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Il campione del mondo Marc Márquez, icona di stile per Icon


Una vita a tutto gas. Marc Márquez: campione di MotoGp vince e stravince anche in fatto di stile. Ad Icon si racconta, dagli esordi all’ultimo traguardo

FOTO_ VANMOSSEVELDE + N
FASHION EDITOR_  ANDREA TENERANI
TESTO_  GARY INMAN

Non ricordo il momento in cui mi sono innamorato delle moto perché avevo solo quattro anni, ma dai sette o otto in poi mi ricordo tutto. Correvo su strada e anche nel dirt track. Era praticamente tutta la mia vita. Non facevo altro».

Marc Márquez ha un aspetto che rasenta la perfezione. Per gli uffici marketing è una specie di euro ambulante su gambe depilate. Se Disney lo scegliesse come protagonista di una serie Tv del sabato mattina incentrata sugli exploit di un giovane e audace pilota di moto, nessuno lo prenderebbe sul serio. Le ragazzine preadolescenti e alcune delle loro madri, però, in pigiama o camicia da notte, lo guarderebbero lo stesso. Padri e mariti non si curerebbero di questa fissazione delle donne di casa per il protagonista perché Marc Márquez ha un’aria minacciosa quanto un cucciolo di labrador. Lo spagnolo è ancora abbastanza giovane da risultare più carino che affascinante, con un sorriso da personaggio dei cartoni animati quasi sempre stampato in faccia, anche se il passaggio da sbarbato a uomo è solo questione di tempo. Lo incontro nella sua suite al terzo piano del Grand Hotel Rimini e ho la netta impressione che la sua dolcezza quasi da carie non sia una messinscena: il vero Marc Márquez è proprio cosi.

È importante piacere, perché mi sento più a mio agio se la gente mi accetta per quello che sono. Mi considero davvero fortunato perché, sin dal mio debutto a livello mondiale nel 2008, tutti mi hanno accolto, e io ho cominciato a sentirmi più libero, più aperto. I tifosi mi seguono, e mi fa piacere. È una sicurezza, che mi permette di pensare solo alla moto.

REALTÀ O FINZIONE?  A parte qualche chiazza cetrioliforme rosa scuro sulla sua carnagione spagnola, segno di ripetuti impatti a 280 km orari con il suolo, non c’è nulla nell’aspetto di Márquez che faccia pensare al talento quasi soprannaturale che dimostra in moto. O alla sua determinazione, se è per questo. O a quanto è “cattivo” dentro. Ma non fatevi illusioni. Vale lo stesso discorso anche per i suoi avversari.
Si prova un ingannevole senso di sicurezza, perché il centauro sembra sempre felicissimo di avvicinarsi ai fan per permettere loro di scattare un selfie con gli occhi strabuzzati. Provate a cercare una sua foto senza sorriso. Ce ne sono, in giro, ma non tante. Eppure, in pista, quando si tratta di lavorare, quando certi anziani giapponesi si affidano a lui perché vinca, sotto gli occhi delle grandi multinazionali petrolchimiche, per non parlare dei 2,4 milioni di tifosi a bordo pista o degli spettatori Tv nei 207 Paesi in cui le corse vengono trasmesse, Marc Márquez si dimostra freddo e spietato da gelare il sangue di tutti. Tra una gara e l’altra, un minuto dopo l’ennesima vittoria o nell’interminabile carosello degli eventi mediatici, appare dolce come un orsetto gommoso, ma è feroce come una iena. La scissione della sua personalità è roba da romanzi pulp, tipo Clark Kent e Superman, se non dottor Jekyll e mister Hyde.

Il casco integrale è la maschera che consente a Márquez di trasformarsi. A causa della visiera scura non possiamo vedere gli occhi che diventano rosso sangue né le zanne da lupo che gli spuntano dalle gengive, ma è quello che di certo succede. Sarei pronto a scommetterci. «Io non penso a sconfiggere qualcuno in particolare. Io voglio battere tutti. Mi piace combattere fino alla fine con piloti che mi stanno con il fiato sul collo, perché nella lotta testa a testa ci spingiamo l’un l’altro a migliorare. Tengo d’occhio Lorenzo, Pedrosa, Rossi, guardo quello che fanno in pista e ai box. Guardo i filmati. Voglio avere tutto sotto controllo».


L’IMPREVISTO  Per eventuali lettori attratti verso questo articolo dalla mandibola squadrata di alluminio e dagli occhi simili a dischetti di cioccolato di Marc Márquez, invece che partire dal suo nome, inizieremo col dire che è alla seconda stagione nella MotoGP, massima competizione motociclistica mondiale, e corre per la scuderia della Honda contro il compagno di squadra Dani Pedrosa, Valentino Rossi, Jorge Lorenzo e un pugno di altri supereroi delle moto. Alla prima stagione, che di norma trascorre tra cadute e studio delle nuove tecniche richieste da queste moto mostruose da 1.000 cc e 230 cavalli, Márquez si è aggiudicato il titolo. Nessuno l’aveva previsto. Si era alla fine della stagione 2013, dopo diciotto gran premi. Nel 2014 il giovane spagnolo ha vinto tutte le dieci gare iniziali del campionato prima di cedere, a Brno, nella Repubblica Ceca, il gradino più alto del podio a Pedrosa. Márquez, in quell’occasione, si è classificato quarto. La sua prima volta giù dal podio in una corsa della MotoGP da lui portata a termine (era caduto in Italia nel 2013 e, in Australia, mentre era in testa alla corsa per non essere rientrato ai box al giro prestabilito, era stato squalificato). Un quarto posto sarebbe stato il record personale per molti pi- loti della MotoGP, ma per Márquez è stata un’onta. Per qualche minuto ha addirittura smesso di sorridere. È tornato alla vittoria nella gara successiva, in Inghilterra, ma poi, in due gran premi consecutivi, è caduto.


Dopo dieci vittorie di fila, Márquez aveva vinto una sola gara su quattro, e in altre due di queste era caduto, ma era tornato in pista, classificandosi al tredicesimo e al quindicesimo posto. Ero felice come una pasqua. Non perché volessi vederlo soffrire, arrancare o perdere. Al contrario. Per mesi avevo resistito alla tentazione di salire sul carro vincente di Márquez, dopo il suo arrivo nella MotoGP come campione della categoria inferiore, Moto2, ma una volta smaltita l’ubriacatura mediatica ho ceduto anch’io al fascino dello spagnolo. Ho capito che questa volta l’ubriacatura mediatica non solo era meritata, bensì risultava insufficiente a spiegare quanto è bravo Marc Márquez.

NON DI QUESTO MONDO  Insomma, nel momento in cui il podio si è allontanato temporaneamente, io mi sono entusiasmato perché Márquez ha dimostrato di essere anche lui umano, in fin dei conti. Dopo le dieci vittorie consecutive di quest’anno, qualcuno aveva cominciato a crederlo un alieno. “Alieni”, tra l’altro, è il soprannome affibbiato da Colin Edwards ai quattro più forti piloti della MotoGP nel 2009, prima dell’avvento di Márquez. Quando Edwards tirò fuori questo nomignolo, gli alieni erano Rossi, Pedrosa, Lorenzo e l’australiano Casey Stoner. La loro bravura era ed è tuttora così fuori dal mondo che neppure gli altri piloti in gara con loro sanno spiegarsi come possano fare certe cose. A un certo punto, però, persino gli alieni avevano cominciato a guardare Márquez come se qualcuno lo avesse teletrasportato da un altro pianeta per rovinare loro la vita.
La serie di brutti risultati, i peggiori in circa due anni, dimostra che Márquez non ha seguito scorciatoie per raggiungere il successo. Alla base di tutto, talento puro e duro lavoro: arrivare ai box prima di chiunque altro; scendere in pista con la voglia di andare sempre al massimo, una settimana dopo l’altra, più di chiunque altro. Anzi, per contrasto, i passi falsi hanno reso i risultati da lui ottenuti fino a quel momento ancora più degni di nota. Il momento di crisi ha ricordato agli addetti ai lavori che la differenza tra vincere e perdere è quasi imponderabile, ma a quel livello è incredibilmente significativa. Ciononostante, per la stragrande maggioranza delle precedenti 28 gare, Márquez era stato perfetto.

A Brno, ad esempio, il problema era che avevamo cambiato la moto di mezzo millimetro e io non riuscivo a guidarla. L’abbiamo risistemata com’era e ha ripreso a funzionare bene. È difficilissimo trovare l’equilibrio. Si è sempre al limite. Basta una piccola sfasatura e... bam!.



COLPO DI FORTUNA  Ma anche quando il bam!, per i suoi avversari più agguerriti, i suoi colleghi alieni, sarebbe inevitabile, Márquez sembra poter rallentare il tempo, come in un videogioco quando si mette in pausa, e valuta le opzioni disponibili; pensa a un modo per risolvere il problema e, premuto il tasto “play”, si toglie dai guai.
A volte cade, magari a 140 km all’ora, con la moto da un milione di euro che sfrega la vernice arancione della carena sull’asfalto, e anche lui, Márquez, raschia la pista, rovinando lo strato superficiale della sua coloratissima tuta in pelle di fabbricazione italiana. La ghiaia della via di fuga, a bordo pista, lo aspetta leccandosi i baffi, ma all’improvviso, mentre il mondo si stropiccia gli occhi incredulo, lo spagnolo è di nuovo in sella alla sua Honda, lanciato verso la curva successiva.
«Sono capace di evitare le cadute aiutandomi con il gomito, ma nel caso a cui alludi – ci sono delle foto in cui si vede che tocco terra con la spalla – ho avuto una gran fortuna. Già mi vedevo nella ghiaia. Ero preparato. Ero già a terra. Ho dato gas e... mi sono rialzato. È stata pura fortuna. Avevo perso il controllo della ruota anteriore, che aveva cominciato a slittare. Ho sentito che stavo per scivolare via, perciò ho pensato: “Sono già a terra. Provo ad aprire il gas”. Ho chiuso gli occhi, e quando li ho riaperti ero di nuovo in sella. Succede sì e no un paio di volte nella vita». Fortuna? Márquez non è fortunato. Sul casco appoggiato sul comodino, c’è la figura di una formica, scelta come simbolo di grande forza in rapporto alle dimensioni e per l’etica del lavoro che caratterizza la specie. Márquez correva fortissimo in moto quando ancora non aveva imparato a leggere e a scrivere. Questo condizionamento gli consente di tirarsi fuori da situazioni in cui altri si arrenderebbero. Tra parentesi, è diventato un “grande” in età così precoce che uno dei suoi avversari più competitivi, Valentino Rossi, faceva già punti nel Motomondiale quando Márquez era ancora in fasce... Il che la dice lunga sulla grandezza di entrambi.

L’EROE DEL SUPEREROE  «Valentino era ed è il mio eroe, anche adesso che posso competere con lui, e non solo per quel che ha vinto e che ha fatto per il mondo del motociclismo. Prima di lui, tanta gente che oggi si appassiona a noi non seguiva le gare. Poi è arrivato lui, con il suo stile, e la MotoGP adesso è seguita ovunque. Non è una cosa da poco, per un solo pilota, ottenere questo risultato».
Se è vero – come ha sinteticamente spiegato Colin Edwards – che il suo talento è di un altro mondo, la vita del ventenne dipendente della Honda non è meno da extraterrestre. Márquez deve soddisfare le attese della casa produttrice, dei compagni di scuderia, degli sponsor e dei tifosi. La pressione sarebbe sufficiente a trasformare un grumo di carbone in diamante nel giro di un pomeriggio. Parlando con lui, però, non si direbbe. La vita è lieve come il vento.

«Mi piace la pressione. Quando sono sotto pressione mi sento meglio e divento persino più competitivo. Quando la gente mi fa pressione, prendo coscienza del mio potenziale e cerco di sfruttarlo al 100 per cento, perché non voglio che qualcuno dubiti di me. Tante volte mi sono trovato in situazioni di forte pressione, come l’anno scorso (quando ha disputato l’ultima gara della stagione sapendo che un terzo posto gli sarebbe valso il titolo, ndr), e in Moto2. La sento, ma non voglio pensarci. Preferisco pensare che sto andando a godermela e che mi divertirò. Mi impegno sempre per ottenere buoni risultati, ma alla fine la cosa più importante è godersela».

IL (SOLITO) PUNTO DEBOLE  Proprio mentre penso che questo ventunenne non ha nulla di ordinario, neanche un briciolo di normalità, mi domando ad alta voce quali sono le cose capaci di tenerlo sveglio di notte.
«Al momento quasi nulla. Sono felice, mi godo la vita. Frequento qualche ragazza... come un ragazzo normale. A volte sono un po’ nervoso, ma il sabato prima della gara di Valencia, l’anno scorso, la gara decisiva per il campionato, ho dormito benissimo. Non ero per niente nervoso. Quando sono a casa, mah... penso a qualche ragazza, magari...». Ecco il sorriso. Più ampio che mai. Il tempo è agli sgoccioli, e allora ricorro a un’ultima domanda, forse banale: Marc, è meglio il sesso o vincere le gare? «Difficile rispondere: dipende dalle vittorie e dipende dal sesso. Preferisco vincere il campionato mondiale, perché così, dopo, magari, faccio più sesso».
In ogni caso, non è una scelta davanti a cui Marc Márquez si troverà tanto presto.

Traduzione_Gianni Pannofino

Fashion Contributor: Ilario Vilnius

Grooming: Valentino Perini @W-M Management using Bumble and Bumble

Si ringrazia il Grand Hotel Rimini (Rimini).