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20 anni senza Charles Bukowski


Intervista a Linda King, compagna dello scrittore e protagonista di alcune delle sue opere più amate

di Micol De Pas

La mia chiamata fa squillare un telefono a San Francisco, a casa di Linda King, la protagonista di due opere molto amate di Charles Bukowski, Donne e La doccia. Sono le nove del mattino, da quella parte del mondo, e io le propongo, in un momento della giornata in cui i sogni sono ancora a portata di mano, di fare un viaggio a ritroso, fino all’epoca in cui viveva con Hank: il 9 marzo ricorrono vent’anni dalla sua scomparsa . Accetta. Ma bastano quelle due parole di accordo per tratteggiare i confini del suo pianeta. Il tono di voce, infatti, è rauco, un po’ impastato, a segnare l’età e un passato degno di essere raccontato.

Quando i due si incontrano per la prima volta, Linda ha trent’anni, un ex marito e due figli. Bukowski, una figlia e vent’anni più di lei. Siamo negli anni 70, l’epoca in cui le parole e lo stile di Bukowski avevano la forza di squassare gli animi dei suoi lettori e di conquistare schiere di fan durante i reading. Così anche Linda, sedotta dalla complessità di un personaggio maledetto eppure gioviale, sbandato eppure impeccabile osservatore della realtà, vuole conquistare la sua attenzione per racchiuderne l’anima in una scultura. È il suo lavoro: fare statue, scrivere poesie. Così Charles comincia a frequentare il suo studio in qualità di modello. Il resto è spiegabile solo con quell’irresistibile attrazione chimica che sfocia in una relazione di coppia. Convivenza, liti, rapporto intermittente, separazione è la parabola - ma naturalmente i fatti non si svolgono in maniera così lineare. Tanto che lei, anni dopo, ha messo a punto la sua versione nel libro Loving and Hating Charles Bukowski, previsto in uscita, nella versione riveduta e corretta, per aprile da Wild Ocean Press.

Perché questo titolo?
Racconto la nostra relazione che, come tutte, era fatta contemporaneamente di amore e odio. Contrariamente a quello che avviene di solito, io ho descritto accuratamente anche il lato peggiore delle cose, che normalmente viene taciuto.

E qual era, il lato peggiore?
Come posso dire, quando beveva, beveva. Cominciava la mattina presto e non finiva mai… Quando poi aveva raggiunto livelli insopportabili, perdeva il controllo completamente e io non lo riconoscevo più. Una volta, una sola, mi ha persino picchiata: avevo paura e me ne sono andata. Però non è solo questo il problema: c’è anche il fatto di essere il partner di una persona così che è molto pesante da sopportare. Perché non vuoi essere connivente, cerchi di convincerlo a smettere, arrivi a nascondergli le bottiglie e a imporre restrizioni, ma senza ottenere null’altro se non l’insistente reclamare il diritto, anzi, il bisogno, di bere. L’alcol l’ha distrutto. E ha distrutto anche il suo corpo: si sa che è invalidante. Io avevo vent’anni meno di lui, ero piena di energia.

Con i suoi figli che rapporto aveva?
Con mia figlia molto speciale. Passavano il tempo insieme a disegnare. È lui che l’ha avvicinata al mondo dei fogli e dei colori: una passione che nella vita non l’avrebbe più abbandonata. Charles era molto presente in famiglia. Stava sempre con noi: un vero papà, insomma.

E le donne?
Quando si parla di donne, in ambito Bukowski, si parla di me. Ha scritto di me nel libro Donne… all’epoca ne ero preoccupata, quando il libro uscì mi dissi: “Oh mio Dio, questo ragazzo da qualunque verso lo prendi fa danni…”. (Ride)

Anche La doccia parla di lei.
Sì, parla di me. È evidente che mi amasse, mi ha dedicato due libri e un certo numero di altre esperienze artistiche. Poi, be’, ci sono state molte altre donne. Una volta una sua fidanzata mi ha chiamata. Voleva che ci incontrassimo e che io le raccontassi tutto su Bukowski… Che errore!

Perché, l’esperienza non è trasmissibile?
No, soprattutto quella da una donna all’altra rispetto allo stesso uomo!.

Il senso per Bukowski della parola amore?
Domanda difficile. Charles era molto generoso, amava in modo totalizzante. Ma diceva che le persone dedicano molto più tempo all’amore piuttosto che a se stessi. Mi ha condizionata: ho lavorato su di me, attraverso la scultura.

L’incontro con Hank ha pesato sul suo lavoro?
Sulla scultura, niente. Invece sulla poesia, sì. Era un lavoratore instancabile, scriveva sempre, per lo più la notte, ma soprattutto sapeva perfettamente cosa voleva fare. Un esempio, per gli aspiranti scrittori.

C’è chi ha definito il suo stile simile a quello di un fotografo che scatta istantanee sulla realtà.
Aveva un modo di scrivere decisamente realista, descriveva chiunque gli stesse intorno con una capacità unica di cogliere dettagli e sfumature. Gli piaceva stare con gli altri, parlare con le persone e ascoltare le loro storie. È vero, era tutto materiale utile per i suoi libri, ma stabiliva rapporti molto speciali con la gente, che lo adorava, impazziva per le cose che diceva….

Quello stile, all’epoca era davvero dirompente.
Prima di conoscere Bukowski, poco più che ventenne, avevo letto un suo libro e mi aveva folgorato. Si cominciava a parlare di sesso e quell’argomento tabù, fino ad allora tenuto nascosto, cominciava a farsi conoscere anche attraverso Playboy e Penthouse. A poco a poco crollavano tutte le barriere, comprese quelle religiose e sociali, e i lavori di Charles avevano il compito di analizzare quali vantaggi e svantaggi ci fossero a parlare di sesso, cosa ci fosse di bene o male nel sesso orale e quale fosse il confine del socialmente accettabile. Io e mia sorella scrivevamo poesie erotiche per la rivista Purr: era diventata quasi una dipendenza, non riuscivamo più a smettere… (ride di gusto e poi aggiunge: «dovrei fare un libro dal titolo The Best of Purr…»). Poi ho conosciuto lui: mi piaceva poter parlare di sesso con lui dal punto di vista femminile.

E oggi, se fosse vivo, di cosa scriverebbe?
Mah, siamo in un mondo nuovo? Non mi pare proprio. Credo che scriverebbe esattamente delle stesse cose. E la Los Angeles della solitudine più spietata è ancora lì.