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Benelli Sei, 40 anni on the road


Con quei due cilindri in più rispetto alle concorrenti giapponesi, la moto voluta da Alejandro de Tomaso nel 1974 è entrata nella storia  

di Nicolò Minerbi

Anni contro quegli anni Settanta. Controtendenza e pure contro le invasioni barbariche. Perché alla fine quella giapponese era vista così. Da tutti quei guzzisti in ginocchio, dai ducatisti allo sbando, dagli italici centauri avviliti dalle quattro cilindri di quel Sol, troppo levante e invadente. Con le sue Honda Four che per prime hanno portato in strada l'emozione della pista, con l'effetto wow del Gran Premio (con tanto di avviamento elettrico). Da quel momento lì tutto il resto è noia, questa è la verità.

C'è voluto un argentino pazzo, scatenato e visionario, che prendendosi Benelli (oltre che Moto Guzzi e Maserati) ha fatto sognare un rilancio col botto. Diventato realtà solo a metà. Purtroppo. Al grido “le giapponesi ne hanno solo quattro!” Alejandro de Tomaso e i suoi sei cilindri in linea, uno di fianco all'altro pronti per la battaglia, sono entrati nella storia come la linea Maginot del motociclismo italiano. Allora sembrò un miracolo, un'impresa titanica, una vera rivoluzione e invece era semplicemente una copia accresciuta e corretta di quelle Honda là. Con quei due cilindri in più che rendevano il tutto quasi automobilistico. Tanto che c'è stato addirittura qualcuno che s'è comprato la Benelli Sei, così si chiamava la superbike, solo per il gusto di accenderla ogni tanto per sentirsi ferrarista a due ruote.

Perché quella cascata di marmitte, tre per parte nella 750, più che tubi di scarico sono canne d'organo. Trombe squillanti. Roba d'arrembaggio. Tutto questo quarant'anni fa: anno 1974. Anche se a dire la verità non è stata la presentazione della moto a far sognare le masse, ma l'approvazione venuta dall'altra parte del mondo. Dal Cycle World, il giornale di Newport Beach, California. Una dichiarazione d'amore formato prova su strada per quello che fu un canto del cigno fatto di potenza, sofisticazione e una spruzzata di esoticità made in Italy.

Nata 750cc, la Sei è diventata anche 900 e fino al '78 è stata l'unico sei cilindri disponibile di serie sotto una sella. Le linee squadrate, che sono strane oggi, non passavano inosservate manco allora. Merito della Ghia, carrozzeria storica in Torino (pure del suddetto argentino). Chi l'ha guidata al tempo, ha detto che era pesante, grande e grossa, ma in movimento si trasformava in una bicicletta. Merito del telaio e dei pesi ben distribuiti, come buon collaudatore comanda. E i freni, che freni! Quelli a disco di un'azienda lombarda specializzata soprattutto nelle auto. Coinvolta nella missione impossibile di domare questa bestia multicilindrica. La fortuna a due ruote della Brembo parte da qui. Eredità morale di un sogno di mezza estate.