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In the name of Bono


Il ragazzino punk che cantava nei club di Lower Manhattan è poi diventato rockstar globale e inventore di stili. Ma in quei giorni felici a Tompkins Square c’era già a sentirlo un giornalista di moda che non lo ha più perso di vista. E che oggi ci racconta la parabola di un’icona.

Bono, un signore di un certo talento che può rivendicare un discreto numero di professioni – tra cui rockstar, filantropo a livello mondiale, straordinario contestatore agit-prop, attivista in campo umanitario e padre –, è anche, guarda caso, un tipetto piuttosto elegante. Un dandy che ha aperto una propria rispettabile casa di moda, Edun, ed è riuscito a venderla al più grande conglomerato finanziario del lusso, LVMH.

È raro che Bono sia più felice di quando riesce a mettere a segno una battuta su se stesso. Naturalmente è molto più semplice se di mestiere fai la rockstar anziché il netturbino. Eppure ho conosciuto un sacco di rockstar che si prendevano più sul serio di un gruppo di cardinali a un concistoro. Nel caso di Bono, invece, non c’è nessuno al mondo che gli piaccia prendere in giro più di se stesso. Conoscendolo ormai da qualche decennio, è bene precisare che è sempre molto attento a trasformarsi nel bersaglio della maggior parte delle sue frecciatine: persino quando parla di argomenti che prende molto sul serio. Una sera dei primi anni Novanta, mentre ci trovavamo a cena sugli Champs Elysées dopo un ammaliante concerto del tour Zooropa, gli chiesi quant’era difficile telefonare a tutti quei capi di stato dal palcoscenico – a cominciare da tutte quelle telefonate a George Bush alla Casa Bianca. Quella sera il frontman aveva chiamato il Palazzo dell’Eliseo e chiesto di parlare con François Mitterrand, al che uno dei valletti gli aveva ringhiato dall’altro capo del filo: «Monsieur Bono! Le Président dort maintenant. D’accord?».

Ministri, led e balene — Davanti a una pizza e svariate bottiglie di Barolo, Bono proseguì il racconto ridacchiando: «Una volta, in Norvegia, ho chiamato il ministro della Pesca e gli ho chiesto per quale motivo continuassero a dare la caccia alle balene; lui mi ha preso completamente alla sprovvista perché dicendomi: “Ma senta un po’, cos’hanno fatto le balene per noi, eh? Sono disoccupate, non pagano le tasse, e per di più occupano troppo spazio! Grazie per aver chiamato. Buonanotte!”. E l’intero stadio di Oslo è esploso in un applauso. Mica per me, però; per il ministro!». A quel punto è scoppiato in un risata talmente fragorosa per la propria débâcle che i camerieri si sono avvicinati per chiedere se fosse tutto a posto.

Ma c’è un’altra ragione per cui Bono mi è sempre piaciuto: come me, è un appassionato di vestiti che adora creare nuovi look. Dalla mise «abito argentato in stile palla a specchio e cappello da cowboy», ai tempi del tour Zooropa, fino alla splendida giacca laser, una vera immagine di controtendenza lanciata durante il 360° Tour (la tournée di 110 concerti da un capo all’altro del globo che è poi diventata la più grande della storia). Tre estati fa, in Europa, quando il tour ebbe il suo debutto, era la giacca più cool del pianeta. Lo so perché l’ho provata.
(leggi il testo integrale su "Icon" n. 8, marzo 2013)

Testo: Godfrey Deeny

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