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Corneliani: 70 aghi, 30 bytes


Ovvero, come coniugare l’abilità artigianale con la precisione digitale. Così Corneliani, per corteggiare la qualità, non si sottrae ai vantaggi dell’evoluzione. Perché sta «nel presente la continuità del passato»

Il tessuto è un rotolo lungo che la macchina stende adagio su un tavolo. Occhi lo sorvegliano, mani lo percorrono: controllano che sia immobile e pronto. Allora la lama si accende e lo taglia lenta, a regola d’arte, secondo linee invisibili: qui dritte, là un poco curve, entrambe perfette.

Del tessuto ora resta un puzzle da indovinare, una forma che ancora non sembra una giacca. A unire il mosaico, a dargli un’identità, ci penseranno altri occhi, stavolta con filo, pazienza e mestiere. Ecco, è questa l’essenza della filosofia “ago e computer”, il riassunto della Corneliani, eccellenza italiana della moda uomo che nella sua fabbrica alle porte di Mantova ha saputo fondere, esaltandoli per competenze, cuore e matematica, tradizione e tecnologia.

«Non abbiamo mai forzato la mano eliminando la mano. Abbiamo trovato un equilibrio corretto tra sartorialità e automazione, scegliendo la macchina solo nelle fasi in cui permette di ottenere risultati migliori», racconta Corrado Corneliani. Direttore tecnico, produzione e logistica, ingegnere meccanico, è lui che da moltissimi anni studia, sperimenta e realizza metodi non per aumentare le braccia robotiche, ma per incrementare la qualità dei capi. Convinto che ogni sfumatura sia decisiva, mai superflua: «Per esempio nel taglio tradizionale», spiega, «un sarto segue il segno del gesso che però è più largo della forbice. Va a occhio, e perde alcuni millimetri. Allora domando: cosa conta davvero? Ciò che è fatto a mano, o ciò che è fatto bene?».

C'è il sedile, e c’è il motore.

A fare le cose meglio è abituata l’azienda, che oggi ha 812 dipendenti in uno stabilimento inaugurato nel 1972 che ospita 150 mila metri di stoffe. «Abbiamo sempre cercato di arrivare prima, senza paura di andare in controtendenza», dice Maurizio Corneliani, direttore finanza, controllo, affari legali e marketing strategico. «Negli anni 70, mentre gli altri scendevano a compromessi e abbassavano la qualità, noi abbiamo scelto di mantenerla alta. E mentre tutti si limitavano all’Italia, noi siamo andati all’estero, ci siamo aperti all’Europa e agli Stati Uniti. E più tardi, sempre in anticipo, ai mercati emergenti». Così oggi Corneliani riesce a vendere fuori dallo Stivale il 70% della sua produzione e a contare su 65 monomarca, di cui 25 solo in Cina, con l’obiettivo di portarli a 40 nel corso del 2012. Intanto, entro novembre, nella via del lusso di Shanghai aprirà un flagship store da 300  metri quadri e due piani.

Merito di uno stile internazionale, sofisticato, e di una scelta attenta dei tessuti: «Li facciamo costruire in esclusiva per noi. Possono essere molto leggeri, particolarmente elastici e, grazie all’apporto delle nanotecnologie, anche impermeabili», svela il direttore creativo Sergio Corneliani. Di nuovo, pure qui, si affaccia la filosofia “ago e computer”: «Un prodotto moderno è antistorico se non accetta il computer. Prendiamo le auto di lusso: i sedili vengono cuciti a mano come tocco d’eccellenza, ma i motori condensano il meglio dei progressi dell’ingegneria. Lo stesso vale per la moda, se davvero deve mettere al primo posto la qualità e la vestibilità».

«Ma Corneliani è innanzitutto un cognome, la storia di una famiglia»

A fondare l’azienda, nel 1958, sono stati i fratelli Claudio e Carlalberto, quest’ultimo oggi presidente e amministratore delegato. Già negli anni 30, però, il padre di Claudio e Carlalberto, Alfredo, era stato tra i pionieri della moda uomo con un’attività che prima della guerra aveva raggiunto i 300 dipendenti. E Corneliani è anche il riflesso di Mantova, una città di un’eleganza splendida, che già nel Cinquecento esaltava la cultura del ben vestire alla corte di Isabella D’Este. Una cultura celebrata all’ingresso dell’azienda da un bronzo che recita: «Nel presente la continuità del passato». E in fondo, anche capire il procedimento unico da cui nasce un capospalla Corneliani significa viaggiare indietro nel tempo, a ritroso, scomponendo quel mosaico che fa una giacca. Vuol dire andare in una qualsiasi boutique, corner o punto vendita del brand. Qui, in un salotto a parte, il cliente che opta per il su misura si fa consigliare e sceglie tra 150 tessuti e 500 varianti di colore. I suoi dati vengono subito trasmessi via internet in fabbrica, dove un ufficio apposito crea sullo schermo i disegni per il taglio. Nessun cartamodello dunque, nessuna traccia disegnata a mano: qui c’è un «digitalmodello». «Che ci consente di calcolare in modo infinitesimale il peso di ciascuna modifica negli equilibri della giacca, per riprodurre fedelmente ogni minima simmetria o asimmetria del corpo», spiega Stefano Piva, da 31 anni in azienda.    

A quel punto il disegno passa alla macchina che taglia in sequenza prima la fodera del capo e poi il tessuto. A manovrarla c’è Cinzia Portioli, che ha solo 23 anni ma già da 5 lavora in Corneliani. «Sono qui perché il futuro è qui», risponde convinta. «Tutto è pianificato. Rispetto a un sarto che certi passaggi li improvvisa, abbiamo alle spalle un grande lavoro di concetto», ribadisce Pierluigi De Tomasi, responsabile dell’area modellistica e del controllo qualità.

Dopo il taglio, i pezzi vengono riuniti in mucchietti e, seguendo un iter rigoroso, inizia il processo di confezione. Ricco di scelte ben ponderate, come quella di non “adesivare” tessuto e interno, ma di cucirli l’uno con l’altro, così la giacca, più elastica, si adatta meglio ai movimenti di chi la indossa. In queste fasi l’automazione è molto ridotta, se non del tutto assente: «Nel complesso, in tutto il processo», sottolinea Corrado Corneliani, «il rapporto è 70% ago e 30% computer».  

Durante le fasi principali, inoltre, ci sono cinque collaudi intermedi più uno finale, prima che il prodotto vada in spedizione e arrivi al cliente che l’ha voluto. A occuparsene ecco Giuliana Bernini: metro al collo, controlla che ogni dettaglio sia al suo posto, che tutto sia stato fatto a regola d’arte. Interroga la giacca con il piglio di una maestra esigente e se qualcosa non la convince, se c’è un elemento che non torna, la rispedisce indietro: «Ma quale maestra», ride, «mi sento piuttosto una mamma che accudisce i capi. Ho una grande responsabilità, i miei occhi sono gli ultimi». Infatti non perde altro tempo e subito, quegli occhi, li mette all’opera: guarda dal fondo all’interno, misura tutto il misurabile confrontando i dati con la scheda cartacea, elimina piccoli residui di filo e, prima di lasciarlo andare, accarezza il tessuto con tocchi lievi che un computer non saprebbe nemmeno immaginare. Tocchi a cui nessuno, in casa Corneliani, ha intenzione di rinunciare.

Articolo di: Marco Morello