R.P.M.
di Paolo Sormani

La motocicletta è anche femmina


Il genere non esiste, ma possiamo pensare una rivoluzione al minuto senza donne?

Metto le mani avanti, non è un pippone sulla parità dei generi. E' che, assorbita l'ondata mediatica dell'8 Marzo, il tema della salvaguardia dei diritti della donna mi ricorda il tiro con l'arco alle Olimpiadi. Titoli, foto e pubblici encomi il giorno della medaglia, poi sai che palle per il resto dell'anno. Si preferisce discutere - appunto - di gender, l'equivalente dell'olio di palma in fatto di assillo social. L'ho sempre considerato un falso problema. Il genere non esiste. C'è quello umano con gli uomini, le donne, i transgender e quello che volete: prima di tutto, persone. Nemmeno ho mai pensato, né scritto in termini di auto e moto per, o - peggio - da donne. Spesso chi ha provato a disegnarle e venderle ha scoperto che in realtà le dirette interessate non lo erano affatto.

In sella la questione rasenta il paradosso. La motocicletta è un nome di genere femminile, però molti motociclisti la considerano ancora roba da uomini. Anzi, da uomini veri. Tant'è che diverse motocicliste sentono il desiderio di viverla ritagliandosi una dimensione collettiva di sole donne. C'è da capirle. Poche storie, su due ruote le dimensioni e i muscoli contano ancora, ma provate ad andare a un raduno Harley-Davidson: scoprirete donne che guidano potenti touring al pari di tanti altri bikers - ecco, ci voleva un termine inglese per eliminare il genere.

Senza contare che quello che i rudi maschioni hanno fra le gambe è roba da donne. Circa il 25 per cento della forza lavoro Harley-Davidson è femminile; anzi negli ultimi anni la Motor Co. ha cercato di portare più donne in fabbrica, nonostante sia un luogo di lavoro faticoso. Sulle linee di produzione Ducati le operaie sono 54, su un totale di 383. Quindi yes, they can do it. I motociclisti dovrebbero preoccuparsi che le donne ricevano le stesse condizioni salariali e lavorative dei colleghi uomini, più che un rametto di mimosa.