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Jane, ieri e oggi


Il suo seno appena accennato stregò una generazione. Timidissima, Jane Birkin si spogliò per ripicca e divenne un simbolo, l’icona che Gainsbourg portò con sé fin quasi all’inferno. La top model Andreea Stancu ne interpreta il fascino androgino

È una figlia del ’67. È probabile che, a proposito del secolo ventesimo, vi abbiano inculcato che o si è figli del ’68 o non si è.

Jane Birkin è una delle prove decisive che vi hanno detto il falso. Quello che conta è l’anno prima. Non tanto perché questa è la versione dei fatti che diede Mario Capanna in Formidabili quegli anni, ma perché il ’68 fu un anno lungo un mese (maggio) e produsse più ricordi che avvenimenti (di rivoluzioni non parliamone neanche).

Il 1967 invece fu un’ininterrotta eruzione di eventi, dalla morte di Che Guevara alla pubblicazione di Cent’anni di solitudine, dalle agitazioni nelle università italiane alla guerra dei Sei Giorni, vinta dai carri di Dayan, dalla scomparsa di don Milani al primo trapianto di cuore, dalla messa in scena a Broadway del musical Hair alla realizzazione di Blow Up.

In quel film di Michelangelo Antonioni nasce il mito di Jane Birkin. A dover partecipare a un telequiz, si memorizzano di certo anche i nomi di Vanessa Redgrave (la protagonista), di Veruschka (la prima delle supertopmodel, fotografata a terra da David Hemmings che la sovrastava con movimenti che avrebbero dovuto ricordare un amplesso), persino di Peggy Moffit, modella allora celeberrima; diversamente si ricordano solo i capelli e il busto di Jane Mallory Birkin, che sul set aveva 20 anni.

Si ricorda soprattutto il topless di quel fisico snello e scattante, una ragazza che rideva anche con gli occhi. Lei stessa lo ricordava: «È cominciato tutto da lì. Sapevo che avrei dovuto girare alcune scene svestita, ed ero molto timida». Non era civetteria, aveva davvero un aspetto schivo e diffidente: le capitava di camminare in fretta per la strada per evitare occhiate che le sembravano troppo insistenti.

«Stavo per rifiutare ma John Barry, il compositore americano mio primo marito, mi disse: “Ti conosco, so che non ce la farai. A casa quando ti spogli, lo fai con la luce spenta”. Allora, per sfida, accettai». E finse per sempre di stupirsi per quello che accadde: «Non capisco che cosa potesse piacere di me: praticamente non ho seno. In più, mi muovevo con la grazia di un maschio».

Il tormento (e l’estasi) — Oggi sappiamo che si dice corpo androgino, ma anche che il fascino non si pesa a chili di tette e che la perfezione di un sorriso non equivale alla sua attrattiva (per lei si parla di denti da cavallo, ma la seduzione è irresistibile). Jane si rotola nuda sullo schermo per pochi secondi ma quando si rialza è il simbolo della Londra anni 60, quella dei Beatles e del fotografo David Bailey (è il suo studio che ispira la location di Blow Up).

Simbolo scandaloso, in una foresta di audaci icone, perché quello è il tempo delle eroine che, nell’immaginario, abbattono le barriere (del pudore). Nel fumetto era arrivata Phoebe Zeit-Geist, nuda e tormentata, insieme a Pravda e Jodelle, che avevano i lineamenti di Françoise Hardy e Sylvie Vartan, in fotografia sfolgoravano i nudi di Sam Haskins (Five Girls e Cowboy Kate). Jane diventa mamma di Kate e divorzia. Fine del primo tempo.

A riprova che il ’68 incide poco, in quell’anno Jane Birkin si limita a incontrare Serge Gainsbourg, è l’anno dopo che cantano Je t’aime moi non plus, un amplesso in musica, tutto gemiti e affanni, tanto esplicito che nella versione italiana viene adattato in modo da non capirci nulla.

Anche stavolta Jane si stupirà a lungo: «Sono rimasta sex symbol negli anni 70 a causa di questa canzone feticcio». Ma intanto attraversa il tempo con un fisico acerbo che toglie il sonno a tutti. Per quella pelle, per quella bocca, per quel trucco, per quell’accenno appena sbozzato di seno, per quel silenzioso richiamo di sensi e di vita che sfuggiva da una camicetta appena slacciata sopra i jeans o la minigonna, si poteva impazzire. Poteva persino indossare con successo (come nel film) i collant, armi di distruzione dei sensi. Tanto, restava inflessibile: «Ho anche le gambe storte».

Se volete rispettarla, dovreste fermarvi qui, perché tutto il percorso di Jane è volto a mettere, come si dice, la testa a posto. Dopo Serge, con cui ha avuto Charlotte, incontra il rigoroso e severo regista Jacques Doillon, che subito le dice: «Niente trucco, capelli ben tirati dietro, camicetta abbottonata fino al collo. Così costringi la gente a valutarti per il tuo cervello». E Jane Birkin rinasce. Come musa di registi molto sofisticati, come attrice di teatro e regista lei stessa.

La porta chiusa — Definisce quello che ha fatto prima: «Un sacco di sciocchezze» e si compendia in: «Nata in Inghilterra, alta cinque piedi e cinque pollici. Senza doti particolari. E mentre mi vedete il tempo passa». Vuol dire che sa che accumula rughe ma non vuol cedere alle tentazioni dell’eterna giovinezza anche se ha una “fifa pazzesca” della vecchiaia. Coltiva l’intelligenza, e l’impegno civile. È orgogliosa delle figlie (la terza è Lou Doillon).

Tutto molto bello, pulito, encomiabile. Ma il nastro della memoria conviene riavvolgerlo per rivedere Serge Gainsbourg, che le fece perdere la testa a prima vista («così brutto, diverso dai giovanottoni abbronzati e palestrati») e le fece scoprire amore e piacere. Perché Serge «era un diavolo. Pieno di astuzie e tenerezze, incredibilmente sensuale. Capace di farmi sentire sempre desiderata. Finché Serge riuscì a esercitare il magnetismo dell’uomo che mi guidava, la storia funzionò.

Poi un giorno ho desiderato vivere senza dovermi confrontare con l’idea che lui aveva di me. Me ne sono andata. Per lui fu una scoppola». Accadeva nel 1980. Forse è per questo che Jane Birkin appare ancora oggi bella e sensuale: sembra vivere nel grigio del presente, ma lei si è ghiacciata sulla porta che si era chiusa alle spalle, prigioniera di un incantesimo che la rende infinitamente desiderabile.

Foto: Simon

Styling: Miki Zanini

Testo: Santi Urso

Foto scattate presso l' Hotel Vittoria di Milano

Hair: Stefano Gatti@W-MManagement
Make up: Silvana Belli@W-MManagement