R.P.M. Paolo Sormani

I prigionieri del limite


Li ho incrociati e maledetti per anni, poi li ho guardati meglio: sono motociclisti come me, condannati a velocità frustranti.

Ci sono giorni in cui mi sento nero e statico. Di solito corrispondono a stati d’animo indotti dalle circostanze, dal lavoro, persino da un libro o un film. Oppure succede in certe ricorrenze come quella di ieri, che ho scollinato i 50 (anni) con la vaga sensazione di non avere i freni e le gomme a posto. In questi casi non c’è come uscire a prendere aria in faccia, smettere di fissarsi sul particolare e allargare le prospettive. Per contro, è stato proprio allora che li ho notati. Motociclisti, come me. Neri e statici come me. Li ho incrociati per anni senza neppure salutarli, anzi più spesso maledicendo loro e chi li aveva piantati lì. Prigionieri di un cerchio rosso che li decreta sgraditi, vietati e avversati come pericoli pubblici. Ho spento la moto per guardarli meglio e capire che oltre che in quella gabbia di lamiera bidimensionale, sono rinchiusi anche nel tempo. Il loro.

Il primo non portava neppure il casco. Probabilmente l’hanno disegnato negli anni Cinquanta, visto che guidava una monocilindrica che ricorda una Gilera o una Parilla. Equilibrata e moderatamente sportiva, buona per andare al lavoro che piova o tiri vento, come per portare la moglie al mare nelle domeniche di sole. L’altro l’ho incontrato in Svizzera e sembra ancora più vecchio, anche se in testa porta una specie di mezzanoce di cuoio tipo Alberto Sordi nel Vigile. Questo sì che corre, ma su una moto antidiluviana. Di quelle con il telaio stampato, il cambio separato e il portapacchi. Però, avrà ottant’anni eppure guarda che grinta. Più ancora del terzo, con il casco chiuso e due ruote che non si capisce a cosa siano attaccate. Per quanto ne so potrebbe stare seduto sul cesso, la postura è quella di chi si protende a leggere una rivista, ma non mi spiegherei l’integrale.

Si vede che hanno tutti una storia alle spalle e il motore acceso, voglia di lasciare il solito posto e bruciare chilometri. Invece mi fanno un po' pena, prigionieri di un limite di velocità frustrante, inchiodati dai codici. Cerco di non pensarci troppo, di non costruire analogie fin troppo personali e guardo il cielo. Il vento freddo l’ha dipinto di un blu vivo, scalo di marcia e lascio cantare il motore. So che a loro tre piacerebbe così.