R.P.M.
di Paolo Sormani

Di-sconnessione continua


Come disintossicarsi dalla connessione e dalla reperibilità? Su due ruote, per esempio. Ma vallo a spiegare ai ragazzi.

Anni fa conoscevo un tifoso bianconero ancora più ansioso di Giampiero Boniperti, famoso per abbandonare lo stato alla fine del primo tempo. Al fischio d’inizio di una partita importante della Juventus, questo signore si chiudeva in auto senza autoradio – il Nokia 3310 era ancora un'idea in Finlandia - e faceva il giro del Lago di Como per sapere il risultato solo a partita finita. Utilizzava l’auto per disconnettersi dal flusso di informazione. Mi è tornato in mente poco tempo fa a un convegno dove si discuteva dell’interruzione della connessione come ostacolo all’acquisto e all’uso del motorino o della moto da parte dei teenager. Pazzesco. Ricordo benissimo le sensazioni in sella al cinquantino e tutte erano riconducibili alla disconnessione dalla noia del quotidiano. Staccavo la spina dalla cameretta di casa per attaccarla direttamente al mondo attraverso un’immersione sensoriale più vivida e intensa. Quasi totale. Fatta di paesaggi, vibrazioni, aria in faccia, pensieri in movimento rapido. M'illudevo che fosse libertà. Ora il problema è l’opposto: si è connessi per domandare, per rispondere, per vivere. Ma è vita?

Flow, flusso, ovvero connessione continua e inconsapevole che genera dipendenza. Un’app costa nulla ed è meno pericolosa di uno scooter o una moto, ma insisto sull’utilità di una rieducazione a due ruote, con o senza motore, che un tempo erano il principale mezzo di connessione – analogica e reale – delle persone. Non è che “so’ regazzini” e allora non riguarda gli adulti. Che basta vederli girare in città con il cellulare infilato fra casco e orecchio, alla milanese/romano imbruttito. Al volante parlano le cifre fornite dall’ACI e dell’Istat: il 20% degli incidenti è dovuto a distrazione da telefonino. Per scrivere e inviare un SMS breve servono 10 secondi, il tempo di percorrere 300 metri a velocità ridotta. In quei 300 metri di black out può succedere di tutto. Spesso succede.

Non dovrei essere spaventato quando mio figlio dice che “pà, la patente quasi quasi non la prendo”. Eppure lo sono. Perché temo che le autostrade della comunicazione lo portino da nessuna parte, rinchiuso dalla connessione perenne e dalla reperibilità forzosa in una cella dalle pareti invisibili. Così sottili non da poter essere avvertite neppure in punta di dita.