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Bryan Ferry: il rocker degli anni 70 protagonista per Icon


Dai Roxy Music alla carriera di solista: Bryan Ferry ritratto da Mark Seliger è l’icona di stile della copertina di Icon

FOTO _ MARK SELIGER
GUEST STYLIST_  KIM JONES
TESTO_  REX WEINER


Sotto un cielo di Manhattan che non sembra decidersi a far piovere, i fotoperatori sistemano treppiedi, luci e fondali ignorando gli elicotteri della polizia che ronzano sopra le loro teste. Il Presidente è in città per un discorso alle Nazioni Unitesull’ultima crisi mondiale. Muovendosi con cautela, gli assistenti allestiscono un tavolo con costosi accessori – stivali da uomo, occhiali da sole, borse da viaggio, tutti contrassegnati con gli inconfondibili monogramma e quadrifoglio di Louis Vuitton. Le sirene dei traghetti che attraversano lo Hudson River emettono una nota bassa, quasi di monito, come a segnalare che là fuori, oltre il frastagliato skyline del New Jersey, c’è una terra tormentata. Ma a un tiro di schioppo dal fiume, sul tetto dello studio fotografico di Mark Seliger nel West  Village, ogni cosa è sotto controllo. È uno shooting di Icon in collaborazione con Vuitton, dopotutto.

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Il guest stylist è Kim Jones, per essere precisi: il designer londinese del gruppo LVMH, un giovane uomo calmo ed energico, è lì a disposizione per assicurarsi che il modello presenti le sue ultime creazioni nella luce migliore – tessuti e colori ispirati da un recente viaggio nel deserto di Atacama in Perù. Ed ecco che, reduce dal make-up, compare Bryan Ferry, pronto ad affrontare uno stand appendiabiti. Jones gli porge un cappotto color cenere. Il rocker lo indossa con garbo, l’incantevole tessuto in lana che cade in un punto tra il ginocchio e la scarpa. Si esamina allo specchio con lo sguardo di chi è abituato a una sincera autostima.
«È un’icona di stile per tutti noi», osserva con calma Jones. «Fa parte di una generazione che ha cambiato ogni regola». Ferry si siede e aspetta che inizi lo shooting. Di tanto in tanto tossicchia. Le gambe accavallate, un piede che oscilla con dolcezza, è un uomo che sa quando fermarsi, ma solo se non può fare altrimenti. Un’infezione alla gola l’ha costretto a cancellare dei concerti a Washington DC e Boston. Nonostante questo, è salito sul palco a New York e a Filadelfia. Benché le recensioni abbiano affermato che quelle performance sembrassero più sobrie e contenute del solito, la classe leggendaria del re del romantic rock non era passata inosservata una settimana prima a Toronto, dove, stando a un articolo, «la folla ha preso d’assalto il palco durante l’esecuzione di Love Is the Drug, occupandolo anche per Virginia Plain, Editions of You, i bis di Let’s Stick Together e della commovente versione di Jealous Guy di John Lennon».

IL PAROLIERE PREFERITO DA BOWIE  Il nuovo album registrato in studio che Ferry sta pubblicizzando, Avonmore, è la sua quindicesima opera da solista e la ventitreesima se contiamo i dischi dei Roxy Music. «Sono per lo più pezzi miei, otto inediti», mi dice per poi aggiungere: «È importante far vedere al tuo pubblico che continui a scrivere».
Un’affermazione un po’ strana per un paroliere così prolifico – l’autore di canzoni preferito da David Bowie, stando al biografo di Ferry Michael Bracewell. Forse è un concetto che può essere compreso solo da un altro scrittore di una certa età. D’altra parte, non è un caso che questo tour si chiami Cant’ Let Go, “non posso mollare”. Con le tappe negli Usa ormai alle spalle, a Ferry restano una serie di date in Europa per la fine dell’anno. Per gennaio è già stato annunciato un altro tour di 22 concerti nel Regno Unito. E l’estate prossima il nostro tornerà negli Stati Uniti per suonare lungo la West Coast. Ferry ha sessantanove anni.

Uno dei pezzi più riusciti di Avonmore – album che ospita co tributi di Nile Rodgers, Ronnie Spector, Mark Knopfler, Maceo Parker e Flea – è una cover di Robert Palmer, Johnny and Mary. Grazie al figlio Isaac, un fanatico di musica dance, il pezzo nasce dalla collaborazione con il norvegese Todd Terje, mago del sintetizzatore nonché Dj. Nei concerti, Ferry esegue il pezzo rallentando il ritmo vivace di Palmer, con sofferta malinconia...



Johnny’s always running around
Trying to find certainty
He needs all the world to confirm
That he ain’t lonely
Mary counts the walls Knows he tires easily


COME JOHN WAYNE  «Bryan? Sei pronto?». Si alza, sostando davanti allo specchio per giocherellare con i capelli. Sul tetto si è alzata una brezza leggera e le piante in vaso ondeggiano appena, betulle in miniatura e pini nani, eleganti graminacee. Una quindicina di persone, tra lo staff di Seliger e altri da Londra, Parigi, Milano e Los Angeles, sono raccolte sul terrazzo per eseguire ciascuna il compito assegnato con silenziosa precisione. «Guarda in alto a sinistra», dirige Seliger, snello e agile in jeans attillati e Adidas bianche, una lieve pronuncia nasale che tradisce le origine texane. «Non sorridere. Sì. Perfetto. Fantastico. Rilassati un attimo...». In piedi contro il fondale bianco, le mani in tasca, ora serio ora sorridente, Ferry si volta con fare professionale verso la macchina fotografica. Seliger scatta rapidamente. «Appoggia la mano destra sull’anca tenendo la giacca aperta... mi piace. Molto John Wayne!». Ferry sorride. A differenza di Mick Jagger e di altri colleghi rocker, non ha mai recitato in un film ma si muove istintivamente, sa come seguire le indicazioni. «Flirta con me! E adesso fammi una faccia da duro, la tua miglior espressione alla Robert De Niro...». Ferry ruota davanti all’obiettivo, mostrando ogni lato, il cappotto che si allarga. L’hair stylist Vaughn si occupa dei suoi ricci arruffati e picchiettati di grigio. Seliger fa una pausa per controllare gli scatti su un laptop. «La serenità nel suo sguardo...», osserva a voce alta il fotografo. Poi fa rientrare tutti nello studio e passa da una Mamiya montata su cavalletto a una più intima Pentax che tiene tra le mani, con Ferry immerso nella calda luce del sole che penetra da un lucernario. Lo shooting procede bene e prosegue fino a pomeriggio inoltrato. Alla fine sediamo insieme sul tetto, lasciando vagare lo sguardo al di là del fiume mentre scende la sera. Ferry tiene in mano una tazza di tè, una sciarpa avvolta intorno alla gola dolorante. Non si sente un granché, mi confessa, anche se non si direbbe a giudicare dalle foto.

RAGAZZO FORTUNATO  «Cerco di dormire», mi dice. Non segue alcuna dieta particolare. Non va in palestra né fa esercizio fisico. «Mi bastano i concerti», dice con un risolino. «Sono piuttosto fortunato».
E in effetti, Bryan Ferry fortunato lo è stato davvero. Figlio di un minatore del nordest dell’Inghilterra, metteva da parte i soldi ricavati da un lavoretto part time in una sartoria per comprarsi un 78 giri alla settimana, ascoltando il blues americano e il R&B d’importazione. Fin dai tempi in cui studiava Belle Arti all’Università di Newcastle, Ferry ha fondato band che hanno contribuito a plasmare la seconda ondata del rock britannico, nel solco dei Beatles e dei Rolling Stones, con uno stile che mescolava moda e teoria dell’arte con testi fantasiosi. Raggiunto presto il successo con i Roxy Music, Ferry, grazie ai look eleganti e tenebrosi e alle romantiche liaison con diverse modelle e bambole dell’alta società tra cui Jerry Hall e Amanda Lear, venne consacrato come il Casanova numero 1 del rock, l’unico rocker la cui divisa d’ordinanza fosse lo smoking.

Adesso è single, reduce dal divorzio dalla sua seconda moglie Amanda Sheppard dopo neppure due anni di matrimonio. I tabloid inglesi si sono divertiti a sottolineare che Sheppard, una dirigente delle pubbliche relazioni, fosse di trent’anni più giovane di Ferry e avesse riferito alle amiche che il matrimonio era andato in pezzi a causa del “comportamento irragionevole” del marito. Il primo matrimonio del rocker, con la mondana Lucy Helmore, si era concluso dopo ventun anni e periodi di abuso di droghe da parte di entrambi. I loro quattro figli, Merlin, Isaac, Otis e Tara, compaiono spesso nelle rubriche di gossip e sono stati ribattezzati i “ferini Ferry”. Stando alla lista degli uomini più ricchi del Sunday Times, Ferry vanta un fatturato di 38 milioni di euro, dietro Roger Daltrey ma più o meno alla pari con Sade. Quando non è in tournée si ritira nella sua tenuta in campagna, una villa grandiosa circondata da ampi terreni e nota come Little Bognor House, nei pressi di Fittleworth, West Sussex.

AMICI D’AUTORE  Ma nessuno di questi sembra essere un buon argomento di conversazione mentre Ferry sorseggia il suo tè e guardiamo il sole tramontare all’orizzonte. La chiacchierata, però, passa agevolmente da una cosa all’altra. Cito Bowie, in quanto fan del Ferry autore di canzoni. «Non l’ho mai incontrato!», esclama il rocker. «Fin dall’inizio è stato un grande sostenitore dei Roxy Music. Ma lui vive a New York e io a Londra». E aggiunge: «Non ho molti amici nel mondo della musica, più nel mondo dell’arte. Questo perché lavoro con i musicisti, e dopo un’intera giornata in studio, sai com’è...».

E sullo shooting, la moda e lo stile: «Lo stile è qualcosa su cui non si dovrebbe riflettere troppo», afferma il tizio che è comparso in innumerevoli classifiche degli “uomini più eleganti”. «È difficile da analizzare. Mi interessano tutti gli aspetti del design: architettura, stoffe, arredamento. Quand’ero un ragazzo di sedici o diciassette anni lavoravo tutti i sabati in una sartoria, ed è allora che è nato il mio interesse per i vestiti. Sono piuttosto eclettico in fatto di abbigliamento. Amo mescolare le cose, capi della scuola classica di Savile Row con elementi nuovi. Kim è molto bravo, lavora con splendidi tessuti. L’abbigliamento è una questione di dettagli». Ai tempi in cui era adolescente, moda e musica erano intrinsecamente legati nel Regno Unito. C’erano i mods e i rockers... Vengo da Newcastle, su al nord, una città mods a metà degli anni 60». Ferry dovrebbe scrivere un libro, come ha fatto Keith Richards con la sua autobiografia. «Il libro di Keith era divertente, e molto altro», dice Ferry. «E magari prima o poi ne scriverò uno anch’io, ma non sono mai stato così occupato come adesso: adoro andare in tournée e fare concerti.

MISTERY MAN  Era la vita che immaginava quand’era ragazzo a Newcastle? Ci pensa un po’ su e risponde con un ricordo del 1967. «Una volta andai fino a Londra in autostop per vedere gli Stax Volt Revue al Roundhouse», racconta. «Erano in tournée in Inghilterra. Vidi Eddie Floyd, Otis Redding, Sam & Dave. E dissi a me stesso, “Ecco, questo è quello che voglio fare”».
Accenno alla cover di Johnny and Mary. «È una canzone bellissima, ossessiva», dice. «Mi piacciono le canzoni che racchiudono un mistero».
Johnny’s always running around Trying to find certainty...

Gli elicotteri si aggirano nervosamente sopra le nostre teste, il rumore delle eliche che ci costringe a interrompere la conversazione. Sorvegliano la limousine del Presidente mentre attraversa il West Side. Ferry fissa l’orizzonte, là dove il pallido sole di ottobre tramonta al di là del fiume e l’industriale New Jersey fa capolino prima di cedere il passo alla landa alle sue spalle. Kerouac una volta ha detto: «A ottobre, tutti tornano a casa». Ma Ferry non è a casa, né ha intenzione di tornarci presto – è sulla strada, e la strada prosegue, proprio come il rock’n’roll, indipendentemente da come va il mondo, verso le fredde luci di Avalon, scorte una volta dal figlio di un pover’uomo in un sogno febbrile.
Traduzione_Silvia Montis

Grooming: Vaughn for V76 by Vaughn at mizu NYC.