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Riccardo Scamarcio


Il divismo e l’età, le donne e la pesca, la cattiveria e l’antipatia. Passioni, repulsioni e piccole ossessioni di uno che, sospeso tra Alain Delon e Sophie Marceau, sceglierebbe di essere Valeria. Indovinate perché

Si muove a scatti per imitare un robot, suona l’aria come una chitarra, accenna a voce bassa Here comes the sun dei Beatles. Sorride, ammicca, fa lo sguardo torvo, punta quegli occhi luminosi contro l’obiettivo con l’insolenza di un’arma pronta a sparare. Riccardo Scamarcio è presenza scenica, sempre, anche a registratore spento: anche quando discute di moda con lo stylist, disserta di luci e flash con il fotografo, si fa prestare un paio di occhiali da sole e se li lascia addosso, lanciandosi tra le stanze alla caccia famelica di una sigaretta. Finché non sbotta, prima dell’inevitabile resa: «Certo che oggi non fuma più nessuno».

All’appuntamento romano nella top suite Nijinsky dell’hotel De Russie arriva puntuale. Entra, saluta tutti, nota su un tavolo le copertine dei numeri passati di Icon: James Franco, Michael Pitt. Le scruta, le allinea al millimetro, poi scherza in mezzo a un sorriso: «Belle, ma con me alzate il livello». E così compare subito, sfacciatamente intatto, lo spirito del ragazzo di Andria che ha sorpassato i suoi sogni ed è diventato l’unico vero divo italiano: «Divo sì, ma nel senso di divario», se la cava con un sofisma. «Perché», spiega, «non partecipo. Mi tengo lontano da certi riti del mondo dello spettacolo e questo, forse, crea un’aura da irraggiungibile».

D’altronde a raggiungerlo ci provano in tanti, a partire da quei paparazzi che per fotografarlo improvvisano acrobazie dietro le inferriate del giardino dell’albergo. Eccone uno, poi due, poi tre: lui il miele, loro le api. «Non ci credo, anche qui. È sempre così», commenta rassegnata la sua addetta stampa. Ma l’attore, teorico e pratico della distanza, fedele com’è a se stesso, se ne cura poco: li saluta, volta loro le spalle, si stravacca su una sedia e guarda altrove come dopo ogni domanda, mentre rincorre le parole tra il soffitto, la terrazza e Villa Borghese più in fondo. Fin quando non fa il nodo a un pensiero, ti punta addosso quegli occhi che già parlano, a loro si adegua e inizia a parlare.

Scamarcio, quante etichette. Ribelle, innanzitutto.

«Ma dai, ci sono degli attori americani devastati. E poi io sono fidanzato da tutta la vita. È la stampa che mistifica».

E quelle sue sculture, quei robusti blocchi di tufo soltanto con la scritta “Fuck you”?

«Quelle sono sconce, non ribelli».

Nega la voglia di andare controcorrente?

«C’è, ma è autentica. Non è certo per essere provocatorio. Fa parte della mia indole e del mio mestiere. Perché uno dovrebbe fare l’artista? Per essere “con” anziché “contro”?».

Si è spinto ben oltre, però: ha detto che ama la cattiveria, il veleno.

«Non mi piace l’arte decorativa, né mi piace risultare consolatorio. Bisogna saper arrivare al nocciolo della questione, avere il coraggio di non essere d’accordo e dirlo con forza e fermezza. Fottendosene del politicamente corretto. Se questa è cattiveria allora sì, mi sta bene».

Ecco qua, Scamarcio il superbo.

«Essere una voce fuori dal coro è un atto di coraggio. Se tutti noi ne avessimo un po’ di più, forse il mondo sarebbe migliore».

Passiamo dall’etica all’estetica. Trattiamo il suo stile come un personaggio: che fa, studia o improvvisa?

«Non c’è un’idea precostituita o organizzata, ma so come voglio essere. So che difendo la diversità».

E questa diversità, come si manifesta nel suo armadio?

«Con colori scuri: blu, nero, grigio. Il mio modo di vestire non deve mai prevaricare me stesso».

Non osa mai?

«A volte lo faccio. Per esempio con un cappotto color cammello. Perlopiù per assecondare un sentimento nostalgico verso il cinema degli anni 70 che è stato essenziale nella mia formazione».

Già, quel cappotto lo indossava Alain Delon. Ed è proprio a lui che la paragonano.

«A chi? A me? Avranno bevuto».

Entra, saluta tutti, vede le copertine di Icon, James Franco, Michael Pitt: belle, ride, ma con me alzate il livello

Entra, saluta tutti, vede le copertine di Icon, James Franco, Michael Pitt: belle, ride, ma con me alzate il livello

Guardi che è un paragone ricorrente.

«È vero, specie in Francia. La cosa mi piace, non voglio essere ipocrita. Delon è un attore straordinario, un uomo di una bellezza incredibile dotato di un fascino molto forte».

Restando in Francia, lei invece si è paragonato a una donna. A Sophie Marceau.

«Vabbè (ride, ndr), spieghiamola meglio. Per la precisione dissi: “Sono la Sophie Marceau del Duemila”. Fu quando uscirono Tre metri sopra il cielo e poi Ho voglia di te».

Ha nostalgia del suo tempo delle mele?

«No, non sono nostalgico perché quello che ho incontrato dopo, in questi ultimi anni, è stato molto interessante. La mia vita è cambiata. E cambia continuamente, anche attraverso momenti difficili e dolorosi. C’è sempre una grande densità, un’alternanza di gioia e disperazione».

Disperazione, addirittura?

«È una variabile possibile quando ci si apre a esperienze di ogni tipo. Ed è un rischio da correre».

Come quello di risultare antipatico. Per esempio quando per strada, a volte, rifiuta una foto o un autografo ai suoi fan.

«Sono molto disponibile, tutto dipende da come le persone si pongono. Rivendico il fatto di non avere nessun dovere nei confronti di chi mi segue. Non bisogna per forza essere gentili o cordiali con tutti».

Nemmeno con le donne? So che lei è uno strenuo difensore delle differenze tra i sessi. Che difende alcune prerogative dell’uomo, come pagare il conto al ristorante o portare le valigie.

«Mi diverte, come aprire la porta dell’ascensore e cedere il passo. Sono esempi banali, ma seri. Li ho fatti quando c’era la tendenza ad accusarmi di maschilismo. Non siamo tutti uguali e sono felice di rivendicarlo, in particolar modo in una società che ci spinge all’omologazione».

Sono disponibile, ma rivendico il fatto di non avere doveri verso chi mi segue. Non bisogna per forza essere gentili

Sono disponibile, ma rivendico il fatto di non avere doveri verso chi mi segue. Non bisogna per forza essere gentili

Su Facebook ci va?  
«Sa come lo chiamo? “Fakebook”, perché è “fake”, è finto. Preferisco le chiacchiere dal vivo, anche quelle con uno sconosciuto incontrato in un albergo. Sono capace di attaccargli dei pipponi da due ore e un quarto, prosciugandolo con un attacco di logorrea acuta».

Facciamo il gioco dei “se”. Gliene propongo quattro. Se non fosse pugliese?

«Sarei siciliano. Ma perché la Puglia e la Sicilia si assomigliano».

Se non vivesse a Roma?

«Vivrei ad Atene. Per le persone, la musica, il cibo».

Se non fosse attore?

«Farei il coltivatore diretto».

Perché mai?

«È un lavoro pieno di fatalismo, che racchiude il concetto di destino. Si è in balia degli eventi, tentando di plasmare una materia che si lascia plasmare solo fino a un certo punto».

E se fosse una donna?

«Vorrei essere Valeria Golino».

Per stare con Scamarcio?

«Per stare con Scamarcio».

Com’è la vita di coppia tra due attori?

«Siamo entrambi improvvisamente distanti, poi ci ritroviamo, poi ci rincorriamo in luoghi e posti che non sono necessariamente la nostra casa».

Schizofrenia.

«Trovo che alla fine dei giochi sia positiva. Ognuno ha la propria indipendenza e lo stare insieme è una scelta, non qualcosa di dato per scontato. E poi fare lo stesso mestiere ci tiene uniti perché ne discutiamo, ci confrontiamo».

Si trova bello?

«Alcune cose mi sono state facilitate dal mio aspetto fisico. È stato un punto di forza».

Nessuno lo definirebbe una debolezza.

«Invece può distrarre da quello che fai e dici. E capita che in alcuni ruoli, per essere credibile, tu debba fare fatica doppia. Però non ho il complesso del bello che si deve imbruttire a tutti i costi per essere accettato come attore impegnato. Me ne fotto, nel senso che io sono così. E poi ancora qualche anno e qua casca tutto, sfiorisce tutto. Così finalmente anche di me potranno dire: “Ammazza che cesso”».

A proposito di dicerie, so che sul set fa molti scherzi. Ce ne racconta almeno uno?

«No, sono irraccontabili. Da parte mia c’è sempre voglia di unire, di aggregare, di fare gruppo. In fondo siamo tutti lì con lo scopo comune che il film venga bene. Comunque ci divertiamo con poco: gavettoni, rumori, cose bizzarre. Che faccio succedere proprio nei momenti in cui dovrebbe regnare la massima serietà».

Però non ho il complesso del bello. Me ne fotto nel senso che io sono così. E poi, tra qualche anno qui casca tutto

Però non ho il complesso del bello. Me ne fotto nel senso che io sono così. E poi, tra qualche anno qui casca tutto

Oltre a organizzare scherzi, che altro fa nel tempo libero?

«Ho delle passioni un po’ strane. Vado a funghi e, quando posso, a pesca. Amo stare a contatto con la natura».

Suona ancora la batteria?

«Assolutamente sì, sebbene mantenga un grande pudore nei confronti della musica».

In casa dà una mano?

«So rendermi molto utile. Mi piace aggiustare le cose».

Pensa che anche il cinema italiano sia un po’ guasto?

«Non c’è grande fervore, di certo ha perso terreno a livello internazionale».

Cos’è che manca, le idee o i talenti?

«Detta brutalmente, mancano i soldi. E non si vuole osare. Quel piccolo mercato che c’è costringe gli autori, anche quelli che fanno opere prime, a orientarsi verso la commedia, perché da noi è soltanto quella che funziona. Altrove no, però. Prenda The Artist: se uno fosse andato dai grandi finanziatori italiani di cinema e gli avesse portato il copione di un film in bianco e nero, per giunta muto, sarebbe stato preso per pazzo. Così rimaniamo ricurvi su noi stessi».

In un suo film, Verso l’Eden, lei interpreta un immigrato che non resta chino, che preferisce alzare la testa. Che prova in tutti i modi, con appassionata caparbietà, a raggiungere Parigi. Qual è invece la meta, il paradiso di Riccardo Scamarcio?

«La felicità non sta nell’averla ottenuta, ma nell’inseguire quel che manca. Continuare a cercare il mio Eden direi che è già un bel traguardo».

Foto :  Max Vadukul

Testo: Marco Morello

Styling: Ilario Vilnius

Grooming: Stefano Gatti @WMmanagement