R.P.M.
di Paolo Sormani

Father & Son – 2 di 3: da Memphis a Nashville


La parte centrale del nostro viaggio è la più attesa, con la visita ai santuari della musica. È nelle città che si scopre cosa resta dell’America sognata attraverso i libri, i dischi e i film.

Ci stiamo leccando le dita, senza vergogna. Il fatto è che il Cozy Corner ha le migliori costolette al barbecue di Memphis. La dritta era giusta e ora eccoci qui, al gelo dell’aria condizionata e delle luci al neon, a spolpare di gusto in quella che dalla strada appare una bettola derelitta e invece ci ha dato una delle poche belle sorprese di Memphis. Il soul food del Cozy Corner è accompagnato dal rhythm’n’blues locale degli anni Cinquanta, di quello diffuso da Rufus Thomas alla WDIA Radio. Una signora giunonica al tavolo accanto al nostro le canticchia tutte a memoria, puntuale sulla strofa. Alla fine ci chiede se siamo stati contenti, da dove veniamo. Italy, you jokin?! Ringrazia invitandoci a tornare, mentre un enorme sergente nero della polizia saluta rumorosamente. Viene sempre a fare il pieno di BBQ. La stessa atmosfera locale, anzi più familiare, si respira al Four Ways, il ristorantino soul food vicino a East McLemore avenue riaperto di recente per la gioia di poliziotti, lavoratori e di chi ama avere un punto di riferimento nel quartiere dov’è nata, morta e risorta la Stax Records.

Abbiamo risalito la vecchia Highway 61 belli carichi di aspettative. Ho sorriso nel rivedere dopo tanto tempo l’insegna rossa del Peabody Hotel, il vertice superiore del Delta del Mississippi. La parte centrale del nostro viaggio è anche quella più attesa, con le visite ai santuari della musica. La Stax e la Sun Records a Memphis, gli studi di registrazione Fame e Muscle Shoals in Alabama, il leggendario Studio B della RCA a Nashville. La Stax è qualcosa di più straordinario del fatto musicale, del Memphis Sound. La sua storia racchiude il riscatto sociale degli afroamericani, la lotta per i diritti civili e soprattutto il più riuscito laboratorio di integrazione. C’è stato un tempo in cui non contava essere bianchi, neri o marroni. Contava il soul, l’anima: ce l’hai, o non ce l’hai. Dopo la chiusura e la demolizione del 1989, lo studio della Stax con il museo e il negozio Satellite Records sono stati ricostruiti nel 2003. Visitarli fa vibrare corde profonde come quelle del basso di Duck Dunn: in fondo quel teenager pallido e mingherlino che trascina il suo strumento fuori dalla Stax Academy potrebbe essere lui, mezzo secolo dopo. Poi hanno sparato a Martin Luther King e i sogni sono tramontati. Il Lorraine Motel di Memphis è stato trasformato in Museo dei diritti civili e fa rabbrividire, il tracciato di quella pallottola segnato per terra.

Molto prima della miniaturizzazione digitale, stupisce scoprire come posti così piccoli abbiano influenzato tanto la storia della musica occidentale. La Sun Records di Elvis Presley e Johnny Cash è una stanza perfettamente conservata dagli anni 50. Gli studi di Muscle Shoals sono ricavati in un ex magazzino di bare e in una palazzina che sembra una console di giochi anni 70, eppure qui incidevano i Rolling Stones, Aretha Franklin, i Lynyrd Skynyrd. Persino George Michael. Lo Studio B della RCA che ha forgiato il Nashville Sound e il country potrebbe essere pavimentato dei suoi dischi d’oro – e ne avanzerebbero parecchi. Quello che dà fastidio è la fuffa che ci hanno messo intorno. Che brutto vizio, quello degli americani di levigare, desaturare, sfumare, smidollare l’esperienza per il turismo di massa. I biglietti d’ingresso sono pacchetttati e per vedere il Coutry Hall of Fame di Nashville si paga più che per i Musei Vaticani. L’enorme centro commerciale che è Graceland ha spazzato via ogni residuo emozionale lasciato dal fantasma di Elvis. Come il Vieux Carré di New Orleans, Beale Street a Memphis è stata quasi del tutto ridotta a parco tematico musicale per la sera. Le notti sulla Broadway di Nashville sono più sincere, il country esce da ogni vetrina, anche quella del negozio di dischi di Ernie Tubb. Le squadre di ragazze tutte bionde arrivate dalla campagna sciamano a divertirsi. Invece il teatro del Grand Ole Opry è un brutto edificio in una vallata di centri commerciali. È in queste grandi città che l’America sognata fa più spesso i conti con quella reale.

A proposito di negozi di dischi: meglio Nashville di Memphis. E non si può lasciarle senza un paio di T-shirt memorabili e qualche vinile. Oltretutto è da qui che si riparte, dai fondamentali: guardi i volantini, chiedi al commesso, riscopri i posti dove batte il cuore musicale della città. “I’m not a Memphis fan”, commenta una delle due signore in vena di chiacchiere nel benzinaio di Nashville dove facciamo colazione. Giacomo e io ci guardiamo: è mezzogiorno, abbiamo il pieno di benzina e portiamo gli occhiali scuri. È tempo di puntare il muso della Harley-Davidson più a sud, down to Alabama.