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I believe I can fly: il docufilm da premio per Paul Smith


Girato da Sébastien Montaz-Rosset a 2.500 metri d’altezza

di Marta Galli

No di certo, se glielo avessero detto qualche mese fa non avrebbe potuto credere che si sarebbe trovato a lavorare per l’industria della moda, non quella patinata e a cinque stelle perlomeno, e ci avrebbe riso su. Cresciuto tra le montagne di Chamonix in Francia, Sébastien Montaz-Rosset aveva approcciato gli sport estremi d’alta quota come un fanciullo in città si avvicina al pallone e presto si era impiegato come guida alpina: "A un certo punto ho cominciato a riprendere i miei clienti e girare video e con il tempo questo è diventato il mio lavoro".

Come poi sia avvenuto l’incontro con Paul Smith, lo scopriamo dall’altra parte della manica, dove la fama del documentario realizzato da Montaz nel 2011, I believe I can fly, vincitore di 15 premi in diversi film festival, aveva raggiunto le menti creative del team del designer inglese: "C’è un modo ben preciso per pubblicizzare la biancheria intima" commenta Sir Paul "un certo contesto e un bel ragazzo dalle spalle larghe. Ma questo lo conosciamo tutti. Volevo evitare di imboccare strade prevedibili e, beh, il risultato fa venire le vertigini!".

Il film ha per protagonisti due altleti, Antoine Moineville e Tancrède Melet (in alto alcune foto) e le riprese sono avvenute a 2.500 metri d’altezza: "Abbiamo dovuto aspettare tre giorni in quota perché le condizioni meteo ci permettessero di filmare" – racconta Montaz – "e non è proprio la situazione più naturale starsene in boxer con cinque gradi di temperatura… ma ci piacciono le sfide!".