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WP Story


Scoprire, inventare o ridar vita a etichette dimenticate: la mission di un laboratorio creativo e di ricerca, italiano, che parla “global” da 30 anni

Trenta, come Thirthy Years of Research in Style, ovvero il libro monografico che racconta la storia di WP Lavori in Corso. Trenta è anche il giorno prescelto per l’uscita di questo volume ad ottobre, edito da Rizzoli, che racconta come, in tre decenni, il piccolo gruppo bolognese nato nel 1982 dalla mente imprenditoriale di Giuseppe Calori e sua figlia Cristina, attuale presidente, sia diventato un rullo compressore d’importazione di marchi heritage da 115 milioni di euro di fatturato nel solo 2011 (+19%). «La nostra ispirazione e la passione iniziali per la ricerca di brand storici (è WP che ha importato in Italia label come Woolrich, Vans, Filson, Villebrequin, solo per citarne alcune, e distribuito Barbour e Blundstone) è diventata nel corso degli anni  una case history unica. Siamo felici che questo libro racconti una storia fatta non solo di moda ma anche di talenti, di creatività e di business», racconta Cristina Calori.

Made in USA - In origine ci furono gli anni 80: calderone di consumi e stili personali, gusti nuovi che andavano ben oltre la mera identificazione con una tendenza. è in questo contesto che Giuseppe e Cristina Calori fondano WP Lavori in Corso, che ricerca e acquisisce i migliori marchi internazionali, proponendo, forse per la prima volta, i capi più funzionali e ispirati al mondo del workwear accanto alle proposte degli stilisti. Un esempio? I paninari: un gruppo di ragazzi che si avvicinano allo stile con un occhio alla funzionalità, affiancando gli elementi pratici dell’outdoor e dello sportswear con una versione preppy, ma tutta italiana, dello stile americano. «Prima di tutto importammo Vans, Sporto, Prentiss e altri marchi minori. Mandavamo gli ordini, facevamo arrivare i prodotti dall’America, ma poi nessuno li voleva! Alla clientela italiana non interessava l’abbigliamento sportivo, contava solo ciò che poteva essere annoverato sotto la parola “moda”. Poi abbiamo iniziato a importare Parachute, un marchio che all’epoca aveva grande successo a New York, disegnato da un architetto canadese, Henry Parnasse. In origine fu proprio Parachute a offrirci l’occasione di fare da distributori per alcuni dei migliori negozi ed entrare così di diritto nelle migliori boutique d’Italia, grazie alla sua presenza crescente sul mercato nazionale. Poco dopo abbiamo iniziato a importare anche Vivienne Tam, Anna Sui e Stephen Sprouse. Intuizione e perseveranza hanno fatto il resto. Quello che per fortuna oggi possiamo raccontare come una storia di successo», spiega Calori.


Bellezze addormentate - Per il 2013 le attenzioni del gruppo sono in gran parte per quel blouson con cui Steve McQueen si fece fotografare sulla copertina di Time nei gloriosi anni 60. «Baracuta, con la sua giacca G9, ha avuto un ruolo di icona culturale, che ha percorso 75 anni di storia inglese e americana. Un’altra storia heritage da rispolverare, perfetta per il nostro Dna», commenta Cristina Calori. Perché, come spesso succede nella storia del costume, il capospalla che ha vestito generazioni formali o ribelli, che è stato adottato da controculture come mods, ska, punk, e da star della musica come Frank Sinatra, Paul Weller e gli Oasis, a volte viene dimenticato, e diventa merce rara da scovare sui banchi dei mercatini dell’usato. In attesa che qualcuno possa risvegliarlo da quel letargo silenzioso in cui è decaduto. Ed ecco entrare in gioco WP, nel momento in cui la tradizione ha bisogno di quella scintilla in grado ridare vita e slancio alla sua eredità. La nuova vita di Baracuta parte proprio dall’idea di attualizzare il capo cardine del brand: il giacchino con la celebre fodera tartan chiamato G9, creato per la prima volta dai fratelli Miller a Manchester nel 1937. «L’esperienza maturata con Woolrich, di cui abbiamo curato con successo il rilancio, ci ha insegnato i passi fondamentali di questo processo» conclude Calori, «Nell’adattare i valori storici alla contemporaneità, infatti, non ci vogliono solo il team rodato e la concentrazione sul core business, ma soprattutto un’aderenza al mercato e alla sue esigenze di funzionalità. L’estetica pura, la concentrazione sulla parte creativa e persino la diversificazione sono step necessari, ma non primari, da non anteporre mai al focus sul prodotto originario, parte fondamentale del fashion system di oggi».

Testo: Valentina Ardia