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Le ore a Deadtown – Il racconto


Una prigione, un liberante, il tempo. Perduto e ritrovato

di Giovanni Gastel Jr

Un anno 9 mesi e 10 giorni…

[Abbiamo fatto correre le piccole automobili tanto amate da ragazzi, poi le mettiamo via e ci limitiamo a passare sul tappeto col passo audace dell’uomo arrogante. Dove sono le scatole? Le macchinine di metallo smaltato? Non ricordo… Aspetta! Forse… in quell’armadio? No, era, era… una cassa, sì… cartone, credo. Tutto è così lontano, d’improvviso, anni che si fanno epoche, che si fanno beffe del bambino piccolo che si trasforma in giovane uomo].
Lego alle sbarre della cella due lacci, paralleli al pavimento, per fissare le gambe ed esercitare gli addominali. Arriverà anche il mio momento, il momento in cui avrò finito di scontare la mia pena.

Qui si dice che noi, prigionieri, almeno andremo a casa, mentre le guardie, gli appuntati, rimarranno dentro per sempre. «È un lavoro ingrato», ci diciamo, ma è solo una maniera per farsi un sorriso alle loro spalle. Loro che tornano a casa, la sera.
Sono in balia di un giudice, ma non è forse la condizione di tutti?

La mattina guardo la tele, poi esco a fare due passi nel cortile. Sono le ore più lunghe della mia vita, l’idea del tempo che ci si fa dentro è che non passa mai, ma che, in qualche modo, passerà.
Le sigarette scandiscono i minuti.

Poche cose da eroi, qui, ci basta poco, però, per sentirsi uomini: basta la parola. L’ora d’aria è come nuotare nel cemento armato. Non ho orologi, ma tanto non servono. Andrò a casa presto, questo mi dicono gli altri ragazzi, ma io faccio finta di niente, faccio lo scaramantico. In realtà prego per tornare a casa, so che non manca molto.

So che a Deadtown le campane stanno suonando, suonano per così poco.
La notte è un tappeto persiano su cui raccogliere le briciole del giorno.

Poi un giorno mi chiama l’appuntato di turno, mi chiede perché mi alleno, se è perché così, fuori di prigione, avrò più successo con le donne… fa battute e capisco che ha ricevuto un ordine. «Liberante!», gridano gli altri dalle celle: me ne sto andando a casa. Passa il tempo come su un lungo tappeto, come quello dell’infanzia su cui facevo correre le automobiline, ho solo più inchiostro sulla pelle, non ho più le macchinine, ma la voglia di giocarci è rimasta.

Dopo qualche anno mi ritrovo a scrivere; i consigli di mia madre, giornalista, sbattono contro la durezza di una lapide, si frantumano contro una nuova epoca. Se ne sono andati in molti, mentre aspettavo il mio tempo, mentre aspettavo di vederli. Tutti via da qui, come in una processione che porta lontano, altrove, nel senso del vento e senza sole, nebbia fitta.

I falchi sopra il campanile di Deadtown, messi lì per uccidere i piccioni, solo questo vedo, da qui. Ecco, finalmente il tempo è passato. Schiaccio il pulsante M e arrivo subito a 270 km all’ora. La statale è vuota…

Dietro di me stanno i volti dei camerati, stanno le settimane in galera. Ma non tutto il brutto sta dietro: ce n’è ancora, davanti a me. Viaggio verso i limiti della gravità, e io sono leggero come piuma. Il campanile di Deadtown scompare dietro le case, non so se sta suonando.
Sono troppo lontano, anche da me stesso.

Il rombo del turbo mi porta via da tutto, ma non si può correre all’infinito, bisogna fermarsi, dare al tempo l’opportunità di riposare, di distendersi. Di raggiungerti. Le campane di Deadtown suoneranno ancora.

Ora so dove sono, e come ascoltarle.
2014…

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Giovanni Gastel Jr., 37, ha appena pubblicato il suo primo romanzo, dal titolo La sindrome della fenice (Nobook).