Il lato Icon delle cose
di Gianni Miraglia

Social-necrologia


Su Arigliano sono cascato in pieno. Vittima anch’io del bisogno di commozione collettiva

Nicola Arigliano

La dipendenza da Facebook è tra le compulsioni del nuovo millennio. Adesso va forte il Social-necrologio alle rockstar. È anche per questo che ci sono cascato: era da 3 giorni che non ne morivano. L’ultimo quello degli Eagles, un po’ di commozione anche per lui, tenendo comunque conto di cosa ne pensa Lebowski: “I Hate Fucking Eagles”.

E allora, celando lo smartphone sotto un tavolo, perché ero in una riunione, ho notato una caterba gli status che rippavano sul povero Nicola. Preso da enfasi necrologica, ho pure scaricato il logo del celeberrimo liquido scioglipasto che me lo fece conoscere, per poi cimentarmi in parole toccanti sul fatto che siamo di passaggio e che l’idea della morte non è digeribile.

Non ho neanche aperto il link che riportava notizia del decesso. L’avrà diffusa apposta qualche studioso di antropologia: se ci fossi entrato avrei potuto leggere che Arigliano buon anima era già defunto da anni. Ma non ho cancellato comunque lo status per rispetto, ma anche per dimostrare che sono fallace, emanazione dei difetti collettivi. Che mi serva da monito per la prossima volta che sharo una notizia, senza leggerla.  

Comunque è umano, lasciarsi andare per la scomparsa di chi, con le sue canzoni, ha rappresentato forme così longeve di gioventù: abbiamo bisogno di credere che queste divinità pagane non invecchino mai. Psicosi da cantanti che muoiono in giornate in cui sembra non succeda mai niente. Così bello commuoversi tutti assieme, anche per musicisti di cui non ci è mai fregato niente.

Anche se in effetti Nicola era diverso: da bambino quel signore canterino in quel pullman di turisti a me stava simpatico, mi metteva il buon umore. A quell’epoca c’era la tv, che già aveva ucciso la radio. Ma ora il cadavere è quello catodico generalista. Visto che vediamo tutto dal web, serial tv e canali tematici che finalmente ci liberano dalla sensazione di fare parte di un volgo. Stare sempre connesso, mi addormento con lo smartphone in mano, orsacchiotto touchscreen e i sogni che faccio, dopo essermi addormentato sulle notizie dal mondo: l’altra notte ho sognato Putin e gli ho gridato un parola slavofonica che finiva per “ov”

È tanto che non entro su Facebook e vi devo salutare. Un pensiero a quei redattori che in questo momento stanno compilando toccanti coccodrilli per rockstar non ancora defunte. Se non ci fossero loro, non ci potremmo commuovere così bene.