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Brenno Placido: sogni e segreti di un figlio d’arte


L’attore ricorda le gelosie di bambino, l’ambivalenza verso il cinema, la guida severa del padre sul palcoscenico.

di Gianmaria Padovani

Lo snodo della sua vita, almeno di quella professionale, non poteva che avere come sfondo una tragedia di Shakespeare, Re Lear. A rendere tutto più difficile, il fatto che a buttarlo sul palcoscenico del teatro è stato il papà. Non un padre qualunque, ma Michele Placido, oltretutto regista e protagonista della stessa opera. "Ha cominciato a essere durissimo con me fin dalle letture a tavolino. 
Poi ha continuato sino alle prove, tanto che a un certo punto
mi sono chiesto: 'Voglio davvero fare questo lavoro?'". Il giorno della prima, quando il sipario si è aperto, Brenno Placido ha scacciato la paura e cominciato la propria avventura. Dei tormenti di quei giorni gli sono rimasti soltanto ricordi che,
 a distanza di tempo, si sono trasformati in pietre miliari della sua vita e della sua crescita. E un singolare moto di riconoscenza: "Perché grazie a quello spettacolo ho conosciuto una ragazza bellissima", sussurra quasi imbarazzato.

Esperienza criminale - Oggi Brenno ha 23 anni, gli stessi occhi scuri e drammatici di babbo Michele e molte sicurezze
 in più. Professionalmente si è rivelato al pubblico cinque anni fa con quello che potremmo definire un "classico di famiglia": 
una serie tv, Tutti pazzi per amore. Ma è passato anche dal
 cinema - a soli 15 anni era nel cast di Romanzo criminale -
 e di lui si è accorta perfino la moda, offrendogli un ruolo
da protagonista in uno spot firmato Dolce&Gabbana.
Nonostante recitare sia nel dna di famiglia (anche sua madre, Simonetta Stefanelli, è stata attrice; e Brenno ha per sorella una certa Violante), per anni con il set ha avuto un rapporto difficile. Non fosse altro perché gli ha "rubato" un genitore negli anni in cui se ne ha più bisogno. "Papà da piccolo non lo vedevo mai. Le uniche volte che succedeva, era sempre circondato da gente che gli chiedeva cose o con cui discuteva, e questo in me ha sempre suscitato un senso di gelosia e possessività. Non ero attratto dal cinema, ne ero infastidito".
Se non puoi battere il nemico, alleati con lui. Così Brenno comincia a recitare quasi per scherzo, prima da solo nella propria stanza, poi a scuola, dove fa anche un corso di recitazione.
E scopre che funziona, ce la può fare. "All'inizio lo prendevo come un gioco, poi crescendo ho cominciato a razionalizzare. Quando mio padre ha cominciato a coinvolgermi nel suo lavoro, quell'angoscia si è trasformata in piacere. In fondo, questa era l'unica strada per stargli vicino". Uno dei primi consigli di Michele è quello di farsi le ossa a teatro. "Lì sei costretto a fare i conti con te stesso ed esce davvero fuori il tuo carattere", spiega. "Quando fai tivù, puoi stare fermo. Con il cinema c’è sempre la possibilità di un altro ciak. A teatro devi dare vita a tutto, alla tua voce, al tuo corpo". Tuttavia è un mondo difficile. "Se hai un momento di difficoltà, in tv e al cinema i colleghi ti aiutano. A teatro gli attori sono diversi, più concentrati su se stessi".

Quella scuola di vita - La bellezza della recitazione più vera e difficile, insomma. "A volte lavori in compagnie bellissime, che però ti costringono a un continuo lavoro di introspezione. Nelle compagnie spesso c’è una grande competitività, ma sempre nascosta e sotto traccia. Nel teatro, se cadi e sei per terra, devi rialzarti da solo". Durante Re Lear Brenno vive le sue crisi più dure, quelle che "sono servite a fortificarmi", dice. "Quando, durante le prove, mio padre mi insultava e mi umiliava, in realtà stava lavorando sul mio carattere. Mi ha costretto a tirare fuori tutto, ma l’ho capito molto più tardi". Con il passare del tempo ha imparato a proteggersi e si è attrezzato per migliorare le proprie capacità anno dopo anno. Oggi sa recitare in inglese perfetto, se la cava bene anche nel canto (durante lo shooting di queste pagine ha sorpreso la troupe intonando un pezzo di Chat Baker a cappella) e con la maturità la sua personalità si è venata di un sarcasmo leggero e divertente che usa soprattutto per rispondere alle domande che gli rivolgono più spesso. Volete sapere, per esempio, cosa ne pensa dell'ambiente del cinema? "In un certo senso è come la vita: è bella, anche se il mondo fa schifo". O delle difficoltà di essere un 'figlio di': «Quel trauma l'ho superato da tempo", conclude ridendo.

Foto: Tim Clark
Styling: Andrea Tenerani
Testo: Gianmaria Padovani

Fashion Contributor: Ilario Vilnius.
Grooming: Simone Prusso @Atomo.