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Moncler: piccola storia di un sacco di piume


Dal cuore del Veneto, fiocco dopo fiocco, si dà un peso alla leggerezza: viaggio nei luoghi di una pratica cresciuta in sessant’anni di creatività.

Raccontare di Moncler non sarebbe cosa di un momento. Nel corso dei suoi sessant’anni di storia (festeggiati quest’anno, essendo il marchio nato a Grenoble, in Francia, nel 1952), il suo piumino ha conquistato le vette del K2 (1954) e i ghiacci dell’Alaska (1964), è stato simbolo di un significativo movimento giovanile negli anni Ottanta (i paninari), ha vestito alcuni dei personaggi più cool del presente (da Hugh Jackman a Leonardo DiCaprio) e del passato (Alain Delon);

dal punto di vista aziendale, poi, il brand vanta collaborazioni con stilisti come Giambattista Valli, Thom Browne e Hiroki Nakamura. E Moncler è, in perfetta controtendenza, una delle pochissime aziende di caratura internazionale ad essere diventate italiane, in virtù dell’acquisto, nel 2003, da parte dell’imprenditore Remo Ruffini, attuale Presidente e Direttore Creativo. Insomma, un’icona che ha già alle spalle due vite, forse tre.

VERSO IL CAPO - Non è per raccontare il passato, però, che siamo entrati nel cuore strategico dell’azienda, a Trebaseleghe, provincia di Padova. Ci interessa invece ricostruire il processo creativo e produttivo, e qui (nella zona industriale nel profondo Veneto dove si trova anche la Grafica Veneta, che ha stampato in esclusiva i volumi della saga di Harry Potter) si trova infatti l’ufficio prototipia dell’intera produzione, dalla collezione principale alla Grenoble, passando per le Gamme Bleu e Gamme Rouge.

In una fabbrica dove il 70 per cento degli impiegati è “rosa”: donne venete concrete, pratiche, innamorate del proprio lavoro. E del piumino. Materiale che, dicono in fabbrica, tendono a mettere un po’ ovunque. Con la differenza, rispetto ad altre materie prime, che la piuma è di origini naturali, “respira”. E come tale va rispettata adattando le procedure di lavorazione a lei e non viceversa. Ed è questo il vincolo che complica un po’ tutto.

Proprio di procedure, quindi, parleremo. Nel centro di Trebaseleghe entrano i disegni degli stilisti ed escono i capi-prototipo che verranno realizzati e commercializzati in tutto il mondo. Perché un conto è l’idea creativa dello stilista, un altro il capo da indossare che deve tener conto delle soluzioni tecniche per cui Moncler è riconosciuto globalmente, e del Dna stilistico del brand: alla fine, è Remo Ruffini con gli stilisti a esaminare il prodotto e a dare l’“ok” finale. È quello il momento del “fitting”. E, a volte, capita anche che un capo abbia bisogno di una decina di modifiche (e di passaggi e di studi di soluzioni tecniche ad hoc) prima di superare l’esame.

DOPO IL BOZZETTO - Una volta scelti i bozzetti, un team di creativi, alcuni dei quali in azienda da anni, propone i tessuti da utilizzare, i pesi delle imbottiture, le linee e i dettagli moda. E mentre in un laboratorio apposito con macchinari speciali provenienti anche dal Giappone, un tecnico specializzato di levatura internazionale sottopone le materie prime a test più severi delle norme europee in corso, che ne attestino la qualità (resistenza allo sfregamento, solidità alla luce e al lavaggio e impermeabilità nel caso dei tessuti; purezza, grado di pulizia, volume, potere gonfiante e isolamento termico per quanto riguarda il piumino), nel reparto modellistica, una squadra di esperti scompone il disegno stilistico in tracciati di cartamodello, con il supporto informatico di software utilizzati anche in architettura.

GESSO E FORBICI - Quindi, si passa al taglio vero e proprio dei tessuti e alla creazione dei sacchi-piuma. Infatti, nella maggior parte dei capi Moncler, il piumino è racchiuso in un sacco realizzato in un tessuto speciale, che impedisce la fuoriuscita dell’imbottitura. Il quantitativo del piumino, determinato meccanicamente, viene talvolta iniettato direttamente nelle fodere, quando i pezzi da riempire sono particolarmente piccoli (boudelle). Il sacco-piuma, poi, viene inserito nel tessuto esterno che caratterizza stilisticamente il capo. Il tessuto di contenimento è oggetto di continui studi tecnici eseguiti all’interno dell’azienda per raggiungere le migliori performance di leggerezza e limitazione di peeling. È a questo punto del processo che incomincia il vero e proprio lavoro artigianale, eseguito da un gruppo di dieci “supersarte”. In un laboratorio da haute couture che utilizza le più avanzate tecnologie, modernità e tradizione si incontrano: è qui, infatti, che con gesso e forbici viene completata l’opera, ultimando tutte le fasi di confezione e finissaggio. È una passione, è amore. Qui giurano che, all’epoca delle sfilate, ci sia un’attesa spasmodica di vedere le foto dei capi in passerella. E che creare un prototipo sia come avere un figlio.  

Testo: Laura Barsottini