R.P.M.
di Paolo Sormani

Pirsig è morto, viva Pirsig


Quest’estate vagabonderò in moto con mio figlio negli Stati Uniti, per aggiungere il mio capitolo a “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.

Poche palle, erano anni che ci pensavo. Da quando comprai il primo LP della Stax con Otis Redding, Wilson Pickett e Carla Thomas. Da quando è nato mio figlio, nel 2000. E, molto prima ancora, da quando mi regalarono "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta". Aveva la copertina viola dell’Adelphi già consunta, le pagine ingiallite: ne aveva già fatta di strada. La scomparsa del suo autore Robert Pirsig, il 24 aprile, ha rimesso quella vecchia ossessione in moto. Un vagabondaggio nella culla della musica che amo, il Sud degli Stati Uniti, il Delta del Mississippi. A giugno, da Hotlanta a New Orleans passando per il Barber Motorsport e i diritti civili di Birmingham, Alabama. Poi su per la Blues Highway 61 fino a Natchez e Clarksdale, Memphis per Elvis, la Stax e la Sun Records. Una picchiata nella dimenticata Muscle Shoals dei Fame Recording Studios. Fino all’ultima tappa di Nashville, la music city dell’America profonda.

Era un monte di tempo che ci pensavo, ma il lavoro, i soldi, gli impegni. Stavolta è diverso, ho doppiato i 50. E ogni decennale è stato bagnato da un viaggio in solitaria. I 40 in Sicilia sulla Honda Four, i 30 in Provenza con il boxer BMW. I 20 chi se li ricorda più, era tutto un viaggio... Rotta a Sud, ancora una volta, ma dall’altra parte dell’Oceano. E in due, padre e figlio. Come in quel libro che ho sempre ritenuto il più noioso e sopravvalutato che possa capitare a un motociclista. Un libro di formazione figlio degli anni Settanta, di una certa cultura della fuga e della conoscenza del sé attraverso l'autoanalisi e il misticismo. Un “Siddharta” con le ruote a raggi. Mi è stato ribattuto che se è vero che “la vera motocicletta a cui state lavorando è una moto che si chiama voi stessi”, allora quello di Pirsig è un libro al quale mancherà sempre un capitolo. E quel capitolo devi scriverlo tu.

Ho capito che è il momento. L’ho detto al figlio, che ha accettato come farebbe un sedicenne incasinato, cioè con un misto di sorpresa e inquietudine. L’ho detto a Marco & Marco di America In Moto, che da Roma hanno cominciato a tessere una ragnatela di strade e di incroci (i famosi crossroads dei bluesmen) e a convincere gli americani ad affidarmi una grossa Harley-Davidson, o una Indian. Infine l’ho detto a me stesso: inutile sovraccaricarla di significato, viaggia leggero, lascia la tastiera a casa. Il viaggio lo racconterai, ma sarà la strada a scriverlo.