R.P.M.
di Paolo Sormani

Father & Son – 1 di 3: New Orleans e la Highway of the Blues


50 anni, 14 giorni, 10 città, 4 Stati, 1.800 miglia in due su una Harley-Davidson. Un racconto in tre puntate del viaggio con Giacomo nel profondo Sud degli Stati Uniti, padre e figlio lungo le strade della musica e della storia.

Se ricordavo l’aria di New Orleans 25 anni dopo esserci stato per la prima volta, un motivo c’è. È così spessa che, più che respirarla, la fendi. Potrei tagliarla e portarmene a casa una fetta come souvenir. Le manca solo la forma, i colori sono quelli caldi e meticci del Vieux Carré, il famoso Quartiere Francese. Parte dalla Big Easy risorta dall’uragano Katrina il nostro viaggio nel Sud degli Stati Uniti. Louisiana, Mississippi, Tennessee, Alabama. Lungo le rotte e i santuari della musica che mi ha accompagnato fino alla stazione dei 50 anni e mettere nella valigia di Giacomo qualcosa che non diventi obsoleto. In una dimensione dove il desiderio e la realtà si confondono nel calore in fondo alla strada.

Mi chiedo se il Sud pennellato dalla musica, dal cinema e dai romanzi che amo esista ancora. La ricerca dell’autenticità non mi darà mai tregua, se mai qualche delusione. Mi chiedo se l’impatto del ragazzo con il Grande Paese sarà come il mio. Allora da noi non c’erano autostrade a quattro corsie, né megacentri commerciali e tripli hamburger. Gli orizzonti erano e restano limitati. Quando a freddo mi dice che gli manca la sua camera, ne intuisco la forza. È un grande salto dalla sicurezza delle sue quattro pareti alla confusione del Quartiere Francese, che dopo le cinque diventa uno sbronzificio per turisti. Prima non conviene neanche attraversarlo, a meno di rischiare colpi di calore. Le cose più belle si nascondono dietro le colonne di ghisa dei porticati, al fresco dei cortiletti. Architettura creola che è già jazz, musica che attraversa i muri e scuote l’umore, mette voglia di muoversi. Fuori dal Vieux Carré fino a Frenchmen street dove ritrovo l’atmosfera di una volta, il miglior negozio di dischi della città (il Louisiana Music Factory), il gumbo e la jambalaya. Per rilassarsi, due passi al tramonto al moonwalk sul Mississippi, davanti a Jackson Square. Dopo aver ritirato la Harley-Davidson Road Glide al quartier generale Eaglerider su Canal street, puntiamo su Magazine street, una Haight-Ashbury del Sud nell’incanto del Garden District. E da lì, la sera, al Tipitina’s il locale aperto dal pianista Professor Longhair che da fuori sembra una stamberga e dentro vibra di musica di qualità.

Quando Marco & Marco di Kanaloa Fly & Ride/America in Moto mi avevano proposto un itinerario lungo la Highway 61, con soste a Natchez e Clarksdale, ero scettico. Okay il Delta del Mississippi e il Blues, ma pensavo solo alle grandi città. Cosa avrei trovato accanto al grande fiume? L’essenza del viaggio. E loro lo sapevano, per averla colta tante volte senza stancarsi. Quando il ragazzo mi chiede di spegnere la radio di bordo, che è un po’ la sua coperta di Linus, sento che si sta lasciando trasportare dalla Highway of the Blues che si stende nella campagna, l’afa di New Orleans già lontana e un paio di alligatori morti a bordo strada. Natchez si appoggia pigramente a una curva del Mississippi, una città che ha smarrito il senso del tempo e sembra cristallizzata alla Guerra Civile, con le sue case ottocentesche perfettamente mantenute. La vista sul fiume sospende il respiro: la sera, deserta, Natchez è la scenografia di un certo Sud da storia in bianco e nero, da “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee.

La Natchez Trace Parkway che porta a nord è un corridoio di verde incontaminato, una strada nel parco naturale bellissima e raramente battuta. Anche la 61 diventa così dopo Vicksburg. Rettilinei di 50 miglia interrotti da sparse case con la pretesa di chiamarsi villaggio. La calura e la lentezza increspano l’oceano verde di campi di cotone, mais e alberi. Non ci sono monti, fiumi o città a interromperlo. Anche Clarksdale sembra prigioniera del tempo. Ferma agli anni Cinquanta, solo un po’ più arrugginita. È la patria del blues con i suoi juke joints (tra i quali il Ground Zero aperto dalla gloria locale Morgan Freeman) e il mitico Devil’s Crossroads, l’incrocio fra la 61 e la 49 dove, si dice, i bluesmen vendevano l’anima al diavolo per suonare la chitarra come lui. Clarksdale è la città di John Lee Hooker e Jackie Brenston, Ike Turner e Sam Cooke, eppure le radio locali non amano il blues. Forse qui lo vivono come il vecchio sotto il portico della baracca di legno: lo tieni in casa perché è il nonno e porta soldi con la sua pensione, lo ascolti giusto un po’ quando attacca le solite strofe e poi… Qualche miglio a sud, lungo la vecchia Highway 49, lo Shack Up Inn è un’esperienza da fare e un ottimo posto dove dormire. Ricavato dalla ex piantagione Hopson, è un motel diffuso nelle baracche di legno e di lamiera attorno al baraccone dove, con un po’ di fortuna, si può ascoltare musica dal vivo e farsi qualche birra. Pura atmosfera Delta. Sono passate 500 miglia, sembrano 500 anni luce.

In viaggio, nella testa: “Tipitina + Mardi Gras”, Professor Longhair; “Prodigal son”, The Rolling Stones; “Shake, holler and run”, John Lee Hooker.