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La fabbrica delle Ferrari


Tra giardini pensili, trasparenze e silenzi, qui nascono le rosse più sexy di sempre. E nulla è lasciato al caso. Neppure il rumore del motore

di Marco Morello

Per prima cosa s’imposta la voce: in una sala insonorizzata simile a uno studio di registrazione, si decide che suono avrà il motore di una nuova Ferrari. Solo allora si progettano gli scarichi e gli altri elementi meccanici che permetteranno di riprodurlo fedelmente a ogni accelerata.
Nulla è casuale dentro la fabbrica di stile a quattro ruote di Maranello, da cui nel 2012 sono usciti i 7.350 esemplari venduti nell’anno, tutti con almeno un dettaglio diverso che li rende irripetibili.

Qui la divisione del lavoro si fonda su un criterio di coerenza equilibrata. I compiti ripetitivi, sempre uguali a se stessi, sono svolti da robot e braccia automatiche. Quelli in cui l’uomo rappresenta un valore aggiunto, in cui c’è bisogno di occhio, delicatezza ed esperienza, sono affidati a operai specializzati; i quali preparano a mano la tappezzeria con decine di cuciture diverse o rifiniscono ogni auto all’interno di un ciclo lento, con fasi di un’ora, prendendosi il tempo che serve perché niente sia impreciso o, peggio ancora, imperfetto. Indossano polo rosse con leggeri tocchi di beige e si muovono all’interno di ambienti salubri, con polmoni di giardini pensili e, al posto delle pareti, vetrate ampie che affacciano sui tetti bassi del modenese.

Le trasparenze qui sono la norma, anche per puro senso pratico: spesso in giro c’è un cliente venuto da una parte qualsiasi del mondo per osservare come sta procedendo la costruzione della sua macchina. Ognuno di loro può richiedere personalizzazioni di colori, pelli e altri dettagli, scegliendo tra un ampio spettro di proposte che stressano la sportività o l’eleganza della vettura; oppure, succede grosso modo in due casi su cento, accedere all’Olimpo del tailor-made, dove i materiali sono così esclusivi che spesso la casa di Maranello deve farli omologare per l’uso a bordo. Non ci sono limiti, tranne uno: proteggere l’identità del brand. Sì al sedile in un denim giapponese rarissimo; no, mai e poi mai, a una carrozzeria con i pallini rosa.

Il gradino più alto è però il one-off, dedicato a chi, si prenda il caso di Eric Clapton, cerca un pezzo unico e vuole decidere persino la forma della vettura. Mentre chi una rossa ce l’ha già, magari storica, un tantino malandata o orribilmente modificata, punta dritto verso l’atelier delle classiche: qui si attinge all’archivio dei disegni originali, si montano i pezzi giusti (ricostruzione del motore inclusa) e la macchina torna allo splendore iniziale. Fa fede il certificato di autenticità rilasciato a fine cura.