di lavorare?
«Il vento che accarezza l’erba, di Ken Loach. Lui ha diretto alcuni dei film più raffinati degli ultimi 25 anni e il suo modo di lavorare, che non permette di capire esattamente cosa succede durante le riprese, è stato fondamentale: mi ha insegnato a recitare con l’istinto, rispondendo come una persona normale a ciò che succede”.

Quando ha capito che per lei le cose erano cambiate?
“Con 28 giorni dopo, di Danny Boyle: è stato il primo vero successo”.

“Cillian non ha più ego di quello che serve a lavorare bene, il suo senso dell’umorismo è una delizia. È un sogno lavorare con lui”: parole di Norris.“Ho sempre stimato chi recita e riesce a rimanere una persona che lavora, non una star. Una volta ti bastava essere un attore, oggi devi andare in giro a parlare, fare il simpatico, fare il modello e tutte queste stronzate: io voglio solo essere un attore”.

Lei passa dai grandi film a pellicole per cinefili: non ha la smania di sbancare i botteghini.
“Prendere un assegno è facile, ma se vuoi durare devi scegliere cose che abbiano uno spessore artistico, e io trovo qualità tanto negli studios quanto nel circuito indipendente”.

Ci saranno pure delle differenze.
“Lavorare a un film con Nolan o a uno con Norris o Loach non fa differenza in termini di visione e controllo. Ci sono risorse diverse, set più grandi, ma tu ti fidi del regista e di come usa quelle risorse, e quando ti fidi lo segui”.

Ma ci vivrebbe negli Usa?
“Ho molti amici a Los Angeles e la amano. Io però mi sento europeo, voglio fare teatro e tv e al momento preferisco fare film più piccoli e stare vicino alla mia famiglia”.

Quando non lavora cosa fa?
“Leggo tonnellate di fiction e poesia, e corro, oltre a stare con i miei figli. Insieme ascoltiamo molta musica, se vivi in una casa in cui la musica è nell’aria cresci capendola. Se poi vorranno conoscerla da vicino sarà una loro scelta, non li spingerò”.

E loro cosa sanno del suo lavoro?
“Che non possono ancora vedere nulla di quello che ho fatto (ride), non c’è niente di adatto a loro”.

Non come Johnny Depp, che da quando è padre ci ha sfiancati di favole...
“Io non lo farei mai per quel motivo, accetterei solo se mi offrissero qualcosa di davvero ben scritto e che abbia senso per me”.

È geloso della sua vita privata?
“Credo solo che se l’hanno chiamata così, un motivo ci sarà...”.

Testo di Cristiana Allievi