speakeasy Annalisa Testa

The Dead Rabbit


È il miglior bar al mondo (e io ci sono stata). Ecco perché è il numero uno della classifica dei World’s 50 Best Bars del 2016

Primo, vietato fare fotografie. O perlomeno. Quando ci sono stata io mi hanno chiesto con cortesia se potevo evitare di fare trecento scatti. In cambio, per mettere a tacere le mie lamentele, mi hanno regalato la “trilogy of cocktail menu”, un’enciclopedia di tre volumi che raccoglie la carta cocktail del 2013, 2014 e 2015. Così me ne sono stata (quasi) zitta e (quasi) buona tutta la sera.

Il cocktail bar numero uno della nuova classifica dei World's 50 Best Bars 2016 annunciata la notte del 5 ottobre a Londra, ha le radici piantate nel Financial Distring di Manhattan, luogo a quanto pare, popolato da animali di ogni specie. Dal lupo (di Wall Street) al toro di bronzo (la scultura dell’artista siciliano Arturo Di Modica piazzato all’ingresso del Bowling Green Park), fino al coniglio. Il “coniglio morto”.

Si chiama così: Dead Rabbit Grocery & Grog. Indirizzo: 30, Water Street. Nota bene: We do not take reservations. Bene. Riuscire a farsi un goccetto qui non è roba semplice anche se locale si srotola su tre piani. Quelli che mi interessano sono la taproom, la sala bar stile irlandese con bancone in legno e una dozzina di sgabelli, e il punch serving Parlour, dove servono i punch “to share” e una settantina dei signature cocktail dei bartender più celebri. Il luogo più ambito, con quella magica atmosfera da Speakeasy a cui ormai si sa, non riesco a resistere.

La sua storia si intreccia a quella di migliaia di irlandesi che tra il 1845 e il 1855 a causa della Great Hunger, la grande carestia che colpì l’Irlanda, attraversarono l’oceano in cerca di fortuna negli Stati Uniti. E poi a quella delle gangs di New York. Quelle vere, fatte di anglo-irlandesi, di nativi yankee e olandesi che si prendevano a bastonate per la conquista del territorio. Come i Dead Rabbits, una faida irlandese che nel 1857 diede inizio ad una guerriglia urbana contro il Bowery Boys gudati da William Poole, il mitico Bill “the butcher” (appuntarsi di riguardare Gangs of new York di Martin Scorsese), in quel punto nevralgico che era Five Points, l’incrocio delle cinque street principali.

La leggenda narra che i Dead Rabbits avevano l’abitudine di presentarsi sul terreno di battaglia si presentavano con un coniglio morto infilzato su un bastone. Come fosse una bandiera, per intenderci. Da qui il nome della band il cui leader, John “old smoke” Morrissey, è tutt’ora fonte di ispirazione per i cocktail creati da Sean Muldoon e Jack McGarry, soci fondatori del The Dead Rabbit di Water Street.

Menù alla mano (e troppo poco tempo per analizzarlo nei minimi particolari). Il maniacale perfezionismo di Sean Muldoon e Jack McGarry li ha portati a stilare una lista di settantadue drink. Il menù di per sé è un romanzo che narra la storia di John Morrissey e che raccoglie illustrazioni, ritagli di giornali di fine Ottocento, fumetti e mappe del Finacial District tra il 1848 e il 1888.

Da provare, i punch preparati con ingredienti stagionali e versati in punch bowls e tazzine in ceramica, come vuole la tradizione degli speakesy. Mi servono il Captain Radcliffe’s: Rèmy Martin 1738, Byrrh Grand Quinquina, F. Meyer Framboise Eau de Vie, sciroppo di lampone, succo di limone, Ceylon Tea, acqua di rosa e tintura di chinina. La tazzina in cui lo sorseggio è di una finissima porcellana inglese di inizio Novecento. Mi dicono che è un pezzo unico, la maneggio con cura. Il punch è fresco, velluto liquido. Il colore rosa dello sciroppo di lampone lo fa sembrare un classico english breakfast tea, ma con qualche grado alcolico in più. Sorseggio e mi guardo in giro. Legno scricchiolante, luci basse (è quasi buio), si parla sottovoce. Vige un decoroso rispetto, nonostante il Dead Rabbit sia colmo di gente.

Dopo il punch passo alla mia daily dose di gin. Scelgo il Little Water: Tanqueray Gin, Old Tom Gin, Dolin Blanc, Green Chartreuse, pera e assenzio. Gli ingredienti si mescolano perfettamente, nonostante la difficoltà di far andare d’accordo due gin, mantenendo le loro caratteristiche distintive. Potrei stare qui tutta la notte, ma si fa tardi e il jet leg si fa sentire. Me ne torno a casa con i miei cocktail menù che ogni anno, se è possibile, si avvicina ancor più alla perfezione.